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L'ora della fantasia

A cura di Anna Ossani

Pesaro, Metauro Edizioni, 2001 [stampa 2002], pp. 177, euro 10,33
ISBN 88-87543-22-4
Cosa ha di speciale questa commedia, una delle pièces italiane più rappresentate all'estero nel secondo dopoguerra, che ha fornito lo spunto a un famoso (e discusso) film di Billy Wilder, Baciami stupido? Apparentemente nulla. La trama riprende motivi abusati dalla pochade: in un piccolo villaggio dell'Inghilterra vittoriana, Sedley, un organista insoddisfatto della propria vita, viene coinvolto dal borgomastro in un imbroglietto che potrà dare una svolta al loro destino.

In occasione della visita del Lord Sceriffo di Contea, donnaiolo impenitente particolarmente attratto dalle mogli altrui, il musicista dovrà accogliere nella propria casa la prostituta Geraldine, che assumerà l'identità della sua bella e casta sposa; lo sceriffo, invitato a pernottare dai Sedley, non si farà scappare l'occasione di sedurre la "moglie" dell'ospite e, come già avvenuto in passato, saprà in seguito mostrare la sua gratitudine.

Ma le cose prendono un'altra piega: Sedley e Geraldine si immedesimano troppo nella parte degli sposini innamorati, e dopo aver scacciato di casa "l'infame seduttore", celebrano la vittoria del loro amore nel talamo coniugale. Nel frattempo la signora Sedley, nascostasi nell'abitazione di Geraldine per favorire la riuscita del piano, è costretta dall'arrivo di due viaggiatori a assumere l'identità della ragazza, e si sta facendo prendere a sua volta la mano dal gioco.

L'arrivo dello Sceriffo, indirizzato alla casa da un compiacente barista, dà un'ulteriore svolta alla trama: toltisi d'incomodo gli altri visitatori, l'assedio del Lord alla donna lo porta prima a scoprire la verità (cosa che aumenta la sua irritazione) e quindi a ottenere ciò che voleva, cioè andare a letto con la moglie dell'organista· aggiustate le cose, arrivano la chiamata all'Opera di Londra per l'ignaro Sedley - che si esalta perchè il suo genio ha avuto il giusto riconoscimento senza bisogno di mezzucci - e l'onorificenza per il borgomastro che, dopo aver ricostruito, durante un ricevimento dell'organista, l'esatta successione dei fatti ringrazia con discrezione la già casta padrona di casa.

Come si vede, nulla di particolarmente originale. Ma l'autrice ha saputo trasformare quella che poteva essere una farsa grassoccia improntata al più trito luogo comune maschilista sulla natura morale di ogni donna, in una commedia che può, a buon diritto, essere considerata femminista. La Sedley e Geraldine, con le loro rispettive cameriere, sono le uniche creature simpatiche che vivono in questa stagnante provincia popolata di vecchie bigotte e maneggioni senza troppi scrupoli (due razze che hanno sempre convissuto in perfetta armonia).

Due giovani donne che, senza ammetterlo fino in fondo, hanno stabilito fra loro una sorta di complicità, rinforzata dalle confidenze delle due spregiudicate ragazzine a servizio. La docile mogliettina di un nevrastenico presuntuoso, che sfoga su di lei le proprie frustrazioni, e la donna di tutti, che non può negare né un sorriso né il proprio corpo a chiunque vada a trovarla: due persone che accettano i rispettivi ruoli sociali, ma che vorrebbero almeno una volta nella vita essere qualcos'altro, almeno per una notte, almeno per quella "ora della fantasia" del titolo. E, grazie alle maldestre trame dei maschi, riescono ad ottenere questa occasione: una ottiene un uomo che è disposto a lottare per difenderla, l'altra la libertà di essere desiderata e amata fuori dalle norme dalla rispettabilità borghese.

Anche se nell'ultimo atto tutto torna apparentemente alla normalità, l'esperienza le ha rese diverse e sottilmente meno condiscendenti al conformismo paesano. Geraldine, che prima si accontentava di amare a distanza l'organista e di ascoltarlo suonare dalla propria abitazione, ora si reca (con grande scandalo collettivo) in chiesa, per ammirarlo dalle prime file degli scanni; la Sedley si concede, con grande disappunto della vecchia governante, di girare distratta per casa, lasciare bruciare le torte, non fare "i lavori", e dalle sue risposte traspare una indolente ironia prima sconosciuta.

Quanto c'è della storia personale di Anna Bonacci, discendente da una famiglia di giuristi e politici marchigiani, imparentata con due grandi registi del nostro cinema (Augusto Genina e Mario Camerini)? Direi tanto, dal suo essere donna colta ma autodidatta in un'ambiente di dottori e avvocati (maschi), al contrasto fra l'ambiente familiare liberale, sensibile al problema della condizione della donna, e lo status sociale del suo sesso nella media provincia dell'Italia giolittiana e fascista in cui si trova a vivere (Falconara, una piccola città meno soffocante di tante altre della nostra penisola, ma distante comunque anni luce dalle grandi metropoli novecentesche).

Dietro la facciata brillante di commedia leggera si cela un dramma che ci coinvolge perché parla della nostra, miseruccia, "identità" nazionale. Infatti, anche se negli anni Quaranta, quando fu scritta la commedia (rappresentata per la prima volta nel 1944), l'azione doveva svolgersi in Inghilterra, questa ambientazione non convince. Nonostante la cura dell'autrice nel ricostruire con il linguaggio e le didascalie l'atmosfera dell'epoca, si fatica a credere che al tempo della Regina Vittoria - strenua moralizzatrice che riuscì, col suo rigore contro le intemperanze della Upper class, a frenare una montante rivolta sociale - un'importante funzionario statale potesse mantenere il suo incarico quando tutti spettegolavano della sua condotta libertina e dei suoi favoritismi.

Tutto appare molto più credibile se sostituiamo, visti gli anni della stesura, "borgomastro" con "podestà" e "sceriffo" con "gerarca" (funziona anche un'adattamento contemporaneo con "sindaco" e "onorevole", purtroppo). La Bonacci non ha osato, né lo ha fatto suo cugino Camerini, che ricavando dalla commedia Moglie per una notte (1952) ha mantenuto l'ambientazione ottocentesca. Lo ha fatto invece Wilder, di cui abbiamo già parlato, mettendo in scena il mondo dello spettacolo U.S.A. degli anni Sessanta, e il suo pubblico non lo ha premiato. Anche per l'americano medio, come per i democristiani degli anni Cinquanta e i loro precedessori in orbace, "certe cose nel nostro paese non possono succedere" (vedi al proposito storie di vari membri della dinastia Kennedy e Bill Clinton).

La commedia fa parte, insieme a Gelsomino d'Arabia di Antonio Aniante, della collana Non solo Pirandello (per una mappa del teatro italiano sommerso), diretta da Paolo Puppa. In preparazione Strampalata in rosablè di Eugenio Ferdinando Palmieri.

Paolo Albonetti


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