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Sincretiche sonorità
post-novecentesche


di Gianni Poli
  Trilogy in Two
Data di pubblicazione su web 29/10/2019  

Sulla scena del Teatro Duse di Genova appare subito esplicito l’impianto sonoro di quest’opera di teatro musicale da camera: le percussioni e l’attrezzatura elettronica, a sinistra; a destra, il complesso strumentale. Al centro, un alto specchio e una pedana praticabile raccordata al proscenio e alla platea. Così l’aire de jeu stabilisce il rapporto fra scena e sala, per una partecipazione reattiva dello spettatore.

Andrea Liberovici ripropone un suo progetto già sperimentato, da Urfaust e Figli dell’uranio (2005) a Operetta in nero (2011) e a Faust’s Box (2016), per dargli una nuova coerenza e un nuovo significato. È l’occasione, nell’esegesi di Angelo Foletto, per verificare «la grande bellezza del teatro (musicale) di oggi tra opera e cinema» (Programma di sala, p. 53). Il lavoro è molto colto e stratificato, ricco di rimandi, allusioni, citazioni; nell’insieme mira a creare un “mosaico” d’elementi suggestivi, sia musicali sia verbali sia visivi, in forma di fenomeni cosmici o di minimi fatti personali, distribuiti in simmetria geometrica. Il libretto in inglese (sovratitolato in italiano) corrisponde alla partitura per l’organico, specificato in voci, clarinetto, elettronica, quartetto d’archi e percussioni.


Un momento dello spettacolo 
© Alfredo Anceschi

I “movimenti” sono distribuiti nelle tre parti in cui è scandita l’opera: Faust’s Box, Florence, Madrigal for 9 Rooms. Ne è protagonista MeFaust, un ambiguo Mefistofele-Faust (interpretato da Helga Davis, personalità androgina en travesti) a confronto incessante con sé stesso, nel riflesso che rimanda un grande specchio (e schermo video) in un dialogo variegato di motivi. In questo dispositivo affiorano, talvolta con qualche pesantezza, le fonti letterarie e filosofiche. Dal capolavoro di Goethe, Liberovici divaga infatti verso suggestioni memoriali, anche visive; momenti di un’infanzia mitica e conflitti con le domande esistenziali maggiori. Per ciò si serve delle voci (registrate) del Ghost Writer nel Prologo (Ennio Ranaboldo) e del Narratore (Robert Wilson).

Dal Faust originale, molto caro all’autore che lo ha frequentato in Urfaust e reinventato in Faust’s Box, provengono i temi del Prologo, domande sul senso imperscrutabile della vita («Prendete a piene mani la vita!»), sulla formazione delle idee nella ricerca del sapere condotta da quel campione della sensibilità europea: «Faust. Diciamo che il suo nome è il Logo di questa trasformazione» (ibid.). Tanto che, nell’ipotesi in progress, dovrebbe animare un’immagine dell’Europa, multiforme disegno nelle tessere di un mosaico culturale, comprendente la figura di Florence Nightingale, benemerita riformatrice dell’assistenza medico-ospedaliera, e la città di Venezia, scrigno e modello d’una bellezza scampata al tempo e alla Storia.


Un momento dello spettacolo 
© Alfredo Anceschi

L’operazione è complessa per strumenti di comunicazione e obiettivo artistico. I mezzi sono la narrazione poetica e il canto, la sonorità musicale o rumoristica, prodotti e diffusi da tecniche alquanto sofisticate. Così le percussioni tradizionali (tamburi, vibrafono) si integrano con suoni “concreti”, quali martelli e parti di lavatrice. La componente affidata al quartetto classico genera atonalità neoavanguardiste e ironici traviamenti (fino alla parodia) di generi attuali, dal pop song al gospel. Spesso i musicisti presentano una gestualità esibita, contestuale all’effetto emotivo della dizione poetica o concettuale. Revisione critica delle forme tradizionali e un po’ di nostalgia si scontrano in ricorrenti incisi ideologici, nei quali l’eventuale moralismo viene bilanciato dalla contestazione scherzosa dei giudizi.

Memorabili alcune “arie” che diventano canzoni e alimentano l’incerto andamento da musical in numeri godibili: il canto Hypothalamus, «Oh hypothalamus / where are you in my body», in forma di gospel a ricalco di Happy days, e lo sfogo del Capro espiatorio incazzato «Fuk You», che viene eseguito da un icastico coretto a cappella. Nel fiume impetuoso della voce della Davis (un timbro “baritono”, modulato dal microfono) si ascolta il fluire e il frangersi delle acque e il palpitare delle viscere, mentre i ritmi trascorrono da cadenze afro a fraseggi jazz o swing. Del resto, è lei l’agente principale che consente di «cantare (con) i gesti, recitare (con) i suoni». Rischiando la libertà assoluta, Liberovici sembra inseguire un «mini-delirio wagneriano», in quanto autore di un’opera “totale”; ma se ne salva – osserva Foletto – perché «[ne] è allegramente consapevole e allo stesso tempo ludicamente immune» (Programma, p. 55).


Un momento dello spettacolo 
© Alfredo Anceschi

In rapido tableau vivant si fissa l’apparizione di Florence, che accoglie sulle ginocchia, in posa di Pietà di Michelangelo, la stessa direttrice, Sara Càneva. Nella terza sequenza, «sacra rappresentazione laica del nostro tempo» (Programma, p. 56), appare una Venezia che rinasce splendida dal fango su cui è costruita. Per esprimerla, il madrigale Solo e pensoso di Luca Marenzio (1599) viene rielaborato affinché all’ascolto risulti di contrastato umorismo. Le situazioni evocano L’Enfant et les sortilèges di Colette musicato da Ravel e il connubio musica-pittura mostra affinità con l’esperienza degli artisti fiorentini Daniele Lombardi e Giuseppe Chiari. L’autore cita Prometeo. Tragedia dell’ascolto di Luigi Nono e Einstein on the Beach di Robert Wilson e Philip Glass (ripreso con la stessa interprete nel 2014). L’esito della ricerca compone una drammaturgia “mentale” di vaga impronta surrealista che presume, fino all’insistenza dimostrativa, la fede del compositore nel proprio artificio. Un’attenzione tesa, partecipe, di un pubblico a ranghi ridotti ripaga la prestazione (durata un’ora e quarantacinque minuti con intervallo) raffinata e curata in ogni particolare.



Trilogy in Two
cast cast & credits
 


Spettacolo visto il 22 ottobre 2019
al Teatro Duse di Genova
 
Firenze University Press
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