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Lotta di classe in un interno

di Luigi Nepi
  Parasite
Data di pubblicazione su web 14/11/2019  

C’è uno strano vento dell’est che soffia recentemente sul Festival di Cannes. Se l’anno scorso la Palma d’oro era imprevedibilmente (ma meritatamente) andata al giapponese Affari di famiglia di Hirokazu Kore-eda, quest’anno è stata bissata dall’altrettanto imprevedibile (e altrettanto meritata) vittoria di Parasite del coreano Bong Joon-ho, che finalmente arriva anche sui nostri schermi. Verrebbe da pensare a un’improvvisa presa di coscienza dell’importanza e della qualità del cinema proveniente da quella parte di mondo, e in particolar modo dalla Corea che, dietro ai “soliti” Kim Ki-duk e Park Chan-wook, rivela non solo una cinematografia e un sistema produttivo tra i più vivaci e ricchi, ma soprattutto una serie di autori che meriterebbe una diversa considerazione a livello internazionale.

Riprova della vitalità del cinema coreano è proprio il lavoro di Bong Joon-ho che, dopo due buone, anche se non esaltanti, esperienze americane (il bello, ma didascalico Snowpiercer e il non impeccabile Okja), torna a lavorare in patria (e con Song Kang-ho, suo alter ego sulla scena) recuperando la sua originaria e originale forza creativa.


Una scena del film

In Parasite la famiglia Kim vive di espedienti in un seminterrato nei bassifondi di Seul, senza alcuna prospettiva se non quella di sopravvivere ai propri fallimenti, fino a che un amico offre al figlio la possibilità di fare da tutor per la lingua inglese a una ragazzina dei quartieri alti. Qui il ragazzo scopre letteralmente un mondo “altro” rispetto al suo: così radicalmente diverso da fargli subito pensare a un “piano” che permetta, in modo più o meno ingannevole, di “inoculare” tutta la sua famiglia all’interno della villa e della vita dei ricchi Park, estremo tentativo di sfuggire a una situazione di predestinata indigenza. Ma il destino è già indelebilmente impresso sulla loro pelle sottoforma di un odore acuto cui sono ormai abituati e del quale non sono più consapevoli. Nel frattempo il loro piano, apparentemente ben congegnato, si scontra con una realtà che non li vede i soli ad aver pensato a questa possibilità…

Compreso tra due inquadrature apparentemente identiche, ma in realtà di senso diametralmente opposto, Parasite mette in scena un particolare conflitto di classe che si colloca retoricamente nella carne viva di un contesto sociale che appare a tutti ineludibile e in cui nessuno si pone più il problema causato dalle enormi differenze dovute alla sua stratificazione. Una lotta sterile, priva di una vera finalità, dove l’unica soluzione possibile è di tipo privato, sostanzialmente egoistica, che non può che degenerare in una grottesca guerra tra poveri, decisi a farsi “parassiti” di un sistema solo per ottenere quelle che in fondo sono la tranquillità e la dignità di un lavoro sicuro.


Una scena del film

Ma, alla fine, chi è il vero “parassita”? Il povero che si introduce surrettiziamente nello spazio del ricco per procurarsi quello che invece dovrebbe spettargli, oppure il ricco che in modo sfacciatamente ostentato deve il suo stato – anche e soprattutto – a quelle stesse disuguaglianze sociali? È proprio nella rappresentazione dello spazio in cui i protagonisti vivono, si muovono, si amano, si nascondono, si “massacrano” che questo interrogativo trova il suo senso più profondo. All’orizzontalità del treno classista di Snowpiercer, Parasite sostituisce la più realistica verticalità strutturale e urbanistica delle sue case, non più semplici sfondi metaforici o oggetti tangibili di una differenza di classe, ma veri e propri soggetti attivi nell’azione, che interagiscono con i personaggi: li contengono, li limitano, li occultano, li ostacolano, si ribellano, dando origine a un vero e proprio processo di personificazione dove le case diventano “senzienti”. Soprattutto l’avveniristica e domotica villa dei Park (vittima dei “parassiti” ancor prima che dei suoi stessi proprietari) da spazio scenico si trasforma nel principale motore del conflitto narrativo, formale e visivo del film: una casa “parlante” che diventa luogo straniante e retoricamente allegorico, dove il rigore funzionale si confonde con l’illogicità delle pulsioni emotive. Una razionalità progettuale che contiene al suo interno lo scenario assurdo dell’horror e rende inevitabile che proprio lì, con un’improvvisa, tarantiniana accelerazione finale, tutta la storia collassi.


Una scena del film

Quello di Bong Joon-ho è un cinema liquido, mercuriale, che all’interno di uno stesso film attraversa generi e registri: qui spazia dal comico, alla commedia, al con movie, al thriller, fino all’horror e al gore – specchio iperbolico e ancora una volta allegorico della vita – dove il realismo viene raggiunto attraverso l’apparente inverosimiglianza del racconto e della sua messa in scena. Gli stessi personaggi appaiono pirandellianamente in cerca di un autore che ne ridefinisca il rispettivo ruolo sociale, tanto da essere ben contenti di poter recitare la parte prevista dal copione di quel “piano” che si sono dati per mettere in atto il loro tentativo di riscatto, salvo poi arrivare alla paradossale e contemporaneamente logica conclusione che «solo se non hai un piano, niente può andare storto». E questo al cinema come nella realtà.



Parasite
cast cast & credits
 

la locandina del film
La locandina

 
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