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Berlinale 70: buona la prima

di Sara Mamone
  Berlinale 70: buona la prima
Data di pubblicazione su web 02/03/2020  

Era molto attesa questa Berlinale, per il cambio della guardia dopo il ventennio di Dieter Kosslick, unico dominus di una macchina organizzativa e artistica dalle dimensioni sempre più ampie. Il festival di Berlino infatti negli ultimi anni aveva sempre più allargato la sua funzione popolare coinvolgendo davvero tutta la città ed estendendo le proposte ben al di là dei cinema di riferimento e ampliando l’offerta ben al di là dei generi tradizionali.

La nuova direzione ha sdoppiato le funzioni e affidato all’italiano Carlo Chatrian la responsabilità artistica e a Mariette Rissenbeek quella organizzativa. È riuscita così a conservare lo smalto dell’appuntamento, nonostante una serie di impicci e calamità che avrebbero fatto inorridire Napoleone che, come è noto, a un generale bravo preferiva un generale fortunato. Nel loro piccolo Chatrian e Rissenbeek hanno superato l’impasse della malasorte dando una bella dimostrazione di professionalità e tenacia.

Non ci siamo certo trovati davanti a un’edizione scintillante di capolavori ma certo questa settantesima edizione non ha tradito lo spirito della manifestazione. Attenta anche a un “altrove” cinematografico non sempre facile da reperire (e in questo le sezioni collaterali che hanno portato a circa trecentocinquanta le proposte non sono certo meno istruttive di quella principale), la manifestazione ha offerto comunque opere e temi di notevole riflessione. Con un colpo d’ala finale che l’ha riportata ai vertici di quell’emozione artistica che altre volte era stata annebbiata da scelte ideologiche. Giunto di soppiatto quando ormai la scelta dei premiabili si riduceva a pure opzioni di gusto, è piombato nella sala, a tempo ormai quasi scaduto, l’iraniano Sheytan vojud nadarad (There Is No Evil), ed è stato subito evidente che la giuria aveva un compito facilissimo (o difficilissimo) e che Chatran sa bene il suo mestiere (ampiamente consolidato nella lunga gestione del Festival di Locarno).

Si sa, le giurie a volte sono bizzarre e quindi avrebbero potuto passare sotto silenzio il bellissimo film, suscitando un, comunque piacevole, polverone di dibattito. Oppure avrebbero potuto inserire il proprio voto in un’urna che poteva portare i segni di un’indiscutibile unanimità. E poi giocare garbatamente con gli equilibri di una distribuzione di premi alleggerita dalla responsabilità maggiore. E così è stato con un meritato Orso d’Argento al solo film (Never Rarely Sometimes Always dell’americana Eliza Hittman) che poteva tallonare il competitore, ma troppo garbato, troppo sommesso, troppo “in minore” rispetto alla forza morale ed espressiva dell’iraniano. Affidato all’incantevole interpretazione di Sidney Flanigan e Talia Ryder con un andamento apparentemente on the road, il romanzo di formazione (drammatica formazione poiché le due adolescenti devono lasciare la Pennsylvania per consentire alla più giovane il diritto all’aborto) sottende con delicata fermezza un problema politico di grande portata. Avremmo visto volentieri un premio per la miglior interpretazione femminile dato alle due esordienti.

Ma nell’equilibrio generale non pare certo sconveniente il premio assegnato a Paula Beer, protagonista di Undine di Christian Petzold, uno dei migliori registi tedeschi, habitué della Berlinale dove non ha ancora trovato la carta vincente. Anche l’Estremo Oriente ha avuto il suo compenso con Domangchin yeoja in cui il coreano Hong Sang-soo ha arricchito la cinematografia del suo paese con un film intimista, una delicata storia femminile fatta di sfumature e toni sommessi. Lasciamo per ultima l’Italia che ha ipotecato dalla prima sera il premio per la miglior interpretazione maschile di Elio Germano in Volevo nascondermi di Giorgio Diritti e si è presa la gran soddisfazione di vedere l’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura a Fabio e Damiano D’Innocenzo, fratelli romani autodidatti, rivelati proprio a Berlino due anni fa nella sezione panorama con il film d’esordio La terra dell’abbastanza. Ora consacrati. 

Arrivederci.







Una scena del film Orso d’oro Sheytan vojud nadarad di Mohammad Rasoulof









Una scena del film Never Rarely Sometimes Always di Eliza Hittman, Orso d’argento Gran Premio della Giuria









Elio Germano, orso d'argento al miglior attore, in una scena del film Volevo nascondermi (Hidden Away)




 
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