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Vivere il sogno di un mare infinito

di Nicola Rakdej
  Gaza mon amour
Data di pubblicazione su web 07/09/2020  

Nel catalogo di questa 77a edizione della Mostra di Venezia Arab e Tarzan Nasser affermano che per meglio comprendere gli effetti quotidiani della questione palestinese bisogna osservare quanto «le situazioni più semplici possano rivelarsi estremamente complicate». Anche alla luce del loro primo (precedente) lungometraggio di finzione, in cui si rifletteva sulla condizione femminile attraverso le vicende di un salone di bellezza (alla stregua di quel Caramel, 2007, della regista libanese Nadine Labaki), tale osservazione viene assunta dai due giovani registi palestinesi a vero e proprio fulcro drammaturgico su cui sviluppare un racconto. Un escamotage che consente di approdare sui territori classici di una commedia intelligente e, politicamente parlando, precisa e penetrante come una freccia ben assestata. 


Una scena del film
© Biennale Cinema 2020

Issa (Salim Daw) è un pescatore celibe di sessant’anni che trascorre il suo tempo tra il mare e il mercato dove vende il pesce. È segretamente innamorato della sarta Siham (Hiam Abbass), vedova e madre di un giovane studentessa divorziata (Maisa Abd Elhadi). Da sempre la sorella (Manal Awad) vorrebbe per lui un buon matrimonio di convenienza, ma Issa non ne vuole sapere, anche a causa delle ferite di una delusione d’amore subita in giovinezza. Durante una sessione notturna di pesca rinviene nella rete un’antica statua greca del dio Apollo e decide di nasconderla a casa sua. Quando la polizia di Hamas scopre l’esistenza del tesoro, per Issa iniziano i problemi.

La tenera storia d’amore di Gaza Mon Amour viaggia sui binari rassicuranti della semplicità, sebbene emergano sullo sfondo le attuali, soffocanti tensioni politiche e culturali di Gaza (attraverso il vociare indistinto dei programmi televisivi d’attualità, la concezione retrograda delle soap opera, l’allusione alla severa intransigenza di Hamas e al sogno dell’Europa). Il “pomposo” titolo del film è un palese richiamo a Hiroshima Mon Amour (1959): una citazione che (per fortuna) rimane confinata nell’universo degli omaggi cinefili, anche se il riferimento all’irraggiungibile capolavoro di Alain Resnais potrebbe rimandare per analogia al modo in cui certe relazioni subiscono (esplicitamente o implicitamente) la pesante ombra di una guerra, passata o presente.


Una scena del film

Il realismo di Gaza Mon Amour, tipico dell’affascinante, duraturo rinascimento del cinema medio-orientale, si inserisce alla perfezione in quella linea concettuale già intrapresa di recente da opere come il divertente Tutti Pazzi per Tel Aviv (Sameh Zaobi, 2018) o l’intenso Sarah e Saleem - Là dove nulla è possibile (Muayad Alayan, 2018). In particolare, in quest’ultima pellicola sono analizzati i possibili risvolti tragici (vagamente shakespeariani) di un adulterio con al centro due persone appartenenti a nazioni differenti.

Ma l’atto di denuncia dei fratelli Nasser non risiede solo nella potenza salvifica di un’unione tra una coppia di individui che, dopo aver vagato a lungo nella solitudine (per scelta o per fatalità), rivendicano il proprio (e il nostro) diritto di amare, ottenendo finalmente la grazia insperata di un contatto umano. Come in Chiamami con il tuo nome di Luca Guadagnino (2017), il ritrovamento della sensuale-sessuale statua del dio Apollo è il punto di forza comico (e, in un certo senso, drammatico) di Gaza Mon Amour, l’orizzonte ideologico verso cui il film vuole dirigersi, la “bussola” attraverso la quale smascherare le grandi contraddizioni e ipocrisie di un paese dimentico del tempo in cui «il mare era ancora pulito ed infinito».



Gaza mon amour
cast cast & credits
 











I registi Arab e Tarzan Nasser

 
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