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(Per aspera) Ad Astra

di Luigi Nepi
  Ad astra
Data di pubblicazione su web 03/09/2019  

Regista decisamente poco prolifico, James Gray: appena sette titoli in venticinque anni (il primo dei quali, Little Odessa, premiato proprio a Venezia con il Leone d’Argento per la regia, 1994) sono comunque bastati a costruire quella solida reputazione autoriale che ha reso il suo ritorno al Lido tra i più attesi, tra l’altro con un film fantascientifico ad alto budget e con Brad Pitt protagonista.

Con C’era una volta a New York (2014, pessima, fuorviante traduzione del chapliniano The Immigrant) e Civiltà perduta (2016, la vera storia dell’esploratore Percy Fawcett), Gray ha iniziato una sua particolare ricerca poetico-drammaturgica, che vede i suoi protagonisti proiettati in una realtà sconosciuta in cui, per necessità di sopravvivenza o per brama di conoscenza, sono costretti ad affrontare un percorso conradiano inesorabilmente proiettato verso il “cuore di tenebra” di un nuovo mondo o di un mondo ancora da esplorare. Ad Astra vorrebbe spingere oltre questa ricerca, ai confini dello spazio. Brad Pitt è Roy McBride, astronauta glaciale (forse aspergeriano) cui viene chiesto di mettersi sulle tracce del padre, partito ventinove anni prima verso Nettuno alla ricerca di altre forme di vita intelligente, nonché responsabile di strani e letali tempeste cosmiche che stanno investendo la Terra.



Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

Come nuova declinazione di questo eterno viaggio dell’uomo verso la vertigine dell’ignoto, la scoperta di sé, della propria natura, di un suo senso profondo, Ad Astra ha premesse tanto nobili e complesse, quanto destinate a rimanere per gran parte inespresse, se non addirittura deluse. La fantascienza non è un genere particolarmente duttile e, nell’affrontare certi argomenti, il rischio (o la tentazione) di trovarsi a confronto con Kubrick è altissimo. Purtroppo Gray non fa niente per evitarlo, aggiungendo pure un marcato retrogusto malickiano nei flashback familiari e nella continua voce over del protagonista. Il risultato è un film confuso, inaspettatamente manierista nella rappresentazione dello spazio e degli spazi, che neanche l’algida recitazione di Pitt riesce a risollevare; persino la sceneggiatura presenta strane e poco comprensibili deviazioni che poi si rivelano semplici espedienti per l’aggiunta di scene d’azione fine a sé stesse.

Tra evidenti incongruenze fisiche e astrofisiche – come la riproduzione della gravità terrestre nei centri commerciali lunari (sic) o la riduzione dell’ampiezza degli anelli di Nettuno a poche centinaia di metri –, Ad Astra finisce per far naufragare tutte le sue grandi premesse nella semplicistica e tutto sommato stantia messa in scena del rapporto tra il concetto di nemesi («le colpe dei padri ricadono sui figli» ci tiene a dire il protagonista) e la più classica rappresentazione del complesso di Edipo; il tutto attraverso metafore tanto evidenti quanto scontate: immersioni in liquidi simil-amniotici, cordoni ombelicali da tagliare o comiche cateratte che offuscano la visione dell’altro.



Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

Il risultato è un film d’azione lento, soffocato dalle sue stesse ambizioni, al quale nemmeno l’evidente ed enorme sforzo produttivo riesce a dare quella necessaria impronta di originalità che ci si aspetterebbe in questi casi, e che finisce per mostrare immagini ed effetti che sanno inesorabilmente di già visto. Peccato perché da Gray era lecito aspettarsi di più. Molto di più. Sad Astra.



Ad astra
cast cast & credits
 


Il regista James Gray
 
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