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Giovanna Zanlonghi

Teatri di Formazione
Actio, parola e immagine nella scena gesuitica del Sei-Settecento a Milano


Milano, Vita e Pensiero, 2002, pp. 397, ill., euro 34,00
ISBN 88-343-0678-3
Oramai gli studi e i documenti sulla 'civiltà dello spettacolo' gestita dai gesuiti nel XVII secolo si stanno moltiplicando (vd. Bruna Filippi, Il teatro degli argomenti. Gli scenari seicenteschi del teatro gesuitico romano. Catalogo analitico). Dopo secoli di parziale oblio, l'ordine di Ignazio de Loyola è sempre più visto come una componente imprescindibile per lo studio della storia dello spettacolo tra Cinque e Seicento.

Oltre ai noti studi di Fumaroli, giova ricordare l'analisi che Sara Mamone fece degli spettacoli per il matrimonio di Maria de' Medici nel 1600 (Sara Mamone, Firenze e Parigi: due capitali dello spettacolo per una regina, Maria de' Medici, Firenze, 1987). L'attenta 'presenza ideologica' di membri dell'ordine dei gesuiti, protetti dal granduca Ferdinando de' Medici, sovraintese a parte delle celebrazioni: dal matrimonio fiorentino (in assenza dello sposo) agli ingressi cittadini in territorio francese. Una supervisione ai vari 'programmi' mirata a unire celebrazione dinastica e celebrazione dell'ordine. Nell'ambito della storia dello spettacolo quello è stato uno dei primi esempi di lettura analitica (e quindi dal punto di vista iconologico-ideologico e spettacolare) dell'attività dei gesuiti come 'produttori' di programmi politici per le grandi manifestazioni del potere: vere e proprie eminenze grigie (con tendenza al nero) della spettacolarità seicentesca.

Giovanna Zanlonghi, giustamente e a causa della crescente messe di studi sull'argomento, avverte l'esigenza di una sua strumentazione metodologica e parte dalla domanda su cosa fosse il teatro dei gesuiti. Strumento interpretativo essenziale, chiave di volta si rivela la retorica e, da questo punto di vista, imprescindibile si dimostra ancora l'apporto fornito da Marc Fumaroli in un suo oramai celebre libro (Eroi e oratori: retorica e drammaturgia secentesche, Bologna, Il mulino, 1990). Ma l'intrapresa di un viaggio nel teatro dei seguaci di Loyola ha richiesto una mappatura di manuali, libri di institutiones, testi di retorica ecc. che componevano la dotazione ideologico-didattico-spirituale dell'ordine.

A questa vasta navigazione storica, critica e documentaria, l'autrice ha associato sia una contestualizzazione storico-geografica, sia, soprattutto, l'individuazione di quel "movimento tortuoso e incerto delle pratiche teatrali", attraverso la ricostruzione del quale "è stato possibile mettere in prospettiva la temporalità specifica di ogni testo ed evento". Ne consegue una ricostruzione analitica dei singoli contesti e, in secondo luogo, l'individuazione di quelli pedagogici e lo "sfondamento prospettico in chiave antropologica, filosofica ed europea [segnatamente spagnola, per il Cinque-Seicento, e francese per il Settecento]". Un lavoro certamente cospicuo, quasi improbo, se si tiene conto che il massimo ordine con finalità didattico-pedagogiche tra XVI e XVIII secolo ha lasciato una quantità di testi e documenti (anche iconografici) immensa.

I gesuiti erano maestri nella ricostruzione di una scena mentale, e tale maestrìa derivava proprio dalla natura dei loro celebri esercizi spirituali. Si trattava di un 'teatro psichico' di idee e concetti 'edificanti' evocato nella mente degli spettatori. Una 'intuizione retorica' che anticipa il montaggio classico sovietico, come ben sapeva Ejzenstein.

Il volume si occupa, producendo una mole notevole di documenti, testi e testimoni iconografici, di alcuni eventi spettacolari sovraintesi e ideati dai gesuiti nella Milano del Seicento: dagli apparati funebri (il trapasso era celebrato come uno spettacolo, quasi un Trionfo imponente e inquietante) per la morte di Filippo III (1621), ai festeggiamenti per l'ingresso in città del cardinale Infante di Spagna (1633) o per l'arrivo di Maria Anna d'Austria nel 1649. L'autrice intitola questa prima parte del suo eccellente lavoro I gesuiti e la città. Viene da chiedersi se non sia quasi una parafrasi de Il teatro e la città di Zorzi (Torino, Einaudi, 1977), fondamentale testo purtroppo non citato in questo saggio.

Particolarmente interessante il capitolo 5 della parte prima: 'Imago', scena e ragione prudenziale: le fondazione della cultura gesuitica del Cinque-Seicento in cui si restituisce, in un certo senso, il nucleo pensante che precedeva l'operatività didattico-spettacolare. Molto dettagliata l'analisi dell'opera La Silvia, importante 'oggetto' drammaturgico per la sua natura di tragicommedia. L'autrice ripropone anche il programma di sala dell'epoca, in cui era dettagliatamente riportato l'intreccio.

La seconda parte del libro si sposta dai grandi apparati cittadini all'interno del "collegio" (istituzione d'eccellenza del sistema di potere dell'ordine), per arrivare alla mutazione settecentesca, al "teatro della bellezza": un canto del cigno prima della decadenza.

Il lavoro della Zanlonghi a buon diritto può essere giudicato, per impegno documentario e analitico, tra i migliori editi negli ultimi anni sull'argomento.

 
di Gianni Cicali


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