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Ricordo di Valentina Fortunato

di Alessandro Tinterri
  Valentina Fortunato
Data di pubblicazione su web 15/09/2019  

Se n’è andata con discrezione, il 21 giugno, all’inizio di questa estate, nella sua casa di Milano, dove era nata il 5 agosto 1928, Valentina Fortunato, che si era ritirata dalle scene all’inizio degli anni Ottanta lasciando che la memoria di lei sbiadisse a poco a poco, come accade per gli attori di teatro dopo l’ultima alzata di sipario. E noi vogliamo ricordarla come attrice di talento, dal particolare percorso artistico, e per le sue scelte rigorose.

Aveva iniziato partecipando alla gloriosa impresa del Carrozzone, una sorta di Carro di Tespi nato per portare il grande teatro classico in giro per l’Italia del secondo dopoguerra. E in quell’impresa, animata dalla forte personalità di Fantasio Piccoli che di lì a poco avrebbe fondato il Teatro Stabile di Bolzano, la Fortunato a vent’anni debuttò ne La dodicesima notte di Shakespeare, avendo come compagni Romolo Valli, Adriana Asti, Aldo Trionfo.

Già a partire dalla stagione 1954-1955 viene scritturata al Piccolo Teatro di Milano: ne La trilogia della villeggiatura di Goldoni è Giacinta, la figlia di Filippo interpretato da Sergio Tofano (debutto il 23 novembre 1954), ed è subito notata da Silvio d’Amico («Giacinta è una nuova, eccellente recluta del Piccolo Teatro, Valentina Fortunato, che alle tenere contraddizioni delle sue irrequietudini dà i caratteri d’una assai grata mobilità: teniamo d’occhio questa giovane attrice», in Cronache, 1914-1955, a cura di A. d’Amico e L. Vito, Palermo, Novecento, 2005, vol. V, to. III, p. 712). A questo debutto segue una fitta galleria d’interpretazioni, puntualmente registrate nel bel volume celebrativo dei primi dieci anni dello Stabile milanese (1947-58 Piccolo Teatro, Milano, Moneta, 1958): Varia, figlia adottiva della Liubòv Andrièievna di Sarah Ferrati ne Il giardino dei ciliegi di Čechov (13 gennaio 1955); Processo a Gesù di Diego Fabbri (Una signora irrequieta, 2 marzo 1955); La casa di Bernarda Alba di Lorca (21 aprile 1955), nella quale interpreta Martirio, una delle figlie di Bernarda (Sarah Ferrati); Elisa in Tre quarti di luna di Luigi Squarzina (24 maggio 1955),  nell’edizione diretta da Strehler, dove Luca Ronconi pugnalava Tino Carraro, anziché Vittorio Gassman, come era avvenuto due anni prima al debutto romano al Teatro Valle.

Nella stagione 1955-1956 partecipa ad alcuni allestimenti storici del Piccolo Teatro, con ruoli sempre più centrali: Nina in El nost Milan di Carlo Bertolazzi (3 dicembre 1955); un’altra Nina, questa volta figlia del Barone Navarra di Salvo Randone in Dal tuo al mio di Verga (2 aprile 1955); Ortensia ne I vincitori di Bettini e Albini (8 febbraio 1956); Eleonora Duplay ne I giacobini di Federico Zardi (13 aprile 1956); la madre ne La favola del figlio cambiato di Pirandello (24 maggio 1956). Ma è nella stagione 1957-1958 che coglie il suo maggiore successo personale: infatti, dopo aver interpretato Maria Nicoletta, moglie del Carlo Goldoni di Carraro in Goldoni e le sue sedici commedie nuove di Paolo Ferrari, è Scen Te / Sciui Ta, la protagonista de L’anima buona di Se-zuan di Bertolt Brecht (22 febbraio 1958), un’interpretazione che le vale il Premio San Genesio per la migliore caratterizzazione femminile.

Nel volume testé citato, esemplare per rigore documentario, si legge: «Nella parabola ascendente della sua carriera al Piccolo Teatro, Valentina Fortunato ha raggiunto il punto più alto con la creazione dei due personaggi di Scen Te e di Sciui Ta. Molta fatica e molto impegno le costarono le due parti nell’opera di Brecht: i risultati furono, per riconoscimento unanime, i migliori possibili» (ivi, p. 231). Un vero e proprio attestato, anche nel tono ufficiale, nelle intenzioni dei curatori del volume, Arturo Lazzari e Sergio Morando, sotto la supervisione di Paolo Grassi e Strehler, che si concludeva con un estratto della cronaca di Salvatore Quasimodo: «La tenerezza di Scen Te e l’aspra anima di Sciui Ta si sono spalancate e chiuse nelle duplice prospettiva recitante di Valentina Fortunato, attrice ormai di grande, singolare rilievo: la sua recitazione, sia delle parti metafisiche che liriche, non è solo conquista tecnica, ma espressione d’una intelligenza consapevolmente drammatica».

Ancora uno spettacolo in chiusura di stagione (Delia Corsi in Una montagna di carta di Guido Rocca, 23 aprile 1958) e si conclude la permanenza dell’attrice al Piccolo Teatro di Milano. Nella stagione successiva 1958-1959 la ritroviamo, al fianco di Giancarlo Sbragia, allo Stabile di Genova, chiamati a riempire il vuoto lasciato dall’accoppiata Enrico Maria Salerno-Valeria Valeri: Anne in Un istante prima di Enrico Bassano (3 marzo 1959); Josie Hogan in Una luna per i bastardi di Eugene O’Neill (24 marzo 1959).

Nel 1961 sposa Sergio Fantoni dal quale ha una figlia, Monica. Il primo agosto 1966 veste i panni di Giulietta detta Agata nella Commedia degli straccioni di Annibal Caro, regista Ronconi. Di lì a poco, insieme al marito, dà vita alla Compagnia Fortunato-Fantoni-Ronconi che il 12 agosto 1966, nel cortile del Palazzo Ducale di Urbino, mette in scena I lunatici di Middleton e Rowley, per la regia dello stesso Ronconi, pièce nella quale l’attrice interpreta la parte di Beatrice Joanna. Successivamente, fermo restando il binomio Fortunato-Fantoni, i nomi in ditta variano all’occorrenza e il 25 novembre successivo, al teatro Sant’Erasmo di Milano, sempre con Ronconi regista, la compagnia Fortunato-Fantoni-Brignone presenta Lucrezia?... (Pour Lucrèce) di Jean Giraudoux (Lucile Blanchard); il primo ottobre 1968 alla Fenice di Venezia, nel quadro della Biennale Teatro, la neo formazione Fortunato-Fantoni-Ronconi-Scaccia, ancora sotto la direzione di Ronconi, mette in scena il Candelaio di Giordano Bruno, scene di Mario Ceroli e costumi di Enrico Job (la Fortunato è la bella Carubina); il primo dicembre dello stesso anno, al Carignano di Torino, la compagnia priva di Scaccia è nuovamente in scena con Le mutande di Carl Sternheim (Luisa).

Ma la vera svolta nella carriera della Fortunato avviene nel 1969, quando fonda la cooperativa teatrale “Gli Associati”. Ne sono soci promotori, oltre al marito Fantoni, Sbragia (che svolge anche attività di regista), Ivo Garrani, il regista Virginio Puecher, lo scenografo Gianni Polidori, l’organizzatore Fulvio Fo e il tecnico Nunzio Meschieri. Nel 1970 entrano a far parte della neonata compagine Luigi Vannucchi (attore e regista), Antonio Ballerio (aiuto regista, nonché scenografo e attore), Vittorio Rossi (scenografo) e Pietro Formentini (autore e attore). Nel 1972 si aggiungono altri attori – Renzo Giovampietro, Paola Mannoni, Valeria Ciangottini – e questo consente agli Associati di dare vita a due compagnie, che crescono ulteriormente nel 1975 con l’ingresso di ulteriori soci: Paolo Giuranna (regista e attore) e i più giovani attori Laura Fo e Mattia Sbragia. Dalla stagione 1973-1974 Giancarlo Sbragia è direttore artistico, mentre Fulvio Fo è direttore organizzativo (cfr. A. Bergamini, Sei anni [Associati 1969/’75], Roma, Gli Associati, 1975).

Sin dallo spettacolo di esordio – un Don Carlos di Schiller, per la regia dello stesso Sbragia, andato in scena al Teatro Romano di Verona nell’estate del 1969 – gli Associati, che affiancano agli spettacoli un’attività editoriale, si segnalano come compagnia di alto livello e dal deciso impegno civile, le cui scelte artistiche spazieranno dai classici ai contemporanei: dal Faust (Urfaust) di Goethe (1969, Margherita) all’Otello di Shakespeare (1970, Desdemona); dal Caligola di Camus (1970, Cesonia) a Strano interludio di O’Neill (1971, Nina); dall’Iliade (1970, Giunone, Elena, Ulisse, Andromaca) a Inferni (1970); da Porte chiuse di Sartre e Canicola di Rosso di San Secondo (Ines) al Vizio assurdo di Fabbri e Lajolo (1973, Gaspera), con l’intensa interpretazione di Luigi Vannucchi, nei panni dello scrittore Luigi Pavese: spettacolo contestato, ma premiato da un vasto consenso di pubblico, con oltre trecento repliche, e destinato a proiettare un’ombra lunga sul suicidio del popolare attore, avvenuto nel 1978.

A differenza di Fantoni, la Fortunato, pur lavorando anche per la televisione, rimase fedele al teatro, senza farsi tentare dal cinema, rifiutando una proposta di Gillo Pontecorvo per Kapò e limitandosi al doppiaggio di Annie Girardot nel viscontiano Rocco e i suoi fratelli. Abbandonate anzitempo le scene, il teatro continuò a frequentarlo in platea, da spettatrice, fino all’ultimo, seguendo in particolare le stagioni del milanese Teatro Carcano, il cui direttore artistico è quello stesso Fantoni da cui era ormai separata da tempo. Anche in questo particolare ci pare di scorgere quell’interesse reale verso il teatro che fece di Valentina Fortunato un’attrice non affetta da smanie di protagonismo, ma sempre al servizio del personaggio che, di volta in volta, si trovò a interpretare.



 



 
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