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Il respiro dell’uomo nel cosmo

di Gianni Poli
  Metamorphosis
Data di pubblicazione su web 18/12/2019  

La rassegna mitologica e poetica di Ovidio è il centro ispiratore dell’ultima creazione di Virgilio Sieni, sebbene anche Canetti, Deleuze e Guattari partecipino al Programma con alcuni stimoli filosofici ed espressivi. Continuità con prove precedenti e (qualche) ripetizione sono palesi, dalle prime sequenze dello spettacolo visto in tournée a Genova, segno di costanza compositiva e forse d’un calo di audacia inventiva. Difatti lo spazio scenico è stagliato (come in Petruška) da veli, questa volta disposti a strati in profondità che salgono, scendono o vengono attraversati dagli interpreti. Ed è presente sul proscenio la “quarta parete” (membrana in plastica trasparente), quale indizio storico d’una relazione convenzionale fra scena e spettatori; mentre sono i diaframmi interni, su tre ordini, a mutare contorni e visibilità (o pixel di risoluzione, per attualizzare) delle figure danzanti nel gioco performativo.

Libero ora da una musica già connotata, come avveniva nell’incontro con Stravinskij, il coreografo toscano sceglie musiche di Arvo Pärt, talora di potente asprezza sonora (d’archi soprattutto e percussioni), altrimenti di ascetica, metafisica tensione e variazione virtuosistica. Nella fedeltà al poema delle mitiche trasformazioni, la vicenda sembra proporre una cosmologia del rinnovamento (o sviluppo), nella quale la centralità della persona umana viene rappresentata dal respiro, dono fisiologico dapprima, indi spirituale: probabile ricordo dell’opera Un respiro realizzata da Sieni nel 2006 su testo di Samuel Beckett.


Un momento dello spettacolo
@ Centro nazionale di produzione Virgilio Sieni

In sensibile analogia fra macro e microcosmo, si esplora la pulsazione dell’organismo vivente e la si raffigura nello spazio, traendola da uno sfondo scuro a un’evidenza crescente. L’animale e l’uomo, sua evoluzione, sono affiancati e confrontati grazie al possesso condiviso d’un pensiero che si fa gesto e movimento, incessanti, ma non traumatici o convulsivi. L’azione appare allora come un continuo scambio di energie e di volontà di affermazione e/o di pura presenza. Il disegno spaziale crea un luogo della mente, percepibile nel rapporto fra uomo e natura, che viene suddiviso in sequenze regolate dal tempo musicale e dalla dislocazione dei punti cardinali sulla scena, individuabili in ante/retro; prossimità/lontananza, lungo un asse orizzontale rispetto al palcoscenico non turbato da salti o fughe metaforiche. Sono appunto i velari a consentire le variazioni di visibilità e di pregnanza delle figure – singole, coppie, gruppi – in conformazioni anch’esse cangianti da flessibile sinuosità ad aderenza plastica al suolo.

La metamorfosi avviene dunque innanzitutto mediante la fusione dei diversi elementi, visivi, dinamici e sonori. Al sorgere delle prime figurazioni (meglio, delle silhouettes danzanti), sulla musica di Cantus in Memory of Benjamin Britten, si osserva il profilo d’un impalcato di corna di cervo. L’animale si completa e poi si leva, lento, a quattro zampe, fino a staccarsi dal suolo. Sincronico, il profilo del corpo umano vi si sovrappone e nel moto sembra maturare, aspirare a perfezione ideale, finché planando ancora il cervo sparisce, all’apparire d’altri umani in formazioni cangianti. Il crescendo della musica non viene sottolineato dalla danza dei corpi moltiplicati e addensati, che effondono il senso d’una sessualità sfumata, livellata in androginia: da cui lo scambio polivalente di maschile e femminile negli interpreti raffinati, tesi a conquistare ieraticità dalla pesantezza dei corpi.


Un momento dello spettacolo
@ Centro nazionale di produzione Virgilio Sieni


Lungo volute che equilibrano i pas-de-deux e i blocchi d’assieme, s’inaugura un processo orientato all’esito finale, sostenuto dal movimento trascinante del brano musicale, dal ritmo individuabile in Silouans Song. Allora si staglia l’ombra di una grande ala sospesa, metonimia dell’uccello in volo, alla quale l’uomo si paragona con sforzo dolente, dedizione ardua e generosa, quasi lotta simbolica fra leggerezza e gravità. Attraverso esercizi d’equilibrio – per i quali la musica colmandosi d’archi si fa più sontuosa (nell’esecuzione registrata dal vivo dell’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, diretta da Chloé vans Soeterstède) – il profilo del danzatore si protende alla ricerca d’un pensiero diventato postura o, viceversa, d’un gesto pensante. La fatica interiore è graduale e progressiva, senza scatti o asperità perturbativi. Un simbolismo accentuato segna la discesa dell’ala, dal culmine al terreno, quando anche l’uomo si curva e si stende al suolo. Prostrazione equivalente a una resa o a una pacificante accettazione d’un destino universale, nel quale il personaggio, debole e nudo, riecheggia il burattino Petruška che muore.

Nella luce uniformemente diffusa spicca a tratti dal fondo un punto, ora rosso ora azzurro, di contrasto cromatico, a segnalare mutamenti, tanto più ingenti esteticamente quanto più lievi e discreti. La raffinata semplicità, la purezza della tecnica coreutica deludono attese sensazionali, slanci emozionanti e si affermano nella razionalità della partitura, aerea e severa, che precipita ineluttabile nell’immobilità silenziosa.




Metamorphosis
cast cast & credits
 


Virgilio Sieni

 
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