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Se non sono gigli son pur sempre figli

di Giuseppe Mattia
  Favolacce
Data di pubblicazione su web 18/06/2020  

Dopo il loro esordio alla regia con La terra dell’abbastanza (2018), Damiano e Fabio D’Innocenzo si sono imposti all’attenzione della critica internazionale con Favolacce (2020), pellicola vincitrice dell’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura al 70° Festival Internazionale del Cinema di Berlino. Limitati nella distribuzione cinematografica a causa dell’emergenza Covid 19, i due gemelli hanno fino a ora potuto contare sulle piattaforme streaming che, per quanto provvidenziali, non rendono giustizia a un film pensato e realizzato per essere fruito sul grande schermo.

In una soleggiata periferia romana, col frinire assordante delle cicale come colonna sonora, i registi romani dipingono una realtà marginale potenzialmente universale e priva di precise coordinate temporali che riecheggia Dogman (2018) di Matteo Garrone, al cui soggetto non a caso i D’Innocenzo hanno messo mano. In questo limbo galleggiano una dozzina di personaggi tra i quali è difficile riconoscere il protagonista: una coralità centripeta sul punto di implodere. Motore dell’azione è la miseria umana nascosta tra le stanze di villette a schiera simili a quelle statunitensi, con giardino, barbecue e piscine gonfiabili.

Una scena del film
Una scena del film

Il film si apre con nubi e temporale, preludio di una tragedia incombente. Prende la parola una voce fuori campo (Max Tortora). L’espediente narrativo è il ritrovamento di un diario le cui memorie cessano all’improvviso, lasciando al narratore onnisciente la precisa missione di continuare la storia interrotta. «Quanto segue è ispirato ad una storia vera… la storia vera è ispirata ad una storia falsa… La storia falsa non è molto ispirata». La voce asettica di un giornalista irrompe nel soggiorno di una delle abitazioni: prima di suicidarsi, due giovani genitori hanno affogato nella vasca da bagno la figlia appena nata. È un incipit programmatico che mette in guardia lo spettatore sulla faida tra adulti e bambini che si dipanerà lungo il film. I primi si presentano come entità volgari, sboccate, ciniche, frustrate, armate di un romanesco che ricorda alcuni primi film pasoliniani. Al pari dei personaggi di Michael Haneke, anche i bambini si pongono all’insegna della negatività in quanto specchi di un’educazione torbida e di una società castrante. Ma come disse Jean Cocteau nel suo Le sang d’un poète (1930): «Gli specchi farebbero bene a riflettere un po’ di più prima di rimandare le immagini». Sconfitti in partenza, intraprendono un percorso di (de)crescita attraverso la scoperta della sessualità, delle problematiche relazionali, dell’ipocrisia imperante. Invece di fuoriuscire dalla palude melmosa lentamente vi affondano.

Una scena del film
Una scena del film

La macchina da presa è portavoce di una decisa ricerca stilistica e di una forte consapevolezza del mezzo cinematografico attraverso angolazioni e posizioni inusuali (la scena è proposta attraverso vetri deformanti, specchi, fotocamere di smartphone e riprese subacquee). Di non poco conto anche la scelta di inquadrare dettagli all’apparenza insignificanti come, in una delle sequenze iniziali, un gruppo di formiche nell’atto di divorare un insetto più grande, terribile profezia di una guerra quotidiana per la sopravvivenza. I registi, insieme all’autore della fotografia Paolo Carnera (già collaboratore di Stefano Sollima e Paolo Virzì), adottano obiettivi grandangolari per racchiudere (o rinchiudere) i vari nuclei familiari; tra gli altri, la famiglia Placido seduta a tavola per cena nella scena in cui il disoccupato e violento padre Bruno (Elio Germano) sventa il soffocamento del diligente ma impudente figlio Dennis (Tommaso Di Cola), il tutto ripreso in campo lungo a simulare una visione voyeuristica.

Una scena del film
Una scena del film

Il racconto procede in forma episodica attraverso il montaggio alternato ad opera di Esmeralda Calabria (collaboratrice di Nanni Moretti e Giorgio Diritti); le diverse storie sono destinate a incrociarsi, dalla rassegnata ragazza con problemi di apprendimento rasata dalla madre come una moderna Renée Falconetti, al ragazzo che vive col padre bifolco e insensibile in una specie di baracca, fino alla poco più che maggiorenne ragazza incinta presentataci con lividi sul corpo e sigaretta tra le dita, disposta a concedersi per soldi. Non c’è volontà di riscatto, di fuga dall’ombra e dallo squallore di un contesto che non è quello paesaggistico di Sacro GRA (2013) di Gianfranco Rosi ma quello interiore che ingloba individui impreparati e deboli.

La chiave di volta di questa fiaba sporca e ignobile è rappresentata dal personaggio del professore, “cattivo maestro” che ricorda il signor Enning di Germania anno zero (1948) di Roberto Rossellini, fautore dell’orrore finale trasposto sullo schermo con un fuori campo e un Germano sopra le righe sulla cui versatilità si sprecano gli aggettivi. Ritroviamo infine la voce del narratore, autodefinitosi annoiato dalla vita e intenzionato a tessere le fila del racconto a suo piacimento, riportando il tutto al principio in una sorta di tentativo catartico. Lo spettatore, in balia del vortice di una crisi collettiva, assiste impotente e inorridito a un epilogo di dolore: i protagonisti sono definitivamente intrappolati in un cosmo caotico e cieco. Favolacce rappresenta quel coraggio drammaturgico che tanto mancava al cinema italiano e che farà certamente parlare di sé.



Favolacce
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