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Bianco & Nero
Doni d'archivio

a. LXIII (2002), n. 3-4
Numero doppio, doppio sforzo editoriale. Aspettando il prossimo, dedicato al Lucio D'Ambra cinematografico appena riscoperto dalle Giornate del Cinema Muto e in attesa di conoscere il destino della storica rivista, attualmente legato alle dimissioni del direttore Micciché - protagonista della svolta impressa a partire dal 1999 - la lettura del "Bianco & Nero" appena uscito in libreria è affascinante in ogni parte.

Si comincia con i saggi, dalla ricognizione attorno al regista di origine cinese Edward Yang firmata dal profondo conoscitore del cinema asiatico contemporaneo Alberto Pezzotta per proseguire indietro nel tempo con i documentari di Phil Jutzi e soprattutto con la riscoperta, a un livello di approfondimento necessario quanto finora parziale, di due figure della cultura italiana d'inizio secolo come Leopoldo Fregoli e Giovanni Papini. Al primo è dedicato un circostanziato intervento di Luigi Colagreco che parte dal riesame delle pellicole possedute dalla Cineteca Nazionale per inserirle nel contesto intertestuale degli spettacoli di varietà dell'artista romano e poi in quello culturale legato all'avanguardia futurista, come ha recentemente sottolineato anche la sezione delle Giornate del Cinema Muto dedicate all'avanguardia italiana. Quanto all'invenzione, il Fregoligraph nasceva dal profondo coinvolgimento con la nuova tecnologia cinematografica del fantasista che a Parigi comprò l'apparecchio dai Lumière e conobbe Méliès. A Papini è dedicato il saggio di Luca Mazzei che indaga, attraverso la lettura del celebre testo La filosofia del cinematografo, l'incontro dell'intellettuale fiorentino con il cinema mediato dalle letture di Bergson, dall' "antifilosofia" professata dalla rivista "Leonardo" di cui fu direttore e dal ripudio della metafisica classica professata dal filosofo e psicologo americano William James.

L'analisi del presente e del passato, nell'impostazione neo-filologica della rivista, passa indiscutibilmente dal riesame dei documenti. Ecco il senso del dossier curato da Alberto Farassino dedicato alle esplorazioni dell'archivio di Giuseppe De Santis appena iniziate ma che ha già dato i suoi frutti con la scoperta della mole ingentissima di soggetti e materiali per film mai realizzati che andranno presto a costituire la grande costellazione inesplorata dell'opera del regista a cui contribuisce un epistolario altrettanto sconosciuto con personalità internazionali della cultura e del cinema novecenteschi. Per altra via si giunge alle carte di Aldo De Benedetti, sceneggiatore del cinema italiano misconosciuto a causa del potere censorio delle leggi razziste che si accanirono su di lui a causa delle origini ebraiche. Oggi David Bruni, riesaminando i documenti, arriva a tracciare una nuova genesi di un'opera fondamentale del cinema italiano come Quattro passi fra le nuvole di Blasetti. Con la pubblicazione della "prima idea" e del soggetto originale, scritto a quattro mani da Cesare Zavattini e Piero Tellini, si può ricostruire l'apporto al film del suo unico sceneggiatore reale, De Benedetti appunto, il cui ruolo di autore viene oggi accuratamente risarcito dell'oblio storico a cui il fascismo lo condannò.

di Cristina Jandelli


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