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Il fantasma della verità

di Luigi Nepi*
  La Vérité
Data di pubblicazione su web 13/08/2019  

Dopo anni di inaugurazioni “americane”, con film quasi sempre destinati a essere i protagonisti della notte degli Oscar, nell’edizione apparentemente più “povera” di grandi autori è proprio a uno di loro che è toccato di aprire il concorso della 76ª Mostra del Cinema di Venezia: Hirokazu Kore-eda con La vérité. Dopo la vittoria al Festival di Cannes dello scorso anno con Un affare di famiglia, il regista giapponese porta al Lido la sua prima produzione internazionale, girata in Francia con Catherine Deneuve, Juliette Binoche e Ethan Hawke.

Fabienne, diva del cinema francese, ha appena pubblicato un’autobiografia. Per l’occasione nella sua casa di Parigi arrivano da New York la figlia Lumir (sceneggiatrice di discreto successo), il genero Hank (attore di serie televisive con problemi di alcolismo) e la nipotina Charlotte. Nel libro Fabienne ha “riscritto”, inventato e “dimenticato” passaggi, atteggiamenti e persone importanti della sua vita, generando una prevedibile serie di reazioni tra le persone che circondano la sua vita (come le dimissioni del fido segretario Luc); queste schermaglie familiari si incrociano con le riprese di un improbabile film di fantascienza dove recita la stessa Fabienne. Su tutto aleggia il ricordo della morte di Sarah Mondavan, migliore amica di Fabienne e attrice ancor più promettente che, molti anni prima, si è probabilmente suicidata a causa di una depressione che la protagonista ha contribuito a far degenerare.


Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

È sempre difficile per un autore cinematografico uscire dal proprio “mondo creativo”, soprattutto quando è profondamente radicato nella sua terra, dove quegli attori, quegli ambienti, quei paesaggi, quei colori rappresentano la forma e la sostanza del suo cinema e delle sue storie. Nel suo approdo in Francia Kore-eda sceglie quasi di nascondersi o meglio di mimetizzarsi nell’ambiente culturale che lo ospita, tanto che La vérité appare in tutto e per tutto come una commedia amara in perfetto stile “francese”, con tanto di Deneuve che continua imperterrita a interpretare “sé stessa”, o meglio quel personaggio che ha pervicacemente costruito negli ultimi venti anni di carriera.

Il risultato è un film che, pur riprendendo le dinamiche tematico-narrative di carattere familiare tipiche del cinema di Kore-eda (la storia è tratta da una sua pièce teatrale e sua è la sceneggiatura), le diluisce e le depotenzia, rinunciando a quelle iperboli morali che solitamente esplodono alla fine del percorso dei suoi personaggi. Qui tutto si risolve nell’evocazione del fantasma di una morte che avrebbe permesso alla carriera di Fabienne di decollare, ma la cosa non produce certo gli stessi effetti spiazzanti visti nel citato Un affare di famiglia o in The Third Murder (2017). Anche la parte delle riprese cinematografiche fatte in studi pieni di chroma key verdi e moderni trasparenti digitali appare più un posticcio omaggio a Effetto notte che un’efficace variante drammaturgica rispetto al critico ménage familiare dei protagonisti.


Una scena del film
© Biennale Cinema 2019

D’altra parte è lo stesso Kore-eda a “banalizzare” il senso del film nell’eterno dilemma se sia meglio una bugia detta a fin di bene che una verità scomoda, sintomo di un evidente cedimento a una “normalizzazione” verso parametri tipicamente occidentali. Eppure in tutto questo capita di imbattersi in lampi, momenti e inquadrature che lasciano trasparire la mano del regista giapponese: l’inquadratura iniziale del bosco cittadino con la metro in sottofondo; il cibo come rito, nella preparazione e nella convivialità; la delicatezza dell’omaggio a Bella di giorno di Buñuel (1967), nel vestito nero con il coletto collegiale bianco, ricordo dell’attrice “che non c’è più”.

Interrogarsi sulla verità è molto complesso, farlo con il cinema ancora di più; eppure anche questo Kore-eda in versione “light” ci dà qualche indizio su cui riflettere, come quando il regista del film che si sta girando sulla scena ordina di continuare a riprendere nel momento in cui Fabienne sviene sul set, oppure quando ci fa vedere un piccolo, involontario inciampo della Deneuve mentre cammina in giardino o quando la mostra “divina”, con un carrello godardiano, portare il cane a passeggio su un viale semideserto.

Perché, in fondo, la verità, come anche la vita, è solo la nostra versione dei fatti.


* Docente a contratto di Laboratorio della critica cinematografica presso l’Università di Firenze.
Impaginazione di Ludovico Peroni, dottorando in Storia dello spettacolo presso l’Università di Firenze.



La Vérité
cast cast & credits
 


La locandina







Kore-eda Horokazu














 
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