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La lunga notte di Prometeo

di Rosa Carbone
  Da Prometeo. Indomabile è la notte
Data di pubblicazione su web 10/03/2020  

Simbolo di ribellione e di libertà contro il potere, quello di Prometeo è uno dei miti più misteriosi e affascinanti della cultura classica greca. Prometeo è il titano indomito che sceglie di disobbedire al più grande tra gli dei in nome di una causa più importante: rubando il fuoco dall’Olimpo, il personaggio greco dona agli uomini la conoscenza, diventando l’eroe generoso che combatte a favore dell’umanità. Le sue ricadute teatrali sono state numerose e diversificate, a conferma delle svariate possibilità di identificazione e adesione che esso fornisce. Tra i registi del Novecento che si sono confrontati con il testo di Eschilo, ricordiamo Luca Ronconi e Claudio Longhi: il primo inserisce la tragedia del titano nell’ambito di una poderosa trilogia – di cui fanno parte Le Baccanti e Le Rane – e la mette in scena al Teatro Greco di Siracusa; Longhi dieci anni dopo allestisce nel medesimo teatro il suo imponente Prometeo.


Un momento dello spettacolo
© D. Burberi

Allo stesso soggetto è dedicato il recente Da Prometeo. Indomabile è la notte andato in scena al Fabbricone di Prato per la regia di Oscar De Summa. Dopo La cerimonia (2017) incentrata sulla figura di Edipo, il regista torna a indagare il valore della mitologia nella contemporaneità con uno spettacolo che affronta il tema dell’incontro con l’Altro, con il diverso e con il progresso. Il collegamento con le vicende del Prometeo eschileo appare debole, fondandosi semplicemente su una serie di radi rimandi. Qui i personaggi sono ridotti a quattro: il titano diventa una ragazza, Tea, figura femminile che si contraddistingue per la forza dirompente e la personalità esplosiva. In lei si intravede il germe di una ribellione, quella contro un sistema che opprime e che decide per tutti, ma anche la rivolta verso sé stessa. Suo fratello è Epi (Epimeteo), personaggio caratterizzato da una sorta di negligente aderenza alla propria condizione esistenziale priva di stimoli ed emozioni; la sua situazione cambierà radicalmente dopo l’incontro con la seducente Pandora, che gli farà scoprire il fascino di sentirsi liberi. Infine, a dirigere le sorti di queste personalità, c’è Aetòs – traduzione letterale di aquila – che si presenta come una sorta di coscienza, di raisonneur pirandelliano che orienta le azioni, i pensieri e le decisioni altrui.

La messinscena di De Summa ripropone una struttura già sperimentata in prove registiche precedenti (si pensi a La sorella di Gesucristo del 2016), quella del racconto suddiviso in brevi sketches che si susseguono dopo l’enunciazione del titolo da parte degli attori. Lo spettatore è posto immediatamente di fronte al finale della vicenda e tutto quello che si svolge dopo altro non è se non l’esplicazione delle cause che hanno condotto la protagonista a questa conclusione. Il linguaggio adoperato alterna un parlato quotidiano e colorito a espressioni dal timbro poetico, i monologhi di Aetòs che spostano l’attenzione verso riflessioni più profonde. Le parole assumono un valore primario grazie all’utilizzo quasi esagerato e ridondante del meccanismo del loop station. Le frasi vengono pronunciate e poi registrate, continuando a risuonare nello spazio cariche di intensità e suggestione. Le riflessioni proposte da De Summa colpiscono lo spettatore inducendolo a un sorriso amaro, a un’affascinante riscoperta di pensieri e considerazioni sull’esistenza. Chi sono io? Cosa è racchiuso nel concetto stesso di «io»? Sono le domande che costellano gli interventi del regista-attore i veri punti di forza dello spettacolo.


Un momento dello spettacolo
© D. Burberi

La scena progettata da Francesco Fassone è completamente spoglia: una parete con macchie dai colori cupi, sulla quale vengono proiettati i giochi di luce realizzati da Matteo Gozzi. I costumi, di fattura moderna, connotano ulteriormente i personaggi: il nero di De Summa è abbinato alle tonalità sgargianti degli abiti succinti di Tea che simboleggiano la forza della sua scintilla e si contrappongono ai colori pastello di Epi. Indiscusso protagonista dello spettacolo è l’uso della voce associato a quello delle musiche e dei suoni: urla esasperate alternate a versi sussurrati con voce bassa e calda, rumori e parole la cui portata espressiva è enfatizzata dagli effetti sonori. A essi si affiancano le musiche, tra cui spicca Space Oddity di David Bowie, canzone inizialmente solo accennata, poi sussurrata e infine urlata come canto liberatorio.

Se la prova attoriale di tutti è ricercata e intensa, a risaltare è soprattutto l’eclettismo e l’originalità di De Summa, che coinvolge e diverte il pubblico mediante una performance colorata da risate esorcizzanti, sguardi alienati e ironiche provocazioni. Altrettanto mirabile la prestazione di Marina Occhionero – premiata agli Ubu come miglior attrice under trentacinque – che si districa con disinvoltura tra l’iniziale recitazione in stile rap, le confidenze sussurrate al microfono e la rabbia disperata del finale.


Un momento dello spettacolo
© D. Burberi

È proprio il finale a ribaltare questo percorso che sembrava procedere verso l’autodistruzione di Tea, tramite la riproposizione di quella prima scena che aveva avviato lo spettacolo. Il cerchio si chiude con un cambiamento capace di dare speranza e di creare quel famoso “lieto fine” cui, probabilmente, era tesa l’intera rappresentazione. Questa volta Tea non intende più suicidarsi e, sulle note di Bowie, pone fine alla sua storia con un lungo monologo che chiama in causa la paura, la notte, il senso delle proprie azioni, la forza di un fuoco rivoluzionario e l’intero mondo interiore che la convincente performance dell’attore-regista riesce a far emergere.



Da Prometeo. Indomabile è la notte
cast cast & credits
 

Un momento dello spettacolo
visto al Fabbricone di Prato il 1° marzo 2020
© D. Burberi

 
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