drammaturgia.it
Home | Cinema | Teatro | Opera e concerti | Danza | Arte | Racconti e... | Televisione | Libri | Riviste
Punto sul vivo | Segnal@zioni | Saggi | Profili-interviste | Link | Contatti
cerca in vai

Il sacrificio di una madre

di Nicola Rakdej*
  Pelikanblut
Data di pubblicazione su web 30/08/2019  

L’apertura della sezione “Orizzonti” della 76° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia è stata nel segno di una potente, rivelatrice immagine cristiana. L’allevatrice di cavalli tedesca Wiebke (Nina Hoss), già madre adottiva della sveglia Nicolina (Adelie-Constance Ocleppo), decide di affidarsi a un paese estero per adottare una seconda figlia. Nella sala comune dell’orfanotrofio, in attesa di conoscere la piccola Raya (Katerina Lipovska), una delle direttrici le mostra un arazzo su cui è stato dipinto un pellicano che allatta col sangue i suoi piccoli: un simbolo religioso del sacrificio che una madre è disposta a compiere per richiamare i propri figli dalla morte.


Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

Una sequenza folgorante, dopo la quale il film decide di virare su territori altri. Quando Raya comincia a manifestare sbalzi di rabbia animalesca, destinati ben presto a sfociare in una serie infinita di inquietanti atti vandalici (disegni sulle pareti, piccoli incendi dolosi, animali crocifissi, feci spalmate sul pavimento), si intuisce subito quale direzione la storia vorrebbe disperatamente prendere. Influenzata probabilmente dalla visione dell’ottimo Babadook dell’australiana Jennifer Kent (unica donna in concorso nell’edizione scorsa), dove il dolore di una perdita si trasformava in una presenza diabolica, la regista tedesca Katrin Gebbe sceglie l’inquietudine di una malattia incurabile per rappresentare la disperazione di una madre che non può e non vuole smettere di voler bene a una figlia, indipendentemente dal legame di sangue.

A impedire a Raya di entrare in empatia col prossimo è infatti una rara malformazione all’amigdala, aggravatasi dopo la tragica scomparsa della vera madre («per lei, la parola mamma ha lo stesso valore della parola sedia» dice uno specialista, come se la piccola fosse data per “emotivamente morta”). Nella finzione, ciò che la scienza ha decretato come “senza via d’uscita” è rappresentato da un’invisibile figura a-materica e ultraterrena. Il problema è che la svolta horror non è né un punto di vista originale né un tassello narrativo imprescindibile, anche quando nel confusionario e ridicolo atto finale si interpellano i poteri di una strega. Se nell’opera prima della Kent l’orrore rimaneva confinato all’interno della metafora, nel film della Gebbe tale risoluzione giunge in soccorso ai “limiti” dell’analisi scientifica, quasi a volerla screditare (assai discutibile il modo con cui vengono visti i medici, quasi fossero loro il male da cui guardarsi). Inoltre, sviluppandosi a ridosso della conclusione, quell’espediente non funziona finendo per invalidare le buone intenzioni della prima parte, di taglio realistico.


Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

Se è dimenticabile la scialba figura del poliziotto spavaldo e gentile che cerca di entrare nel nucleo familiare in difficoltà (non c’era bisogno di ribadire l’autosufficienza del genere femminile), è la vicinanza costante col regno animale ad attirare maggiormente l’attenzione. Come Wiebke alleva i cavalli e li addestra ad affrontare i pericoli, così cerca di tenere a bada le follie della figlia, quasi a voler cercare un punto comune tra “noi” e “loro”; peccato che poi tutto venga riformulato sotto la lente dell’esorcismo e della magia nera, vanificando le idee buone che aveva presentato all’inizio.

In definitiva, di Pelikanblut si ricordano solo una confusionaria ricerca dell’angolazione inedita e un’involontaria capacità di far scadere nella poca chiarezza e nella risata più scettica quelle che dovrebbero essere le sue peculiarità, i suoi punti di forza. 


*Dottore in Scienze dello spettacolo presso l'Università di Firenze.

Impaginazione di Antonia Liberto, dottoranda in Storia dello spettacolo presso l’Università di Firenze.



Pelikanblut
cast cast & credits
 


La locandina del film

 
Firenze University Press
+39 0552743051 - fax +39 0552743058
Borgo Albizi, 28 - 50122 Firenze

web:  http://www.fupress.com
email:info@fupress.com
© Firenze University Press 2013