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Ridotto


Anno LII, 2004, nn. 7-8, euro 7,00
Ubaldo Soddu apre il numero estivo di Ridotto augurandosi, nel breve editoriale intitolato Vedremo!, che nel 2005 il FUS (Fondo Unico dello Spettacolo) eroghi per il Teatro italiano, attualmente «ridotto a una trincea del Carso», più degli attuali 100 milioni di euro e auspicando, oltre alla rivalutazione dell'Accademia nazionale d'arte drammatica e ad un rilancio di rassegne e festival teatrali, la creazione di un ente che «operi per la diffusione e valorizzazione della drammaturgia contemporanea». In Aldo Nicolaj. Ricordandolo… Maricla Boggio traccia minuziosamente un affettuoso e acuto ritratto del piemontese Aldo Nicolaj, «un uomo di teatro – come a lei piace definirlo – prestato alla diplomazia, o un diplomatico prestato al teatro», ex presidente della SIAD ed eclettico autore (sottovalutato in Italia) abituato a spaziare dal surrealismo grottesco all'impegno civile. La Boggio, per rilevarne l'edonistica attrazione verso la vita, lo coglie nelle serate trascorse narrando agli amici le misteriose avventure di cui era stato protagonista nel corso degli innumerevoli viaggi oppure, per evidenziarne l'aristocratico stoicismo, lo mostra nei momenti in cui accoglieva gli applausi del pubblico, dopo la messa in scena delle proprie opere, col «suo sorriso da squalo e gli occhi tagliati a fessura, da budda orientale» ringraziando «con una cordialità soffusa anche di una certa garbatissima degnazione».

La rubrica "testi" ospita lo spietato atto unico, di sconcertante attualità (segno che, come già scriveva Montale, la storia è ben lungi dall'essere magistra vitae), Nella colonia penale di Giorgio Crisafi tratto dal racconto In der Strafkolonie di Franz Kafka. Un implacabile ufficiale, nominato giudice in una colonia penale da un fantomatico Grande Leader, si appresta, seguendo un agghiacciante rituale, a torturare e uccidere una condannata sotto il controllo di un ispettore taciturno e apparentemente "umano" (che nella foto di scena sembra vestito da prete). A questo punto sorge naturale una domanda: Stephen King, prima di scrivere Il miglio verde, ha letto l'apologo kafkiano? Le decisioni dell'ufficiale in carica obbediscono ad un unico principio: «la colpevolezza è sempre fuori discussione!». Alla fine, forte della sua raggelante ambiguità, l'ispettore si rivela ancora peggiore dell'ufficiale cui è subito pronto a subentrare.

Ad occupare la seconda metà di questo interessantissimo numero di «Ridotto» sono gli atti del Convegno che Mario Prosperi organizzò al Teatro Politecnico nel 2002: una vera e propria dichiarazione d'amore al teatro enunciata da chi ne conosce la storia nei minimi dettagli, ne ha fatto (e ne fa) parte e soffre adesso per la sua presunta crisi. Nell'Introduzione, Prosperi traccia una breve storia del teatro a partire dal secondo dopoguerra e infine espone le questioni centrali del dibattito: come si può facilitare l'incontro tra la scrittura testuale e l'interpretazione, vale a dire tra gli autori e gli interpreti? L'attuale crisi deriva dall'estrema fragilità degli statuti della drammaturgia italiana (ossia dalla debolezza dei nostri autori) rispetto all'arbitrio concesso agli interpreti e ai registi? E' rischioso conferire loro questa eccessiva libertà nei confronti del testo?

Il secondo relatore Claudio Vicentini si occupa degli interpreti: parte dal secondo Cinquecento, quando gli attori si sentivano degli oratori (e si opponevano ai «ruba galline che improvvisano sulla scena», ai «guitti» della Commedia dell'Arte), passa attraverso il Seicento ed il Settecento, il secolo di Garrick e quindi dell'attore che si fonde completamente con il personaggio, solca l'Ottocento del "genio sregolato" Edmund Kean e arriva al Novecento dominato dai registi e dalla cosiddetta "scrittura scenica". Il testo perde gradualmente la sua posizione centrale. Per concludere l'intervento di Vicentini che quasi non si pronuncia riguardo alla caotica situazione odierna, Prosperi dice: «viviamo in un'epoca di koinè culturale, che crea grande fluidità perché noi non sappiamo quale sintesi vincerà, quali elementi saranno dominanti e quali saranno costretti a scomparire. […] ci siamo quasi inferiorizzati per desiderio di conoscere, rispetto al campo complessivo della drammaturgia, e questo ha tolto tanta energia creativa, anche se a vantaggio della sperimentazione».

La relazione di Ubaldo Soddu, sebbene sia intitolata democraticamente Limiti del teatro di regia, finisce con l'esaltare il "teatro di regia" che va dagli anni Cinquanta alla fine degli anni Settanta e con l'annientare senza mezzi termini quello della stagione post-moderna (dagli anni ottanta a oggi). L'infervorato Soddu, con metaforica e affascinante logorrea, contesta i "vaghi e vuoti" registi-animatori (come il paradigmatico Gabriele Vacis di cui viene citato un irritante pezzo tratto dal programma di sala del suo Macbeth Concerto) e la mancanza di impegno sociale degli ultimi spettacoli: «l'assenza di una "crudeltà" artaudiana, verso se stessi e verso la società, sembra la nota più evidente. […] Manca il coraggio di imporre idee contrarie all'esistente. Ecco quel che giunge da un paese in difficoltà che non sa interpretare se stesso». Se tale intervento suscita più di una perplessità nell'anfitrione Prosperi, quello successivo dell'ispirato e fiducioso Michele Perriera, che tesse una accorata celebrazione del Teatro inteso come «capacità di mettere insieme tutte le arti con una forza di rilievo straordinaria», ne suscita una commozione tale da lasciarlo senza parole. Filippo Bettini, con la sua "teorica", didascalica e moderatamente pedante relazione Il luogo della scena come luogo dell'interpretazione (al termine della quale spiega che, etimologicamente, "interpretare" significa "mettere in opera"), chiude il Convegno. Bettini individua cinque luoghi dell'interpretazione che «confluiscono» nella scena del teatro: la regia (il regista), l'attorialità (l'attore), l'autoralità (l'autore), la tecnica degli altri linguaggi (scenografi, scultori, musicisti) e la criticità (i critici).

La rubrica "libri" ospita le segnalazioni alle raccolte degli atti di due convegni: Vico Faggi presenta sinteticamente la pubblicazione curata da Edoardo Tiboni Il teatro italiano nel mondo (con la relazione di Roberto Trovato sulla Commedia dell'Arte, di Ginette Herry su Goldoni, di Giovanni Isgrò su D'Annunzio e la Francia, di Giovanni Antonucci su Pirandello, di Yuri Brunello su Eduardo) mentre Maricla Boggio si occupa del volume Anna Bonacci e la drammaturgia sommersa degli anni '30-'50. A parte il discorso introduttivo in cui Paolo Puppa accusa i registi di trascurare la drammaturgia italiana del cruciale trentennio, i contributi, in quest'ultimo caso, riguardano il teatro di Anna Bonacci, autrice da recuperare che, secondo Emilio Pozzi, proiettava sui palcoscenici di un'Italia accanitamente maschilista «una fenomenologia dell'insoddisfazione femminile». Dalla sua machiavellica commedia L'ora della fantasia (1944), Mario Camerini trasse il film Moglie per una notte (1952) con la coppia Gino Cervi – Gina Lollobrigida e Billy Wilder uno dei suoi dissacranti capolavori, Baciami, stupido (1964), con Dean Martin e Kim Novak.

Claudia Rossini, infine, cura con la consueta perizia la rubrica dedicata ai testi italiani in scena (fra cui Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo e l'adattamento curato da Ugo Chiti di La Clizia di Machiavelli).

Giulia Tellini


copertina di Ridotto

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