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Teatro e Storia


a. XVI, 2001, n.23, euro 26,00
ISSN 88-839-782-8
I numerosi, e interessanti, contributi presenti in questa uscita (curata da Nicola Savarese) si articolano prevalentemente in tre grandi sezioni tematiche. La prima, L'essenza del teatro, è aperta dall'omonimo articolo in cui Eugenio Barba riflette sul valore del fare teatro (aldilà delle finalità etiche con cui possiamo giustificarlo), su "cosa resta del teatro se non è religioso, nazionalista, se non crede ai libri, alle teorie e alle ideologie che vogliono spiegare e seminare certezze nel mondo?". Vladimir Mikes ci parla poi della surreale performance ininterrotta, protagonisti Havel e i suoi sorveglianti, in cui il regime cecoslovacco aveva trasformato la vita del dissidente. Da un suo saggio di prossima pubblicazione Franco Ruffini propone delle riflessioni sulla dialettica, all'interno della didattica di Stanislavskij, fra la semplice presenza pre-espressiva dell'attore (bios) e il senso trascendente, aldilà della semplice espressione, che l'interprete può conferire alle sue azioni (valore). Béatrice Picon-Vallin riflette sul paradossale destino della compagnia del Teatro Taganka di Mosca, spazio di dissidenza "tollerato" nella vecchia Unione Sovietica, che con la fine dello stato socialista si è spaccata fra polemiche e ha perso, in parte, il contatto (prima fortissimo) con il pubblico. Riscoperto da Nicola Savarese, l'articolo di Pierre Berger è una testimonianza in prima persona sugli spettacoli organizzati dai prigionieri nei lager nazisti e sulle ambigue relazioni che si venivano così a installare tra sorveglianti e sorvegliati. Ferdinando Taviani, infine, propone tre piccole indagini sull'opera di tre grandi intellettuali contemporanei (Pasolini, Garboli, Macchia) come premessa a un suo prossimo studio sulla "coscienza della scena". Così lo studioso definisce il rapporto fertile e produttivo di alcuni letterati con il teatro, che si articola lungo tutto l'arco della loro esistenza. Una relazione diversa dalla "storia ricorrente", cioè dall'incontro formativo ma provvisorio, da superare, con il mondo degli attori (esemplato dal Wilhelm Meister).

Nella seconda sezione, Teatro Eurasiano, Leonard C. Pronko propone una sua teoria sulla giusta combinazione di sensualità, virtuosismo e introspezione che uno spettacolo teatrale deve possedere per essere apprezzabile. Ogamo Rebecca Teele illustra i progressi quantitativi e qualitivati della presenza femminale nella scena No giapponese, dalla ricomparsa nel 1930 (dopo trecento anni di bando shogunale) sino a oggi. Larry Tramblay confronta intelligentemente i differenti "compiti" che due ipotetici giovani apprendisti attori, uno indiano e l'altra canadese, devono affrontare al momento in cui i rispettivi maestri affidano loro una nuova parte. Da un saggio di prossima pubblicazione, il curatore Alberto Rossatti propone infine delle recensioni di Henry James alle recite americane e inglesi di Tommaso Salvini.

In Confini di genere, l'ultima sezione, Raimondo Guarino analizza la strategia retorica che Shakespeare, nei cori dell'Enrico V, attua nei confronti della società letteraria e civile inglese del suo tempo. Giovanna Cermelli parla dello "sperimentalismo" drammaturgico messo in atto dai giovani letterati romantici nella Germania al passaggio fra XVIII e XIX secolo. Quindi troviamo due interessanti interventi dedicati alla pratica materiale della scena: Valentina Venturini offre un'accurata indagine delle modalità contrattuali con cui Viviani ingaggiò le sue prima compagnie di varietà e di prosa, mentre Carla Arduini affronta il problema della "anomalia" costituita, nel sistema delle compagnie di giro italiane, dalla compagnia di Grand Guignol di Alfredo Sainati. A concludere, l'indagine di Stefano Geraci cerca di fornire nuovi elementi per collocare il "caso" Visconti nell'Italia del secondo dopoguerra, mentre Giuliano Campo fornisce un primo tentativo di storicizzazione della recente esperienza del gruppo "L'Avventura".

Il volume è completato dalla pubblicazione della Laudatio di Claudio Meldolesi e della prolusione di Leo De Berardinis pronunciati in occasione del conferimento della Laurea Honoris Causa all'attore da parte dell'Ateneo di Bologna, da un dossier sull'attività del "puparo" Mimmo Cuticchio (che è riuscito a trovare nuovi spunti per restituire vitalità alla sua tradizione, sottraendola al destino di attrazione turistica senza snaturarla), dalla ristampa della raccolta di scritti offerti a Carmelo Bene nel 1995 L'immemoriale, e dalla bibliografia completa di Fabrizio Cruciani.

Paolo Albonetti


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