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Segnocinema
Vuoti a perdere? Fenomenologia del cinema commerciale

a. XXIV, 2004, n. 128, euro 5,50
ISSN 0393 - 3865
Lo speciale del bimestre estivo di ''Segnocinema'', curato da Flavio De Bernardinis, si preoccupa di delineare una fenomenologia del cinema commerciale ponendo in questione il problema della commerciabilità dei film e del rapporto tra il cinema cosiddetto commerciale e quello che commerciale non è o non sembra essere. Cinema d'autore contro cinema commerciale? Cultura contro denaro? Queste dicotomie, sempre pronte a rientrare dalla finestra una volta messe alla porta, sono banali e consunte solo in apparenza: se affrontate in una prospettiva capace di rifuggire dagli schematismi facili e dalle posizioni aprioristiche possono ancora rivelarsi attuali e produttive sia sul piano teorico-critico che su quello pratico: basta pensare (anche distrattamente) a quanto e come si sono riformulate le modalità del consumo cinematografico nell'ultimo decennio.

L'ossatura dello speciale è costituito da tre interviste realizzate rispettivamente da Luca Bandirali, Enrico Terrone e Flavio De Bernardinis: una a Sergio Brancato (autore di alcuni recenti volumi di sociologia del cinema), una a Ugo Ceria (direttore di un'agenzia pubblicitaria di Madrid) e una a Felice Laudadio (direttore del Taormina Film Festival). I tre contributi hanno il merito di dar conto della complessità del problema, che muta profondamente se osservato da uno studioso dei processi socio-culturali, da un professionista del marketing o dal direttore di un evento spettacolare di un certo rilievo. Il punto di vista del critico è invece offerto dall'intervento di Roy Menarini, che riflette sul rapporto tra i critici e il cinema commerciale, auspicando una terza via tra l'indifferenza e il rifiuto. Sui punti di convergenza tra cultura e denaro si sofferma Alberto Pezzotta, mostrando come nel cinema contemporaneo la cultura stessa, categoria definibile in base a precise strategie di marketing, sia diventata un vero e proprio genere di consumo. Non meno commerciali risultano le logiche su cui si reggeva il cinema nei primi decenni del Novecento, strettamente collegato alle figure divistiche e attoriali, come mostra Paolo Cherchi Usai nella breve indagine storica che apre lo speciale.

Nella sezione saggistica, merita una menzione particolare il lavoro di Enrico Terrone, che guida il lettore in un viaggio attraverso ''i cinque gironi infernali del cinema italiano più recente'' (ovvero: narcisismo, autoreferenzialità, cultura come orpello, rappresentazione compassionevole dell'altro, disprezzo della forma). Il testo, in cui risuonano echi vagamente flaubertiani più che danteschi (esempio: ''Le locuzioni 'uno che legge molto' e finanche 'uno che ha molti libri' sono sinonimi di 'persona colta''', e così via...) è molto efficace nel delineare un modello cui sembrano fuggire (purtroppo) soltanto pochi e sparuti film di produzione nazionale. Nel secondo saggio Rudy Salvagnini si occupa del misconosciuto Masked and Anonymous, film di Larry Charles caratterizzato dalla sceneggiatura (firmata sotto pseudonimo) e dall'interpretazione di Bob Dylan; ai limiti dell'impossibile l'impresa tentata da Matteo Bisato, che prova a esplicitare le citazioni di Kill Bill, operazione potenzialmente infinita controllata e limitata da un vocabolario-legenda in cui ogni lettera dell'alfabeto corrisponde a una citazione: il tutto si esaurisce in un paio di paginette (ci sarà un volume 2?).

Tra le rubriche, da segnalare il grido d'allarme lanciato da Paolo Cherchi Usai ("Segno delle Origini") in seguito alla riorganizzazione del British Film Institute (una tra le maggiori istituzioni cinetecarie del mondo), che, per motivi di budget, darà meno spazio al restauro delle pellicole e più spazio alla digitalizzazione (e commercializzazione) del patrimonio posseduto. Il lettore è pregato di ricominciare dall'inizio.

Federico Pierotti


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