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Nabucco di domani

di Paolo Patrizi
  Nabucco
Data di pubblicazione su web 21/10/2019  

In un futuro prossimo venturo, popoli in fuga da guerre e sterminio – le macerie delle loro città vengono proiettate su uno schermo – non troveranno in mare imbarcazioni verso porti sicuri, ma viatici per orrori altrettanto devastanti. Dietro la facciata (biblica, come si conviene al Nabucco) dell’arca salvifica, la nave che raccoglie i profughi si rivela una trappola per fuggitivi, che li trasforma ipso facto in prigionieri schedati e degradati, animali non più braccati ma in gabbia, carne da macello al pari dei tesori culturali che tentavano di portare in salvo: intere biblioteche finiscono nel tritacarta, mentre le opere d’arte vengono requisite e deposte in teca per pura voluttà di saccheggio.

Quel dualismo tra ebrei oppressi e assiri oppressori che per Verdi, nel 1842, diventava metafora d’un messaggio risorgimentale, unitario e antiaustriaco sembra assumere, in questo nuovo Nabucco al Festival Verdi di Parma, i contorni del thriller fantapolitico. Così, il «Dio di Belo menzogner» della nave (o forse del sottomarino, data la sua natura di mondo parallelo: quasi un postmoderno leviatano, anch’esso di biblica memoria) ha l’involucro d’un nazicristianesimo – o cattofascismo – fariseo e consumista, ben riassunto da un albero di Natale che insuffla facile consenso religioso e spiritualità retrocessa a pacco regalo. Fermo restando, però, che la sua fisionomia più autentica è quella di un commando militare da combattimento, impegnato in mortiferi addestramenti già dalla Sinfonia, e di un dittatore golpista (un monitor ci mostra in continuazione il volto di Nabucco) votato al culto della razza e, soprattutto, di se stesso. Il «Dio verace d’Israello», invece, è quello dei profughi: non una religione ma, più in generale, il più debole da gabellare per nemico, il “diverso” da abbattere, la forza libertaria della letteratura da distruggere. E converrà ricordare come il dualismo tra libro, nella sua declinazione di testo sacro, e potere sia un tema ineludibile già nei versi di Temistocle Solera.


Un momento dello spettacolo 
© Roberto Ricci

Basterebbe questo per affermare che il Nabucco nella lettura del team Ricci/Forte (regista il solo Stefano Ricci, mentre il progetto creativo è a quattro mani con Gianni Forte) si allontana dalla lettera, ma non dallo spirito del testo. Né è solo questione di offrire una lettura politica per un compositore come Verdi, che “politico”, indubbiamente, era. Anzi: limitarsi a tale aspetto significherebbe dimidiare la forza poetica dello spettacolo. Oggi come oggi, si sa, o Nabucco viene aggiornato all’odierno conflitto arabo-israeliano o se ne tenta un’ambientazione risorgimentale, rimasticando l’inimitabile e ormai ultraquarantennale spettacolo fiorentino di Ronconi: trasportandolo invece nel domani (sia pure un domani imminente e niente affatto peregrino), Ricci/Forte non solo deragliano da format precostituiti, ma ci restituiscono un Verdi dove la forza politica fa a meno delle stampelle dell’ideologia. E, soprattutto, le “libertà” della loro ricostruzione drammaturgica non entrano mai in collisione con la musica.

Pochi, ma invasivi, disturbatori tra il pubblico hanno mostrato insofferenza per il mancato rispetto delle didascalie (Ismaele non sottrae Fenena al pugnale di Zaccaria, un momento di forte tensione come S’appressan gl’istanti viene apparentemente disinnescato da una mimica irreale) e per certe lunghe, mute parentesi aggiuntive chiamate a fare da transizione tra un atto e l’altro (i militari che triturano i libri, una scena di annegamento). Tuttavia, nell’impianto oratoriale – assai più che operistico – sotteso alla struttura del Nabucco, lo scioglimento “senza azione” del salvataggio di Fenena non suona come una forzatura. L’effetto straniante che Ricci e Forte imprimono a S’appressan gl’istanti (cantanti fermi al proscenio, mentre dei mimi, nelle vesti cenciose di prigionieri, li circondano come avviluppandoli) restituisce l’idea di tensione irrisolta insita nella struttura “a canone” della pagina, dove ciascuna voce esprime una dopo l’altra – inseguendosi, e mai raggiungendosi – la medesima idea musicale. Quanto a quelli che una manciata di spettatori ha scambiato per gratuiti siparietti, sono due momenti di altissimo impatto teatrale: la distruzione dei libri si trasforma in autentico rituale, l’annegamento dei profughi viene risolto con una stilizzazione materica e poverissima – un bicchiere, un filo blu – di devastante forza emotiva. E in una partitura organizzata “a numeri”, qual è quella del Nabucco, né l’uno né l’altro infirmano minimamente l’arcata narrativa.


Un momento dello spettacolo 
© Roberto Ricci

In questo Nabucco attento ai rapporti tra i personaggi piuttosto che alla natura dei personaggi stessi, più “polifonico” che “solistico”, stupisce trovare voci protagonistiche e mattatoriali (per volume, colore, personalità) come quelle di Amartuvshin Enkhbat e Saioa Hernández: che si siano inserite senza frizioni nella struttura dello spettacolo è la prova migliore non solo della loro duttilità di artisti, ma anche della validità del progetto registico. Lui sfoggia uno strumento fondo e compatto, tanto scuro nelle risonanze quanto morbido dell’emissione, dove gli accenti granitici della prima parte cedono il passo, nel prosieguo, a un “mezzoforte” pastoso come un “pianissimo”: e se il pubblico giovane – o di meno lunga memoria – scorge un epigono di Bruson, questo baritono mongolo d’infallibile idiomaticità verdiana guarda a stelle polari più lontane, a Robert Merrill, soprattutto a Bastianini. Lei, invece, affronta il canto di sbalzo e le escursioni altimetriche di Abigaille mantenendo un’appiombatissima omogeneità del suono, smaltata in alto, perentoria nel grave, sciabolante senza degenerare nel tagliente. Solo nelle frasi dolcissime di Anch’io dischiuso un giorno la cantante sembra faticare un po’: ma lì è Verdi a chiedere un miracolo irrealizzabile, pretendendo quell’oasi di mezzevoci all’interno d’una scrittura di tutt’altro segno. 

Per spessore timbrico e ricchezza di armonici, Michele Pertusi non può competere con i due colleghi. Tuttavia la voce ben proiettata in avanti assicura una ragguardevole risonanza; il lavoro di scavo sulla frase impreziosisce il timbro di per sé grigio, trasformandolo in un bianco e nero ricco di tonalità e sfumature; e pure l’attore risulta tanto misurato quanto compenetrato, dando piena credibilità a quel “prete della resistenza” che, per Ricci e Forte, è Zaccaria. Ivan Magrì imprime, in termini di squillo, la giusta tenorilità a Ismaele, pur sottolineando invece tutta l’antitenorilità di questo personaggio dubbioso, antieroico, perdente: e così facendo giunge alla quadratura del cerchio. Intima nel fraseggio e carnale nel timbro, Annalisa Stroppa compie in un certo senso – con esiti altrettanto ragguardevoli – il percorso opposto: facendo transitare Fenena dall’archetipo di vittima sacrificale a una femminilità energica e volitiva. E l’Anna dolcemente sgomenta di Elisabetta Zizzo, piccolo ma non residuale afflato lirico nella severità monumentale dei concertati, è un cammeo che lascia il segno.

Un momento dello spettacolo © Roberto Ricci
Un momento dello spettacolo 
© Roberto Ricci

Francesco Ivan Ciampa, dal podio, “racconta” bene (tempi spediti ma sempre calibrati, agogica ricca di contrasti) e sa concedersi pure qualche preziosismo (la lunghissima corona sul finale di Va’, pensiero), sebbene l’orchestra, al contrario dell’ottimo coro, non sempre lo segua fino in fondo. D’altronde la narrazione, qui, sta tutta nella regia. Non è facile, peraltro, dire se il Nabucco di Ricci/Forte lasci adito alla speranza (quei libri che i prigionieri leggono a pancia sotto durante Va’, pensiero farebbe pensare di sì: qualche volume della biblioteca si è salvato dalla furia distruttrice della dittatura) o se la morsa dell’inquietudine continui oltre il calar del sipario. Sta di fatto che una messinscena come questa rende oltremodo subdola e sinistra l’ultima battuta dell’opera: quel «Servendo a Jeovha sarai de’ regi il Re» con cui Zaccaria si rivolge a Nabucco ravveduto. I dittatori restano dittatori pure quando cambiano divisa e, forse, tutto tornerà come prima, con la sola differenza che il potere – questa volta – spetterà al messia di un altro Dio. Con buona pace del loggionismo, il melodramma non deve rassicurarci sull’immutabilità del bello: ci volevano due ex enfants terribles del teatro di ricerca per aprire una finestra nuova sul Nabucco.



Nabucco
Dramma lirico in quattro parti


cast cast & credits
 
trama trama

Spettacolo visto il 13 ottobre scorso al Teatro Regio di Parma

Stefano Ricci
Stefano Ricci e Gianni Forte



 
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