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La crisi dell’umano

di Luigi Nepi*
  Gloria mundi
Data di pubblicazione su web 30/08/2019  

«Il dolore ci dice che esistiamo, il dolore ci dice che esistono quelli che amiamo: il dolore ci dice che esiste il mondo in cui viviamo» (Miguel de Unamuno).

Ci sono autori che sono come dei vecchi amici, di cui conosciamo la storia, i racconti, le idee e spesso già sappiamo cosa poterci aspettare da loro; magari difficilmente ci sorprendono, ma altrettanto difficilmente possono deluderci. Tra questi Robert Guédiguian occupa una posizione, se possibile, ancora più “estrema” per la scelta di lavorare da quasi quarant’anni con gli stessi attori e negli stessi luoghi: Ariane Ascaride, Gérard Meylan e Jean-Pierre Darroussin sono da sempre i corpi e le “maschere” del suo cinema, mentre Marsiglia, e ancora Marsiglia, continua a essere lo sfondo di quello che potremo definire un nuovo episodio della sua commedia umana.

Sylvie (Ascaride) e Richard (Darroussin) hanno due figlie: Mathilda, la maggiore, che Sylvie ha avuto da Daniel (Meylan) finito in carcere quando lei era incinta, e solo successivamente riconosciuta da Richard, e Aurore. Entrambe sono sposate, rispettivamente con Nicolas (un disoccupato che tenta di dare una svolta alla sua vita comprando un’auto nuova per lavorare grazie a Uber, la piattaforma online per il servizio di trasporto) e Bruno, (che invece gestisce, con molta spregiudicatezza, un magazzino di materiale elettronico e un laboratorio di riparazioni con personale extracomunitario senza regolare contratto).


Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

Il film inizia con il parto di Mathilda che dà alla luce la piccola Gloria. La cosa permette che tutta la famiglia (compreso il nonno Daniel, appena uscito dal carcere) si riunisca intorno alla culla, carica di buoni propositi per il futuro. Questa apparente serenità è però destinata a incrinarsi molto presto quando Nicolas viene aggredito da un gruppo di tassisti che lo picchia a sangue e gli danneggia irrimediabilmente l’auto, costringendolo alla completa inattività. Le conseguenze (soprattutto economiche) di questo fatto mettono in grave crisi il suo già fragile rapporto con Mathilda, risvegliando quelle gelosie e quegli squilibri che la nascita della bambina aveva surrettiziamente sopito, e portando all’innesco di un perverso meccanismo che appare subito molto difficile poter fermare.

Dopo la “deviazione” alto-borghese de La casa sul mare (in concorso a Venezia due anni fa), Guédiguian torna a guardare agli “ultimi”, alle vittime di una crisi che si è fatta più culturale che economica, dove alla lotta di classe si è sostituita un’incomprensibile quanto pericolosa guerra tra poveri, in cui non c’è più spazio per nessun tipo di complicità o compassione. Il tutto all’interno di una realtà così competitiva da far smarrire non solo l’idea che si possa e si debba tornare a rivendicare quei diritti che sembravano acquisiti e indiscutibili, ma anche quelle che dovrebbero essere le coordinate di base per una civile convivenza.

Per questo Gloria mundi appare più compatto, lineare e anche formalmente più strutturato del lavoro precedente: la storia avanza in modo naturale, senza forzature, attraverso personaggi “veri” e credibili. Ariane Ascaride e Jean-Pierre Darroussin si fanno quasi da parte, lasciando ai giovani l’onere di portare avanti gli snodi cruciali del racconto, mentre la ieratica staticità di Meylan ben si addice al suo ruolo di “buono” che, dopo aver passato quasi trent’anni in carcere a scrivere commoventi haiku, sembra quasi respingere l’idea di potersi integrare in una società così diversa da come la immaginava, “condannandosi” inevitabilmente a diventare il deus ex machina del film.


Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

Per Guédiguian «il neocapitalismo ha schiacciato relazioni fraterne, amichevoli e solidali, e non ha lasciato altro legame tra le persone, se non il freddo interesse e il denaro, annegando tutti i nostri sogni nelle gelide acque del calcolo egoistico». Con Gloria Mundi il regista vuole mostrare le conseguenze della morte di questi sogni, la perdita di ogni riferimento ideale e dell’idea stessa di un bene comune, che lascia il posto a un disordinato e tutto sommato abominevole istinto di sopravvivenza che, a sua volta, sta alla base di tante inquietanti semplificazioni politiche, nonché di altrettanto preoccupanti scenari futuri.

Forse è per questo che nello sguardo insostenibilmente sereno di Daniel, che chiude il film, sembra di percepire l’eco di quella essenziale, stupenda “supplica” che ci ha lasciato Vittorio Arrigoni: «Restiamo umani».


*Docente a contratto di Laboratorio di critica cinematografica presso l’Università di Firenze.

Impaginazione di Antonia Liberto, dottoranda in Storia dello spettacolo presso l’Università di Firenze.


Gloria mundi
cast cast & credits
 


La locandina del film



 
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