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«E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia»

di Nicola Rakdej
  Mila
Data di pubblicazione su web 05/09/2020  

L’inizio di questa 77a edizione della Mostra del Cinema di Venezia è stata nel segno del vuoto e della sua antica paura, del dolore della perdita, della rottura di quelle corde dell’anima che ci mantengono sereni nel percorso di vita. Molecole, il documentario di Andrea Segre posto in pre-apertura, parte con una riflessione sulla pienezza (e poi vuotezza) di Venezia per poi approdare in una lunga, intensa lettera d’addio al padre del regista. Lacci, il film fuori-concorso diretto da Daniele Luchetti (l’apertura di quest’anno), ruota intorno all’impossibilità di una coppia di riattaccare i devastati cocci della loro relazione decennale, costringendo i figli a subire gli effetti collaterali delle loro mancanze e assenze. Stesso discorso vale anche per la sezione Orizzonti inaugurata con Mila (Mele), l’esordio nel lungometraggio del regista greco Christos Nikou.

Il mondo sta affrontando una misteriosa pandemia che causa amnesie improvvise e del tutto “randomiche”. Aris è un uomo di mezza età (Aris Servetalis) che sta attraversando un periodo doloroso di cui non si conoscono (ancora) le cause. Una sera perde completamente la memoria. Insieme ad altre persone colpite dalla stessa malattia viene coinvolto in un programma di recupero pensato per aiutare tutti coloro che non sono stati reclamati da nessuno a costruirsi una nuova identità. Il percorso riabilitativo prevede vari compiti da svolgersi quotidianamente: a fine giornata ciascun compito deve essere “immortalato” dal paziente con lo scatto di una polaroid, in modo da poter documentare il percorso terapeutico e, di conseguenza, crearsi dei nuovi ricordi. Durante la visione di un film al cinema Aris incontra Anna (Sofia Georgovasili), a sua volta inserita nel programma di recupero.


Una scena del film
© Biennale Cinema 2020

Per tutto il corso della pellicola Nikou si guarda bene dal dare informazioni di tipo temporale allo spettatore, anche se, data l’assenza di qualsiasi dispositivo o media digitale, si potrebbero avanzare delle ipotesi. Fin da subito è chiaro l’intento di mettere in piedi una “leggera” distopia che sia non solo credibile ma anche possibile e tale scelta inserisce Mila sull’onda di quella fantascienza d’autore (spesso indipendente) che introduce un piccolo ma significativo stra-ordinario nell’ordinario, allo scopo di affrontare di petto alcune delle domande cruciali dell’uomo contemporaneo (perché togliere completamente dal discorso il digitale? forse perché gli si vuole dare maggiore peso?). Tra i riferimenti più calzanti, giusto per rimanere in ambito greco, ci sono senz’altro i primi film di Yorgos Lanthimos, di cui Nikou è stato assistente alla regia nel “recuperato” Dogtooth (uscito nel 2009, in Italia è stato distribuito solo pochi giorni fa). Ma rispetto alle opere a cui può essere accostato, in Mila la distopia è solo un pretesto poiché devia il racconto verso lidi molto più intimi (ma non meno comuni) e in questo è sintomatica la scelta del formato dell’inquadratura, un 4:3 retrò che richiama la struttura geometrica delle polaroid su cui il racconto prende forma.


Una scena del film
© Biennale Cinema 2020

Di fatto è nella sua superficie che si gioca il senso e il fascino di questo modesto esordio, con un comparto fotografico (Bartosz Swiniarski) che accompagna brillantemente le numerose tappe del programma di recupero dalla malattia. Se inizialmente è più facile riscontrare la tendenza a rendere fuori fuoco (quindi evanescente, fluido, inconsistente) tutto quello che si anima intorno ad Aris, accentuandone l’alienazione rispetto a un mondo che continua il suo normale andamento, nel corso del film questo stratagemma visivo va a perdersi, in concomitanza con l’accettazione del protagonista dell’improvviso, dell’incontrollabile e del non programmabile nella sua “nuova vita” (ovviamente aiutato da quelle mele che ama e che, in teoria, aiuterebbero il recupero della memoria).

Ecco che allora, dietro l’apparente freddezza della narrazione, emerge con forza l’appassionato atto di denuncia di Nikou. In un presente digitale in cui è tanto facile documentare il quotidiano quanto lo è dimenticarselo per l’accumulo indistinto di dati visivi che possono essere condivisi e archiviati nell’arco di una giornata, il giovane regista greco decide di riappropriarsi (consigliando allo spettatore di fare lo stesso) del valore dell’esperienza umana, dell’emozione gioiosa o dolorosa che ne deriva, di quegli attimi di pura spontaneità che devono essere apprezzati proprio per il loro essere inevitabilmente fugaci e quindi impossibili da registrare: uno scambio di sguardi, un gesto di cortesia, un giro in bici, un ballo improvvisato, una canzone che passa in radio e che non si può fare a meno di canticchiare.



Mila
cast cast & credits
 

Il regista Christos Nikou

 
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