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Ombre passeggere nella “storia”

di Luigi Nepi
  Il Varco
Data di pubblicazione su web 10/09/2019  

«Un film è un gioco d’ombre, una combinazione di macchie che il nostro occhio interpreta come ambienti, personaggi, azioni». Così lo storico e sociologo francese Pierre Sorlin apre Ombre passeggere (Marsilio 2013), il suo recente saggio sul rapporto tra cinema e storia; e così si apre anche Il varco, terzo film della coppia formata da Federico Ferrone e Michele Manzolini, che approda alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione “Sconfini”. Macchie scure su fondo bianco che, come in un test di Rorschach della memoria, diventano prima fantasmi, poi sagome, quindi un bambino che gioca con la neve, mentre una voce di donna racconta in russo una fiaba popolare del ciclo Il soldato disertore e il diavolo, che già Stravinskij e Ramuz avevano scelto come base della loro Histoire du soldat. Ed è proprio la storia di un soldato quella che ci racconta il film.

Una scena del film
Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

È un soldato italiano (è lui quel bambino?), veterano della guerra d’Africa che, nel 1941, viene richiamato alle armi per partecipare alla campagna di Russia. Essendo nato da madre russa (è lei quella voce?), conosce la lingua e quindi è capace di tenere i contatti con la popolazione e soprattutto può interrogare i prigionieri. Quello che vediamo è il suo viaggio, pieno di aspettative e speranze che si dissolveranno gradualmente nell’amara realtà del fronte ucraino e di una delle più tragiche e sconsiderate esperienze della seconda guerra mondiale. Quello che passa sullo schermo è, però, assolutamente non convenzionale: tutto infatti è ricostruito attraverso immagini di repertorio (potremmo dire quasi “amatoriali”), girate da due militari che su quel fronte sono stati davvero chiamati a combattere. È così che le riprese di Adolfo Franzini e Enrico Chierici riemergono dagli archivi della Home Movies di Bologna e tornano a una nuova vita, svelando non solo il loro valore documentale, ma soprattutto l’enorme potenziale evocativo e narrativo, immergendoci in una sorta di lunga soggettiva su cui si distendono i pensieri del protagonista, che hanno la voce pacata e quasi monocorde di Emidio Clementi (cantante dei Massimo Volume), che giustamente non enfatizza nessuno dei passaggi cruciali del racconto, così da non distrarre né distorcerne la visione.

Una scena del film
Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

Ai due registi sono stati necessari oltre due anni di ricerca di archivio e quattro anni complessivi di lavoro e di scrittura (in collaborazione con Wu Ming 2) per comporre un film all’apparenza semplice e lineare, che da un lato torna a dirigere il suo sguardo su fatti e avvenimenti che ancora meritano e necessitano di essere approfonditi e compresi, dall’altro non si dimentica del tragico presente di un paese che si riscopre nuovamente teatro di una guerra civile (quindi, se possibile, ancora più insensata). Un presente che entra silenziosamente nel film, confondendosi nella narrazione storica, attraverso tenui lampi di colore che mostrano passaggi, paesaggi, ma soprattutto volti che, di fronte all’incomprensibile follia di un nuovo conflitto, evidenziano lo stesso attonito smarrimento di ottanta anni prima, a conferma che l’uomo continua inesorabilmente a essere l’unico animale che non riesce davvero a imparare nulla dai propri errori.

Una scena del film
Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

Quante storie può contenere un’immagine? Quante immagini possono ancora raccontare nuove storie? Quanti sensi si possono stratificare su quel “gioco d’ombre”? Sono anche queste le domande contenute nel film, che offre a ogni tipo di spettatore i suoi molti livelli di lettura e di riflessione: da quello di lasciarsi semplicemente trasportare dalle vicende mostrate, fino ad arrivare a interrogarsi sull’ontologia stessa dell’immagine audiovisiva, su quello che può essere il suo  effettivo valore come documento e su quanto sia complesso il suo rapporto con la storia e la storiografia, temi molto cari allo stesso Sorlin dell’incipit: «La vicenda che vediamo svilupparsi sullo schermo è stata registrata tempo addietro, il film è la traccia di momenti svaniti e per questo s’imparenta con il ricordo dell’accaduto che chiamiamo “storia”».

Che strano, sembra quasi che abbia (pre)visto il film.



Il Varco
cast cast & credits
 



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© Biennale Cinema 2019

 
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