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Il (vero) trionfo della volontà

di Giuseppe Mattia
  A Hidden Life
Data di pubblicazione su web 11/06/2020  

Titolo ispirato al romanzo Middlemarch (1874) della scrittrice inglese Mary Anne Evans, meglio conosciuta come George Eliot, La vita nascosta (2019) è un film programmatico che rivela la sensibilità e il deciso orientamento poetico di Terrence Malick.

 

La storia della famiglia Jägerstätter comincia nel 1939, un anno dopo l’Anschluss, punto di non ritorno per gli austriaci. August Diehl, noto per l’interpretazione nel tarantiniano Inglourious Basterds (2009), indossa i panni di Franz, uno dei protagonisti della vicenda. La pellicola ci presenta l’abisso che ingoia non tanto chi va a morire ma soprattutto chi resta a casa ad affrontare il vuoto e l’attesa. Senza titoli di testa e senza premure verso lo spettatore, il regista dell’Illinois mostra immagini di repertorio del Terzo Reich di riefenstahliana memoria sormontate dalla a lui tanto cara voce fuori campo.


Una scena del film
Una scena del film

 

In un paesaggio suggestivo e incontaminato i coniugi Jägerstätter e le loro figlie conducono una vita serena e senza ombre, nella semplicità della fede e del lavoro tra i campi, circondati da montagne materne. Si inizia a comprendere la natura del protagonista quando, davanti al saluto nazista di alcuni soldati, rimane con le mani (o con i pugni) in tasca. L’equilibrio della vicenda è incrinato ma non ancora frantumato quando il padre di famiglia viene chiamato per l’addestramento militare. La Francia si arrende e la guerra sembra stia passeggiando sul viale del tramonto. Ma la Storia ha altri piani per l’Europa: l’insensatezza del conflitto mondiale riprende vigore e con ferocia richiama alle armi gli uomini, tutti costretti a giurare fedeltà al “Re dei terrori”. Franz invece, per parafrasare Erasmo da Rotterdam, si appella al libero arbitrio concessoci da Dio per manifestare la sua protesta contro l’abominio di sventrare con una baionetta nemici innocenti con la sola colpa di essere nati in un Paese diverso dalla Germania.

 

Inizia così la sua personale battaglia tra ciò che è giusto e ciò che è facile, in un mondo che con superficialità si abitua al male dilagante e imperante. I suoi porti sicuri sono Dio e la famiglia, le preghiere e le carezze sull’erba, in un ritmo così pesato e ponderato da lasciar percepire ogni singola emozione. Malick sembra riportarci nell’amenità vista in The Tree of Life (2011), tra le pieghe dolci degli affetti familiari riflessi di un macrocosmo inintelligibile. E lo fa con lente carrellate a seguire e con le ammalianti inquadrature dal basso che sembrano schiacciare gli attori sul soffitto di legno o addirittura contro il cielo; d’altronde ogni suo film è un manuale di grammatica cinematografica. Lo spettatore è testimone, ma anche compartecipe, della progressiva presa di coscienza di Franz nei confronti del martirio imminente che coinvolgerà anche la sua famiglia, intrappolata in un contesto sociale pavido e ostile.


Una scena del film
Una scena del film

A Malick basta la camera a spalla e i suoi ormai celebri campi lunghissimi per rappresentare la dicotomia uomo-natura. E quali metafore migliori delle montagne, delle nuvole, dei fulmini e del fumo per illustrare il preludio dell’orrore in agguato? Attraverso un montaggio parallelo assistiamo sia alla battaglia di Franz contro un intero sistema timoroso di esporsi, sia alle angherie degli abitanti del villaggio nei confronti delle Jägerstätter, a partire dal sindaco sostenitore convinto del nazismo fino ai bambini. Nessuno è innocente durante la guerra: conta solo sopravvivere. A differenza del cruento The Thin Red Line (1989), nella rappresentazione del conflitto bellico non viene mostrata nemmeno una goccia di sangue. Il dolore e la sofferenza, a tratti insostenibili, prendono vita nella solitudine dei due coniugi, vittime ognuna a proprio modo: źNon preoccuparti per me, prega╗. Basta questa frase di Franz alla moglie Fani per comprendere la sua vocazione al martirio in nome di un bene superiore.

 

Il film diventa allora una sorta di romanzo epistolare su pellicola, colmo di emozioni e di rabbia per l’immane ingiustizia di cui siamo testimoni. Con un ritmo lento e ammaliante, diremmo oggi “malickiano”, lo spettatore si ritrova ad attendere l’incontrovertibile, il preannunciato sin dai suddetti pugni in tasca, ribadito in via definitiva dalla (purtroppo) ultima interpretazione di Bruno Ganz. E il protagonista di questa piccola storia ignobile accetta la sua sorte, consapevole che il suo sacrificio, pur rimanendo per decenni muto, lascerà alle figlie una lezione: è meglio subire un’ingiustizia che compierla.




La vita nascosta
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