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Bianco & Nero
Lucio d'Ambra. Il cinema

anno LXIII (2002), n. 5
Un numero monografico, questo, che somiglia a un volume. La riscoperta che contiene non è di poco conto: sono stati ricomposti, come tasselli di un mosaico, documenti, film e testi che contribuiscono per la prima volta a far luce sulla figura del romanziere, giornalista e drammaturgo Lucio d'Ambra la cui produzione cinematografica, per quanto di cruciale importanza nel panorama del muto italiano, è rimasta a lungo semisconosciuta.

Nell'introduzione al numero Adriano Aprà affronta un tabù della nostra storiografia, la qualità estetica del cinema muto italiano. Nello squarciare impietosamente - quanto giustamente - il velo di Maja (la qualità delle poche opere rimaste non è eccelsa) trova una nuova collocazione per i film di Lucio d'Ambra: al di là della querelle su quale posizione dell'avanguardia cinematografica occupi l'autore, le sue opere sono fra le poche che procurino, allo spettatore odierno, un innegabile godimento estetico. Dopo aver visto Le mogli e le arance (1917), L'illustre attrice Cicala Formica (1920) e La principessa bebè (1921) non si può che concordare con il giudizio dello studioso - che avvicina il lavoro di d'Ambra a quello coevo di Lubitsch - a cui si deve l'ottimo restauro del primo film menzionato, proiettato alle Giornate del Cinema Muto di Sacile del 2002. Ai criteri del restauro il curatore dedica un intero, intereressantissimo, paragrafo tecnico.

Per mettere in luce la figura di d'Ambra regista e sceneggiatore, de Le mogli e le arance viene riproposta la sceneggiatura del primo atto, insieme a un profilo del protagonista, Luigi Serventi (di Vittorio Martinelli) e a un ricordo del costumista e scenografo Caramba (di Riccardo Redi). Seguono alcuni scritti di d'Ambra per film (trame, brani di sceneggiature, versioni romanzate).

La seconda parte della monografia, curata da Luca Mazzei - che nel saggio introduttivo riscostruisce, con grande attenzione ai documenti, la carriera cinematografica del critico-regista - è dedicata agli scritti teorici di d'Ambra. Sono testi di qualità non inferiore al suo talento cinematografico, specie se confrontati con la pochezza del dibattito presente nel panorama italiano del periodo: basta rileggere la professione di "credo" cinematografico (scritta come se si confrontassero le opinioni di un romanziere, un drammaturgo, un architetto, un musicista e un poeta) per comprendere la concezione di d'Ambra secondo cui il film è un'opera totale alla cui realizzazione cui concorrono tutte le arti. Gli scritti raccolti e ripubblicati costituiscono un primo tentativo di far luce sulla sua insigne - e feconda - carriera. Come scrive Mazzei, "trent'anni di cinema col monocolo all'occhio e la penna in mano".

di Cristina Jandelli


Copertina

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