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Jean Epstein

Alcol e cinema


Pozzuolo del Friuli, Il principe costante Edizioni, 2002, pp. 159, euro 12,50
ISBN 88-900688-2-5
Esce, per i tipi de Il principe costante, la prima edizione integrale del saggio Alcol e cinema, scritto da Jean Epstein alla fine degli anni Quaranta. Epstein, che rimase 'colpito' dal cinema fin dalla sua giovinezza, conobbe e collaborò con alcuni tra gli artisti e gli intellettuali più rappresentativi del secolo scorso, da Cocteau a Picasso, da Eluard a Chagall, e fu cineasta egli stesso. Alcol e cinema si presenta come un testo relativamente 'tardo' rispetto all'âge d'or delle avanguardie storiche francesi, ma di quelle - che si proposero di superare il razionalismo e la logica 'borghesi' nell'arte - questo saggio è certamente figlio. Così come è figlio della formazione saggistico-letteraria di Epstein. Già affrontato in Bonjour cinéma, il suo primo scritto dedicato all'invenzione dei Lumière, il cinema ritorna in questo saggio in forma più sistematica, i cui capisaldi sono concetti, fondamentali nella visione dell'autore, come fotogenia (photogénie) e pensiero visivo (pensée visuelle).

Dello spirito delle 'avanguardie' degli anni Venti del '900 rimane la tensione irrazionalistica, liberatoria per l'espressione artistica e 'libertaria' per l'individuo. Da qui il titolo: l'alcol - droga mondiale con cui liberare le pulsioni artistiche, adottata in questo senso da poeti, pittori, musicisti, ma anche dall'uomo comune - è paragonato al cinema, invenzione capace stimolare un originale/originario pensiero visuale. Il cinema muto e 'sonoro' (quest'ultimo da tenere distinto, in senso positivo, dal cinema 'parlato', inteso come una intromissione negativa del 'discorso' teatrale) è ancora considerato la sola espressione autentica e specifica di quest'arte. Epstein considera l'invenzione cinematografica indipendente dal proprio ideatore e capace di implementarsi (diremmo oggi) in larga parte da sola.

Il saggio si articola attraverso riflessioni sui meccanismi linguistici, sul pensiero visivo, sulla formazione delle immagini, oscillando a volte pericolosamente tra filosofia del linguaggio, una sorta di 'gestaltismo' e una datata critica socio-politica. Epstein si colloca con questo suo lavoro nella schiera di coloro che rifletterono su cos'è il cinema: da Ricciotto Canudo a Bazin (e le sue mummie) per giungere a Deleuze. Tradotto da Chiara Tognolotti, il volume si avvale delle note biografiche e filmografiche di Laura Vichi e di un saggio di Monica Dall'Asta: Il pensiero dell'occhio.

di Gianni Cicali


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