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Ricordo di Alberto Sironi

di Alessandro Tinterri
  Alberto Sironi
Data di pubblicazione su web 07/08/2019  

Anche Alberto Sironi, il regista di Montalbano, se n’è andato, a pochi giorni di distanza da Andrea Camilleri, nella ricorrenza del ventennale della fortunata serie televisiva. Era nato a Busto Arsizio il 5 agosto 1940 e si è spento ad Assisi nel giorno del suo compleanno, il 5 agosto 2019. Come Camilleri, anche Sironi aveva avuto una formazione teatrale, abbandonando gli studi di architettura per frequentare la scuola del Piccolo Teatro di Milano a metà degli anni Sessanta e divenire assistente di Giorgio Strehler. Ed è al Piccolo che vide per la prima volta Camilleri, venuto a intervistare il regista. È lo stesso Sironi a raccontarlo nella testimonianza contenuta nel numero monografico, Camilleri sono, della rivista «MicroMega» (5, 2018), una miniera di informazioni per gli amanti di Camilleri in generale e di Montalbano in particolare: «Ricordo che quello che mi colpiva nelle loro conversazioni era proprio questo altissimo livello culturale. Strehler era un pozzo di conoscenza in fatto di teatro, aveva un sapere di tipo universitario su questi temi e ci faceva lavorare in maniera molto profonda e seria, mentre purtroppo su di lui c’è un’aneddotica troppo spesso stupida, che tende a sminuirne la grandezza. Quando parlava con Camilleri era evidente che si capivano, che avevano entrambi una grande cultura teatrale e una profondità rara nell’affrontare questi temi».

Negli anni Settanta prese a collaborare con la Rai, ma del teatro conservò la scaramanzia. In una libreria di Palermo s’imbatté in due volumetti di Camilleri appena pubblicati da Sellerio, La forma dell’acqua e La voce del violino. Gli piacquero al punto che, girando il film Una sola debole voce, ne mise uno in mano al bambino che lo leggeva prima di dormire. Un suo sistema propiziatorio: nella serie del Commissario Corso chiamò Fausto il figlio di Diego Abatantuono e puntuale venne il desiderato film su Fausto Coppi. Anche questa volta funzionò perché, passato qualche tempo, arrivò la chiamata di Carlo Degli Esposti, produttore della Palomar, che gli affidava la regìa de Il ladro di merendine, primo episodio della fortunata e longeva serie degli sceneggiati televisivi del Commissario Montalbano, l’unico in grado di contendere al Maigret di Gino Cervi il titolo di commissario più amato dagli italiani. Solo la malattia ha impedito a Sironi di portare a termine il trentesimo episodio affidandone gli ultimi ciak a Zingaretti; del resto, era stato proprio lui a sceglierlo quale protagonista dopo il bellissimo provino.

Degli Esposti, invece, era arrivato a Montalbano grazie a Elvira Sellerio, che era andato a salutare passando da Palermo: «Ho appena pubblicato questi due libri, leggili perché sono convinta che siano un prodotto televisivo pazzesco». Era così Elvira Sellerio; chi la incontrava non poteva che esserne affascinato: «Passare dal suo ufficio, sentirla dialogare con i suoi autori era bellissimo. Ricordo con grande affetto e nostalgia gli aperitivi nel suo piccolo ufficio a Palermo, un crocevia letterario, etico e politico che non esiste in nessun altro luogo. Aveva la capacità di mettere insieme persone molto diverse fra loro, di incuriosirsi di figure anche molto lontane da lei».

Sironi, profondo conoscitore di letteratura giallistica, dei romanzi di Montalbano apprezzava il taglio diverso, più interessato alle atmosfere e al carattere dei personaggi che non all’intreccio poliziesco. Al primo incontro con Degli Esposti gli propose di girare con una pellicola da 35 mm, anziché da 16, come si era soliti fare per la televisione: malgrado la scelta comportasse una sensibile differenza di costi, il produttore accettò senza difficoltà. Può apparire un dettaglio tecnico, ma si rivelò una decisione lungimirante, perché se oggi possiamo rivedere in dvd i Montalbano d’antan con la nitidezza del digitale è grazie alla qualità cinematografica del 35 mm.

Venne poi il momento dei sopralluoghi in Sicilia, effettuati in contemporanea, ma separatamente, dal regista e dallo scenografo Luciano Ricceri, alla ricerca della giusta ambientazione. Camilleri avrebbe voluto Porto Empedocle, ma il paesaggio della sua infanzia era molto mutato e non solo per effetto della memoria. Lo erano molto meno Ragusa e la sua Marina e altri luoghi del ragusano, ed ecco allora configurarsi quel puzzle, inventato da Ricceri, che è il «paesaggio di Montalbano». Un paesaggio metafisico e al tempo stesso reale, frammentato ma in grado di ricomporsi in un tutto unitario come soltanto nella finzione cinematografica accade; un luogo dove non sono troppe le automobili e Montalbano può ancora aggirarsi per vie semideserte, ferme nel tempo, senza insegne commerciali, un po’ come in certi film western. Non fu difficile, mediante l’album fotografico delle ispezioni sul territorio dello scenografo, ingannare o, forse, persuadere lo scrittore. Nacque così il mondo di Montalbano e la sua casa affacciata sulla battigia, appartenente a una nobile famiglia ragusana: «Della casa, che poi scegliemmo, l’elemento che stregò sia me sia Luciano Ricceri è la balaustra della terrazzina, che è come un piccolo sipario teatrale sul mare. Siccome nelle storie di Camilleri c’è un po’ di teatro, c’è un modo di raccontare molto teatrale, sia nei dialoghi sia in certi luoghi mitologici del commissario, decidemmo che sarebbe stata quella la casa di Montalbano. Una balaustra sul mare con davanti il sole che tramonta… è difficile trovare qualcosa di più vicino al mito!».

La scelta di un Montalbano giovane – distante dal commissario Ingravallo di Pietro Germi di Un maledetto imbroglio (da Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda) – che aveva in mente Camilleri quando creò il suo commissario, ebbe come diretta conseguenza il ringiovanimento dell’intero commissariato di Vigàta, a partire dal giovanissimo Fazio di Peppino Mazzotta sino al Mimì Augello di Cesare Bocci. Personaggi che abbiamo visto cambiare, maturare nel carattere col passare degli anni, invecchiare nei volti degli interpreti, realizzando così il sogno di Truffaut di seguire con la cinepresa lo scorrere del tempo e fissare i volti degli attori che amava. Ma non sono solo i protagonisti, bensì è l’intera squadra che produce la serie televisiva a rimanere invariata: dal regista al produttore, dallo scenografo al musicista Franco Piersanti, autore delle colonne sonore, salvo pochi cambiamenti tra i tecnici. Anche in questo Il commissario Montalbano, con i suoi venti anni di vita, costituisce un caso unico di affezione dei suoi artefici e del suo pubblico.

Ed è proprio in forza del suo successo che è riuscito a resistere ai condizionamenti della politica televisiva, che talvolta l’avrebbe voluto meno scomodo, slegato dall’attualità, più corrivo con i presunti gusti di un pubblico spesso sottostimato. Perché Montalbano è la dimostrazione che la qualità premia. La panoramica dall’alto, ripresa dall’elicottero, che a ogni nuovo episodio cala la fantasia dello spettatore televisivo in un mondo divenuto a lui familiare, l’uso accorto dei primi piani, la ripresa accurata degli ambienti in cui si muovono i personaggi – palazzi un tempo fastosi e oggi un po’ delabré, quasi case museo, conservate nei loro arredi, come afferma Sironi di averne viste solo in Inghilterra –, l’assenza di violenza, di sparatorie e inseguimenti sono solo alcuni degli ingredienti del Commissario Montalbano televisivo. E poi il linguaggio, quel vigatese inventato, all’inizio così temuto dai funzionari della Rai, frutto di un compromesso tra la lingua letteraria di Camilleri e l’italiano colorito di inflessioni dialettali, apprezzato dal pubblico al punto di adottarne alcune espressioni ormai proverbiali.

Ma il teatro torna ad affacciarsi a ogni svolta del racconto di Sironi, sia per il casting – perlopiù effettuato a Catania, dove tuttora esiste una cultura teatrale che risale ai tempi di Giovanni Grasso – sia che si parli di costumi: «Per quel che riguarda i costumi, – dichiarava Sironi – sono stato certamente influenzato dalla mia lunga esperienza teatrale. In teatro l’attenzione e la cura con cui si gestiscono i costumi è molto significativa, anche perché sono pochi e il personaggio è quasi sempre connotato con uno o due abiti di scena. Così ho cercato di portare lo stesso tipo di atteggiamento anche nel mio lavoro televisivo. Negli ultimi anni, con la costumista Chiara Ferrantini, siamo arrivati a una tipicizzazione dei personaggi davvero molto precisa e ormai ci capiamo al volo».

Si danno le affinità elettive; esiste, forse, un nume, che presiede agli incontri fondamentali delle nostre vite; certo non è difficile immaginare che, se Camilleri e Sironi dovessero ritrovarsi, parlerebbero ancora di teatro e stavolta sarebbe il giovane assistente di Strehler a condurre l’intervista.



 



 
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