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Clown per una notte

di Nicola Rakdej*
  Joker
Data di pubblicazione su web 03/09/2019  

Quando la Warner Bros. decise di chiudere il DC Extended Universe, il progetto di riunire in una stessa trama “ad episodi filmici” tutti i supereroi principali della DC comics (per intenderci, alla maniera della Disney-Marvel), era ormai chiaro che ai piani alti si stesse pensando a un cambiamento radicale rispetto a un passato fatto di risultati altalenanti. Pur essendo ancora legati all’estetica di Zack Snyder colui che ha dato il via all’“estensione” con le discusse regie di L’uomo d’acciaio (2013) e Batman V Superman: Dawn of Justice (2016) , Aquaman (di James Wan, 2018) e Shazam! (di David Sandberg, 2018) avevano già al loro interno tracce di un cambio di rotta: una spiccata ironia lontana dall’oscurità snyderiana, un’attitudine all’avventura oltre l’esistenzialismo sofferente di Superman e Batman, un’eccessiva luminosità al fine di scacciare le ombre dei film precedenti. Ma questi due casi si sono rivelati “liquidi”, a metà tra l’intrattenimento più frivolo e una voglia insoddisfatta di uscire dai confini soliti.

Così, in un marasma di prese di posizioni incerte e varietà di registri, si inserisce l’inedita origin story di Joker, film scritto e diretto da Todd Phillips (sua la trilogia di Una Notte da Leoni) presentato in Concorso alla 76 Mostra di Venezia; un precedente significativo quello di un cinecomic all’interno del mondo festivaliero. È talmente diverso nella forma e negli intenti da quello cui l’ultima DC ci ha abituato (caso a parte la trilogia del Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan), che Joker non presenta nemmeno il logo della casa di fumetti nei titoli iniziali; ancora più palese quindi la voglia non solo di staccarsi dal fallimento del DCEU, ma anche di creare qualcosa di nuovo che possa sganciarsi completamente dall’idea tradizionale di un film tratto da un fumetto.


Una scena del film
 Biennale Cinema 2019

Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) è un clown “a tempo perso” che subisce le tensioni politiche e sociali di una Gotham City ambientata alla fine degli anni Settanta. Il suo sogno è diventare uno stand-up comedian, così da poter essere ospitato nel cabaret televisivo del suo idolo Murray Franklin (Robert De Niro). Purtroppo la sua malattia mentale gli impedisce di ottenere i risultati che desidera: già detenuto all’interno del manicomio di Arkham, non riesce a trattenersi dal ridere quando si trova a dover affrontare situazioni di imbarazzo, di paura o di dolore. Arthur farà di tutto per cambiare la propria vita, girovagando nei meandri di una città al collasso che aspetta qualcuno in grado di salvarla. 

Il film si sviluppa su un’ideale linea verticale: la Gotham “bassa”, ricoperta di spazzatura e ratti che fuoriescono dalle fogne, e la Gotham “alta” degli uomini di successo e dei politici avidi di potere. In questa sfasatura tra mondo reale e desiderato si muovono per orizzontale le personalità fragili che non riescono ad adattarsi né all’uno né all’altro: né ai fumi maleodoranti della metropolitana né alle grandi cene di gala. Arthur è una di queste “anime erranti” a causa della malattia che lo attanaglia e che lo rinchiude in una campana di vetro. È sufficiente una singola sequenza per accorgersene: mentre tutti ridono ai racconti di un cabarettista, lui prende appunti sul mestiere; mentre tutti stanno in silenzio perché è appena iniziata la nuova battuta, lui ride (e non si capisce bene se di gusto o per riflesso ritardato). 

Stufo di non essere ben accetto da nessuna delle due parti di Gotham, pestato dai piccoli criminali come dall’avido Thomas Wayne (per motivi che potrebbero legarlo indissolubilmente a Bruce Wayne), Arthur pensa che l’unica via d’uscita sia conoscere l’istrionico Murray Franklin (un divertentissimo De Niro nel ruolo che fu di Jerry Lewis in Re per una Notte di Scorsese, 1982) per ottenere i famosi quindici minuti di fama grazie alla televisione. Purtroppo il clown è un prodotto della società in cui vive e non c’è redenzione per chi non ha l’aspetto né la mentalità di chi è stato “eletto” nella schiera dei normali. Allora l’unico modo per poter veramente cambiare la situazione è diventare una maschera, un simbolo, esattamente come sarà poi per il cavaliere oscuro.


Una scena del film
 Biennale Cinema 2019

Sfoggiando una serie infinita di sfumature vocali, facciali e posturali, il commovente Joker di Phoenix riesca a condensare dietro la maschera da pagliaccio le peculiarità dei suoi predecessori creando un nuovo modo di intendere uno degli antagonisti più famosi del cinema. Forse più vicino alle gesta terroristiche del Joker di Heath Ledger (da ricordare l’importanza del mezzo di comunicazione come strumento per veicolare caos), il personaggio inventato da Todd Phillips porta all’ennesima potenza la lezione nichilista della New Hollywood; è infatti impossibile non notare influenze narrative ed estetiche (implicite ed esplicite) dei film di Scorsese degli anni Settanta-Ottanta, in particolare di quelli con protagonisti New York e De Niro (oltre a Re per una Notte c’è anche Taxi Driver, 1976). 

Reimmaginando un passato noto (quello del post-Vietnam, degli scontri razziali, della criminalità incontrollata) per riflettere sui problemi del presente (quello dei leader carismatici, dei gretti populismi e degli estremismi più ingiustificati), Joker prende una direzione inedita rispetto ai cinecomics contemporanei anche grazie all’interpretazione di Phoenix. Pur con qualche manierismo di troppo, il film si spoglia delle tipicità del genere e gioca con l’emotività dello spettatore, tanto da portarlo a parteggiare per chi non dovrebbe: un insanguinato “specchio ribaltato” che mette davanti ai nostri occhi gli istinti più bassi dell’essere umano, con la speranza che questo possa spingerci verso nuove consapevolezza e un vero cambiamento.


*Dottore in Scienze dello spettacolo presso l'Università di Firenze.
Impaginazione di Matteo Citrini, dottorando in Storia dello spettacolo presso l’Università di Firenze.



Joker
cast cast & credits
 



Il regista Todd Phillips





 
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