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We Can't Breath!

di Giuseppe Mattia
  I miserabili
Data di pubblicazione su web 26/06/2020  

Dopo essersi aggiudicato il Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, il regista francese originario del Mali Ladj Ly conquista quattro premi César (tra cui quello per il miglior film) con I miserabili (2019). Ispirandosi all’omonimo cortometraggio da lui diretto nel 2017, Ly scomoda Hugo per titolare il suo lungometraggio d’esordio: un’opera di forte impatto ambientata nella periferia parigina di Montfermeil, la stessa in cui si trova la locanda dei Thénardier ovvero gli antagonisti principali del celebre romanzo.

Un gruppo di ragazzini vestiti del tricolore francese si dirigono nel centro di Parigi per festeggiare la vittoria della Coppa del Mondo 2018. Le riprese dei personaggi si alternano a riprese dal vero, in una baraonda festosa che abbatte ogni barriera religiosa o etnica. In un campo lungo con un fiume di persone che scorre, all’improvviso e con l’Arc de triomphe sullo sfondo compare il titolo del film producendo un’intensa sensazione straniante.


Una scena del film

In un’opera che ben potremmo definire corale, aperta come una finestra su un mondo mosso da violente forze centripete, vediamo interagire tra di loro personaggi liminari: il boss del quartiere che si fa chiamare “il Sindaco”; un numero imprecisato di adolescenti “senza tetto né legge”, per citare Agnès Varda; spietati gitani di un circo; sfrontati liceali; comunità musulmane pronte a dispensare ai più giovani dottrine fondamentaliste attirandoli con dolci e bevande. In questa inestricabile matassa si inserisce il poliziotto Stéphane (Damien Bonnard), fattosi trasferire a Montfermeil per stare più vicino al figlio. Il nuovo arrivato entra a far parte della Brigata Anti-Criminalità composta dai colleghi di pattuglia Chris (Alexis Manenti) e Gwada (Djebril Zonga). I due rudi veterani lo mettono subito in guardia preannunciandogli che dovrà ogni giorno combattere in uno Stato dentro lo Stato (ma senza lo Stato).

Ci si ritrova così a fare i conti con le ripercussioni e le conseguenze dell’emarginazione sociale attraverso riprese dinamiche e vorticose, tra le quali spiccano quelle girate con il drone di uno dei giovani protagonisti, testimone suo malgrado di un evento spartiacque. Tutti odiano, senza distinzione di pelle, di ruolo sociale o di età. In un’intervista Ly, cresciuto proprio nel quartiere che senza mezzi termini ha rappresentato, dichiara: «Sento la responsabilità di illustrare la verità del mio mondo al pubblico, ma senza prendere posizioni. Denuncio un problema, nella speranza che i politici facciano qualcosa».


Una scena del film

Ispirato alle turbolente rivolte urbane francesi del 2005, a un certo punto citate da Stéphane, il film si può idealmente suddividere in tre parti. Quella iniziale consente allo spettatore di prendere confidenza con i personaggi e con il contesto delle banlieues: palazzi popolari fatiscenti, rifiuti abbandonati in parchi giochi diroccati dove si ritrovano buńueliani “figli della violenza”, scritte sui muri contro polizia e governo a manifestare un sentimento d’ingiustizia. I poliziotti effettuano controlli, ispezioni e perquisizioni, spesso rei di soprusi e di abuso d’ufficio: uno di essi confida al nuovo arrivato che per non essere sbranati sono costretti a mostrare i denti, giorno dopo giorno, quando ogni dì può essere l’ultimo per tutti. Stéphan, ergendosi a moderno Jean Valjean, tenta di comprendere tutti questi individui che scivolano lungo le pareti di un imbuto sociale, attratti verso il centro e quindi in caduta libera verso chissà dove.

La parte centrale della storia prende piede con il furto, compiuto dal giovane Issa, di un cucciolo di leone, descritto dal capo spirituale musulmano del quartiere Salah come una metafora della schiavitù. Grazie alla pratica della condivisione su un social network del fatto, i tre agenti rintracciano il colpevole la cui cattura innescherà una serie incontrovertibile di eventi solo all’apparenza destinati a concludersi con il tramonto del primo giorno, definito dallo stesso Stéphane il più terribile della sua vita. È solo la quiete prima di una fatale tempesta.


Una scena del film

Il regista decide di non mettere in scena una rappresentazione manichea delle due fazioni, polizia e abitanti del sobborgo parigino, bensì di dipingere tutti i personaggi sia come vittime sia come carnefici. Ognuno pronto a mordere per non essere morso. Ognuno Cicero pro domo sua. Ma la violenza genera altra violenza, così come la vendetta porta a desolazione e a deserto buio. Il finale sfugge a ogni didascalismo, lasciando attoniti e senza fiato. In soccorso allo spettatore arriva la saggezza di Hugo: «Amici miei, tenete a mente questo: non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori».


I miserabili
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