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Fatti nostri

di Giuseppe Gario
  Fatti nostri
Data di pubblicazione su web 05/10/2019  

Sulle fondamenta del triangolo industriale il più forte sviluppo del sistema produttivo Milano-Verona ha prodotto «una megalopoli padana facente perno sull’asse metropolitano Milano-Verona» (G. Gario, Sviluppo industriale e crescita urbana in Italia [1951-1971], «Vita e pensiero», 1978, 12, p. 157). A fine anni Settanta gli «equilibri territoriali poggiano su un ristretto gruppo di città, mentre i ben più numerosi insediamenti urbani minori appaiono, se il termine non è eccessivo, “sradicati” dai loro ambiti territoriali e inseriti in una logica i cui centri di iniziativa sfuggono al loro controllo. Ne consegue una netta distinzione circa il significato della presenza urbana: da una parte le città protagoniste della crescita, dall’altra le città eterodirette. Quali siano le implicanze sociali, politiche e culturali di questa divaricazione è compito dei sociologi e dei politologi chiarire, tenuto conto del fatto che il cittadino metropolitano non può esistere senza il cittadino “sub-metropolitano”, il quale sembra quasi una versione spuria – o di seconda generazione – del primo. Entrambi – il cittadino metropolitano e quello sub-metropolitano – partecipano comunque, con una complementarietà di ruoli, di una stessa logica di crescita, che ha coinvolto e amalgamato, pur se in misura ancora insufficiente, tutte le componenti fondamentali di un paese ritenuto, fino a poco più di un secolo fa, una pura espressione geografica. Caratteristica peculiare di questa logica è il dinamismo» (ivi, p. 159).

Messo a tema negli anni Ottanta nel Progetto Milano dell’Istituto Regionale di Ricerca della Lombardia, il dinamismo si è concretizzato in moda e media nel sistema Milano-Verona, a valle di una strategia della tensione che al partenariato europeo e internazionale opponeva la nostra debolezza di nazione e stato. «Un miscuglio vario di individui i quali vogliono opprimere il popolo, e non ne son capaci, a quella guisa in cui il popolo non vuol essere oppresso, e non ha sufficiente energia per difendersi da sé. Si immiseriscono, grandi e plebe, nella astuzia calcolatrice di piccolo conio, nella contesa frammentaria in cui non è serietà di proposito determinato, e neppure la formale grandezza dell’eroismo personale: hai la materia, supina nell’attendere la virtù del principe che tenga “con li sua ordini” animato lo universale e infonda la vita dove è un oscuro vegetare di sensi imbelli. La manna deve cadere dal cielo: e gli uomini stanno col becco aperto ad aspettarla» (F. Chabod, Introduzione a N. Machiavelli, Il Principe, Torino, UTET, 1924, p. XXII).

La manna è ora la «rivoluzione che verrà dagli attori più importanti dell’economia digitale, giganti con mezzi finanziari, tecnici, mediatici e politici considerevoli che si posizionano con chiarezza per dominare, soli o associati, il gioco della produzione urbana in tutte le sue componenti. Sono portatori d’una visione utilitaristica, tecnicistica e liberale dello sviluppo urbano che diverge radicalmente dalla concezione europea della città politica. Pochi responsabili politici hanno già preso piena coscienza di questa urgenza e della posta in gioco: economica (un terzo dell’economia dei paesi sviluppati è oggi derivata dalla costruzione e dal funzionamento delle città), ma anche ecologica, sociale, societaria, culturale e geopolitica» (J. Haëntjens, Comment le géants du numèrique veulent gouverner nos villes. La cité face aux algorithmes, Paris, Rue de l’èchiquier, 2018, p. 239). «Le città politiche non potranno affrontare da sole e in disordine gli appetiti dei giganti del digitale. Avranno interesse a rafforzare le loro alleanze con altri attori politici» (ivi, p. 136).

È l’attualità della questione che Chabod tramanda e torna «ogni volta che, cambiando le sfide del presente, si è spinti a voltarsi indietro e a riflettere sulle parole di Antonio Gramsci: “Realmente l’unità nazionale è sentita come aleatoria, perché forze ‘selvagge’, non conosciute con precisione, elementarmente distruttive, si agitano continuamente alla sua base”. Oggi quelle forze selvagge si manifestano di nuovo. Vediamo affiorare spaccature profonde lungo crinali antichi. E gli storici hanno sempre nuove ragioni per ricordare l’assioma di Marc Bloch: gli uomini sono figli dei loro tempi più che dei loro padri» (A. Prosperi, Un volgo disperso, Torino, Einaudi, 2019, p. X).

In effetti coi nostri padri «la civiltà romana si sviluppò nel bacino del Mediterraneo, insieme ad altre culture che avevano in quel mare il proprio baricentro geopolitico ed economico: le Alpi furono a lungo percepite come una barriera di difficile superamento che fungeva da protezione della penisola, oltre le quali non c’era che la barbarie. Ma, le Alpi, invalicabili non lo erano affatto: da millenni erano luoghi di incontro e di scambio» (S. Giorcelli Bersani, L’impero in quota. I Romani e le Alpi, Torino, Einaudi, 2019, pp. 191-2). «Come aveva già fatto con altre regioni dell’Italia e del Mediterraneo, Roma inserì le Alpi in un sistema-mondo che combinava centralità e territorialità, globale e locale in una sintesi riuscita e più volte riproposta nel corso della storia, ma mai con il medesimo successo: il segreto furono la disponibilità romana a trasformare i sudditi in cittadini e la vocazione all’inclusione, la vera chiave di volta dell’intero impianto imperiale e della sua sostenibilità nel tempo. Nell’impero, il concetto di territorialità e la polarità centro-periferia persero progressivamente di significato e in questa prospettiva politico-ideologica anche le Alpi assunsero un ruolo importante nei processi globali di trasformazione sociale, economica e culturale, non meno che altre aree periferiche dell’impero: per la prima volta nella storia le strade verso i colli alpini furono sottoposte al controllo di un unico Stato, furono rese più agevoli grazie a una costante manutenzione, e soprattutto connesse con la fitta rete di comunicazioni stradali e fluviali che innervava la Pianura Padana e il pedemonte, con innumerevoli proiezioni verso l’Europa centrale e settentrionale.

Per la prima volta, in quel contesto, si produsse un modello di economia integrata basata sulla moneta unica, sullo scambio e sul consumo diffuso di prodotti, reso possibile dal processo di standardizzazione amministrativa, giuridica e fiscale. Per la prima volta nella storia, le Alpi si trovarono a essere parte di una globale circolazione di persone, di merci e di idee che alimentò lo scambio tra civiltà di montagna e civiltà di pianura» (ivi, p. 193). Nel lungo Medioevo poi l’Europa «ha creato la città, la nazione, lo stato, l’università, il mulino, la macchina, l’ora e l’orologio, il libro, la forchetta, la biancheria, la persona, la coscienza e finalmente la rivoluzione. Fra il Neolitico e le rivoluzioni industriali e politiche degli ultimi due secoli esso è – almeno per le società occidentali – non un vuoto né un ponte, ma una grande spinta creatrice, interrotta da crisi, diversificata da differenze di livelli di sviluppo a seconda delle regioni, delle categorie sociali, dei settori di attività, varia nei suoi processi» (J. Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Torino, Einaudi, 1977, p. IX). L’Europa ha radici antiche e forti.

Fondato nel 1955 il Comité d’Action pour les États-Unis d’Europe, Jean Monnet a «André Fontaine, del Monde, che gli chiedeva ciò che, ai suoi occhi, doveva restare di nazionale in questa costruzione, rispondeva: “Le istituzioni comunitarie di cui abbiamo bisogno sono istituzioni federali e non quelle di uno Stato unitario. I poteri che devono essere trasferiti sono solo quelli che gli stati nazionali non possono più esercitare a beneficio dei paesi interessati”» (H. Rieben, Des guerres européennes à l’union de l’Europe, Lausanne, Fondazione Jean Monnet, 1987, p. 186). Oggi si tratta della fiscalità delle multinazionali, del governo di città messe sul mercato globale dai giganti digitali, della divisione del reddito e delle transizioni demografica, ecologica e digitale. Solo l’UE può farcela, perché governa l’accesso al mercato più importante del mondo che i neoliberisti vogliono politicamente diviso e debole.

Qualche «piccolo capo, avendo bisogno di affermarsi nel suo gruppo, ha dunque cominciato a creare risentimento verso gli altri gruppi. I capi degli altri gruppi fanno lo stesso, avendo ogni volta come motivazione, instaurare e perennizzare un potere» (A. Zorvën, L’espoir européen, Paris, l’Harmattan, 2019, p. 133): «nella logica del capro espiatorio, il principio è focalizzarsi anzitutto su un elemento concreto – come i più recenti arrivati da fuori, il capro espiatorio classico più facile e atemporale – poi su dei concetti più astratti: la mondializzazione, il terrorismo, l’economia finanziaria di più in più globale ecc. La forza degli argomenti basati su questo tipo di logica, è che hanno sia una parte di vero che una parte di falso, in proporzioni molto variabili che solo uno spirito critico e temprato può valutare e/o deprezzare» (ivi, p. 170). È la conferma del motto che Monnet «amava tanto citare: “Il mondo è diviso in due: quelli che vogliono essere qualcuno e quelli che vogliono realizzare qualcosa”. Se c’è un uomo che si può collocare senza esitare nella seconda categoria, è proprio lui. Del resto ne conveniva volentieri, aggiungendo: “C’è meno concorrenza”» (H. Deleersnijder, L’Europe, du mythe à la réalité, Bruxelles, Mardaga, 2019, p. 118).

 

Fatti nostri. «E se il dio Po, la ruota di Lug e tutto il resto della paccottiglia folcloristica leghista male si conciliavano con la matrice cattolica del movimento, poco importava alle masse plaudenti di valligiani che si credevano autenticamente celtici e nello stesso tempo autenticamente devoti alla Madonna. E poco importava, altresì, che i riferimenti alla cultura esoterica, le adunate di invasati in camicia verde, il linguaggio ispirato e violento richiamassero un passato inquietante e mai veramente sepolto. Da ricordare anche l’uso, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, da parte dei dimostranti NO TAV valsusini, dell’immagine simbolica di Asterix, il Gallo astuto, fortissimo e generoso, eroe delle fortunate strisce di Goscinny e Uderzo: alla base, l’idea di una società indigena fiera e riottosa a qualunque imposizione esterna, di un popolo indomabile e mai veramente sconfitto, di una civiltà romana arrogante e debosciata. La Gallia oppose certo una fiera resistenza alle legioni di Cesare negli anni della guerra e dovette capitolare senza condizioni: ma, nel giro di mezzo secolo, si trasformò nella provincia più romana d’Europa e a metà del I secolo d.C. i Galli rivendicavano un posto in senato a Roma, accanto agli aristocratici di lungo corso» (Giorcelli Bersani, L’impero in quota, cit., p. 201).

«Il mito dei Celti irriducibilmente contrapposti ai Romani tornò comodo anche nelle rivendicazioni autonomiste dei Friulani: tutti i popoli padani discenderebbero da Insubri, Cenomani, Boi e da altre comunità celtiche della Cisalpina; in particolare, i Carni sarebbero i progenitori diretti dei Friulani e il friulano sarebbe un idioma neo-gallico. Naturalmente queste idee non hanno alcun fondamento né storico né linguistico ma interessa capire in quale contesto siano nate e per quali ragioni». «Simili idee circolavano almeno dal 1963, anno di nascita della Regione Friuli-Venezia Giulia a statuto speciale e con il crescente malumore di una parte dei Friulani che non apprezzava, in quel tipo di inquadramento, anche l’inserimento della componente giuliana; nacquero per questa ragione molte opere dedicate alla millenaria storia patria e redatte con insistenza sul tema dell’autoctonia celtica». «In modo assai ardito anche in quel caso si cercò di conciliare l’inconciliabile, cioè il paganesimo, celtico o romano, con la Chiesa di Cristo» (ivi, pp. 200-1). «Il presupposto comune a tutte queste posizioni di uso ideologico e disinvolto del passato è che etnia e cultura attraversino intatte i millenni e che siano radici ereditabili da proteggere o da recidere, a seconda dei punti di vista e degli interessi in gioco» (ibid.).

Che a farsene promotore sia il Lombardo-Veneto, terra dei due pontefici del Concilio di pace e di progresso globali, la dice lunga sul nostro ritardo nel mondo globale. Invece di crescere sulle nostre radici, ci inventiamo un passato. È suicidio: assistito? L’11 marzo 2013, a pagina 3, «La Stampa» titolava: «Steve Bannon. “Cinque Stelle e Lega, è in Italia il cuore della nostra rivoluzione”. L’ex ideologo di Trump: “Espressioni diverse, fenomeno unico nazional-populista. Il mio sogno è vederli governare insieme. Sarà Salvini la forza trainante”». Profezia confermata da Massimo Franco un anno dopo: «l’attuale vicepremier e leader della Lega si candida a Palazzo Chigi su una linea sovranista, spinto dai numeri due di un’amministrazione americana che lo considera un grimaldello per scardinare l’Unione Europea, e non solo». «Con enfasi sospetta, la rivista americana “The Atlantic” lo definisce “il Trump italiano”. E lo nomina sul campo capo dell’Internazionale sovranista in Europa» (Perché Salvini è alla ricerca di una sponda americana, in «Corriere della Sera», 19 giugno 2019, p. 1. Ma profetico era stato anche Stefano Folli: «Se incrociamo i programmi di entrambi, le due metà del paese non stanno insieme» (Salvini-Di Maio. Il governo impossibile, in «la Repubblica», 12 marzo 2018, p. 24).

Nella sera agostana della crisi del governo impossibile, Richard Quest, editorialista economico della CNN, ha dato in sottopancia l’opinione degli spettatori sul problema ritenuto più grave per l’UE: Brexit (60%), rischio recessione tedesca (30%), crisi Italia (10%). Fatti nostri. La concomitanza della nostra crisi d’agosto con l’acuzie di Brexit mostra il nostro ruolo ausiliario nella strategia di isolare e sfaldare l’UE. Mediaset si è trasferita in Olanda per la sua legislazione societaria più favorevole. Nel mondo capitali legali e illegali, anche nostri, sono pronti a trarre tutto il valore possibile da tutto, in «mercati il cui umore oggi dominante non è più l’autocompiacimento, come nel decennio scorso, ma la paura. Che giorno dopo giorno è sempre più profonda». «L’estrema ansietà sui mercati azionari può giungere alla temerarietà: come potrebbero fare quadrare l’ascesa populista con la paura della deflazione, ad esempio?» (Markets in an Age of Anxiety, in «The Economist», 17-23 agosto 2019, p. 9). Senza l’UE stati, città, società e mercati europei sono in offerta speciale. Noi per primi.

Per mangiare alla tavola del diavolo ci vuole un cucchiaio col manico assai lungo, dice il proverbio.

 





 
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