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Ricordo di Ugo Gregoretti

Michelangelo Cardinaletti
  Ugo Gregoretti
Data di pubblicazione su web 21/07/2019  

«Perché ho girato così pochi film? C’è un motivo. Per molti ero un miserabile rospo che usciva dal pantano maleodorante della disprezzatissima tv, osando fare un salto nell’Olimpo del cinema».

 

Sorride mentre parla sottovoce. Ha lo sguardo assorto nei ricordi. È seduto su un divano, nella penombra di un salone. Dall’altra parte, un giovane studioso scarabocchia un taccuino. Roma, piazza delle Coppelle, in un pomeriggio di gennaio. È attraverso questa fotografia che provo a ripercorrere con la mente tre anni di incontri e chiacchierate con Ugo Gregoretti.

L’ho conosciuto nel maggio del 2016 mentre ero alle prese con la stesura della mia tesi di laurea dedicata al cinema di Ettore Scola. Non potendo, ahimè, disporre della testimonianza diretta del regista, ho cercato qualcuno che potesse aiutarmi a ricostruire il personaggio. Avevo bisogno di una figura artistica vicina a Scola, una mente creativa che potesse regalarmi racconti, aneddoti, frammenti di backstage. Sentivo la necessità di cercare qualcosa di diverso, di inedito. Ed ecco che saltò fuori il nome di Gregoretti. Non certo sconosciuto ma, fino a quel momento, mai approfondito. Decisi di contattarlo per un’intervista telefonica e lui con estrema gentilezza mi propose di andare a trovarlo a casa. Non persi tempo e ventiquattr’ore dopo ero nel suo salotto, a due passi dal Pantheon, con un quaderno e un registratore. Già nel corso della prima chiacchierata mi resi conto dello spessore del personaggio che avevo davanti. Parlammo molto di Scola ma la mia curiosità si concentrò sempre più sul mio interlocutore. 

Rientrando a casa cercai di trovare una collocazione per la carriera di Gregoretti. Non fu semplice: era un uomo di spettacolo nel senso più ampio che si possa immaginare. A cominciare dalla televisione della quale fu uno degli inventori, dei soci fondatori, dei padri storici. Come Enzo Biagi, ma non accademico, come Sandro Bolchi, ma non prosaico, come Mike Bongiorno, ma non nazionalpopolare. Unico nella sua ricerca continua di invenzioni, un intellettuale leggero aperto a tutti i linguaggi al quale decisi quella sera stessa di dedicare la mia tesi magistrale.

Un’occasione rara per il sottoscritto da sempre appassionato alla Rai delle origini: teleromanzi e caroselli oggi archiviati al semplice ricordo in bianco e nero ma rappresentativi di un pezzo importante di storia del Paese e ancora vivissimi e reperibili, per chi ne senta il desiderio, grazie al web e a Raiplay. Un’inchiesta di Mario Soldati, una tappa del giro d’Italia con Sergio Zavoli o uno sketch di Nanni Loy sono ancora oggi testimonianze importanti ed efficaci per comprendere meglio “come eravamo”.

Ecco il mondo di Ugo Gregoretti. Le sue creazioni presero forma in questo contesto. Impossibile dimenticare dettagli dei suoi racconti, a cominciare dal suo modo di esporre i ricordi. La dialettica, le pause, la ricerca di parole spesso sorprendenti mi rivelarono un personaggio di profonda cultura, di genuina modestia e soprattutto di sfacciata ironia.

Nacque un’amicizia sincera, rafforzata nel corso di questi ultimi anni da tanti spassosi appuntamenti. Era felice di vedere che un giovane poco più che ventenne stesse approfondendo con sincera ammirazione la sua attività artistica. Ammirazione che, per essere tale, doveva esplicarsi obbligatoriamente attraverso un approccio leggero alla materia, scevro da cerimonialità e convenevoli. Il “baldanzoso giovanotto”, così mi chiamava, assetato di notizie sulla sua carriera infinita. Giornalista, autore televisivo e cinematografico, documentarista, regista teatrale e di opere liriche, intellettuale, scrittore, attore, presentatore, direttore di importanti rassegne culturali e di spettacolo.

In questi tre anni insieme mi resi conto che una delle sue caratteristiche più autentiche era quella di non prendersi sul serio. Lo capii quando mi raccontò con candido sarcasmo della raccomandazione che gli consentì di entrare in Rai durante un severissimo blocco delle assunzioni. Raccomandazione che non fu improvvida, poiché nel giro di poco tempo ebbe modo, attraverso le sue intelligenti realizzazioni, di mettersi in mostra. La televisione, in pochi lo sanno, deve proprio a lui l’individuazione della Santa patrona. «Mi misi a leggere alcune vite di Santi – mi disse – e scoprii che Santa Chiara aveva inventato la diretta in tempo reale, perché aveva visto sul muro della sua cella la passione di San Francesco». Questo fu il primo incarico che ricevette personalmente dall’allora direttore generale Salvino Sernesi; lo portò a termine, a seguito di una approfondita rassegna agiografica, con il plauso di papa Pio XII.

Dopo i primi anni in Rai, arrivò in poco tempo alla redazione giornalistica guidata da Vittorio Veltroni. Altra perla: il racconto dell’ilarità generale quando, poco dopo essere stato arruolato, scambiò i grandi rulli della moviola per una affettatrice di mortadelle. È qui che cominciò subito a occuparsi di attualità e, negli anni ’50, realizzò una serie di documentari e reportage sul costume. Semaforo (1955) e Piazza San Marco (1956) su tutti, testimonianze importanti della sua profonda inclinazione al satirico e al comico. Come un jazzista navigato che ama sperimentare la contaminazione di stili e di forme, nei suoi lavori cercò sempre di mescolare la grammatica cinematografica, cui guardava con ammirazione, con la prassi del mezzo televisivo producendo risultati straordinari che, a distanza di quasi sessant’anni, riescono ancora a sorprendere per la loro modernità. Se da un lato l’Italia stava scoprendo le potenzialità della tv come nuovo strumento di comunicazione, dall’altro c’era chi, come Ugo, già lavorava per innovare.

E innovatore Gregoretti lo fu, come attestano alcune sue trovate, alcune soluzioni registiche così avanti nel tempo, non sempre di immediata comprensione. Tanto che alcuni colleghi della Rai s’affrettarono a coniare il termine “gregorettata” per etichettare (con superficialità) tutte quelle realizzazioni a loro dire di scarso valore. Di tutt’altro avviso, però, fu la giuria del Prix Italia che nel 1960 decretò la vittoria per la sezione dei documentari de La Sicilia del Gattopardo, consacrando così il giovane Gregoretti agli onori della cronaca nazionale. In quell’occasione riuscì persino a destare l’interesse di Luchino Visconti, alle prese con la sua personale trasposizione del romanzo di Tomasi di Lampedusa. È grazie al documentario di Gregoretti che il regista milanese poté vedere gli interni di Palazzo Gangi di Palermo e ammirare il maestoso salone da ballo – fino ad allora mai aperto al pubblico – in cui è ambientata una delle scene più celebri del suo film. «Gli feci fare un bel sopralluogo in poltrona» mi disse sorridendo.

L’anno seguente realizzò Controfagotto, una fortunata rubrica satirica sul costume e le abitudini degli italiani. Fu questa anche la prima volta per Gregoretti in video. Aveva scoperto che Tito Stagno per andare in onda riceveva dalla Rai un’indennità piuttosto cospicua. «Capisci bene – mi disse – che con una famiglia da mantenere la cosa era alquanto allettante».

Il successo riscosso e la notorietà raggiunta gli consentirono di tentare la strada del cinema, tanto che per buona parte degli anni Sessanta abbandonò la telecamera per tentare la strada della cinepresa. Nel 1962 venne coinvolto da Alfredo Bini per I nuovi angeli, un film inchiesta sulla gioventù italiana del boom economico. Sempre grazie a Bini l’anno seguente partecipò al collettivo Ro.Go.Pa.G., film diviso in quattro episodi il cui titolo è una sigla che identifica i registi dei rispettivi segmenti: Rossellini, Godard, Pasolini e, appunto, Gregoretti. Firmò l’episodio Il pollo ruspante, una feroce satira sulla società dei consumi, con protagonista la coppia Tognazzi-Gastoni. Sempre nel 1963 girò il fantascientifico Omicron, incassando però, nonostante le grandi aspettative, un risultato fallimentare. In quel disastro non incontrò nemmeno la solidarietà dei suoi collaboratori, come ad esempio il compositore Umiliani, che cercò di “riciclare” le musiche in altre commissioni. Al termine di quello stesso anno, grazie all’invito di Godard, prese parte a un altro lungometraggio collettivo oggi quasi dimenticato intitolato Le truffe più belle del mondo, firmando l’episodio Il foglio di via. Ben più importante fu l’operazione de Le belle famiglie (1964), una commedia di cassetta che aveva l’obiettivo di rilanciarlo definitivamente nell’ostile mondo del cinema. «Critici e intellettuali – dichiarò Gregoretti – mi vedevano come un rospo che dal pantano maleodorante della tv aveva osato saltare nell’olimpo del cinema». Fatto sta che la commedia in questione, un po’ debole nel complesso, si tradusse in un tremendo fiasco, tale da convincerlo a un ritorno nell’angusto, ma solo per dimensioni geometriche, piccolo schermo.

Qui vi restò per poco, giusto il tempo di scatenare, nel 1968, un mare di polemiche con il suo originalissimo adattamento de Il circolo Pickwick di Dickens (trampolino di lancio nel mondo dello spettacolo di un giovanissimo Gigi Proietti). Probabilmente fatale fu la scelta – divenuta poi suo tratto peculiare – di apparire e muoversi all’interno dello sceneggiato come reporter, con la volontà di ragguagliare, ma anche di destabilizzare, lo spettatore proponendo una formula in aperta rottura con la tradizione “alla Majano”. Carico di anticonformismo Il circolo Pickwick finì nelle ultime posizioni dell’indice di gradimento e tanto bastò al direttore generale Bernabei per decidere di tenere lontano Gregoretti dagli studi televisivi per cinque anni. Tempo che fu dedicato alla realizzazione di documentari politici e di propaganda che lo portarono a maturare la sua adesione al PCI. Negli anni della contestazione e dell’autunno caldo realizzò Apollon: una fabbrica occupata (1969) e Contratto (1970), stabilendo rapporti di collaborazione con la casa di produzione del partito, la Unitelefilm, con la quale creò fra gli anni Settanta e Ottanta significativi docufilm fra cui Vietnam: scene del dopo guerra (1975), Dentro Roma (1976) e Comunisti quotidiani (1981).

Dopo Pickwick tornò alla televisione che nel frattempo aveva subito mutamenti importanti. Era una tv nuova, ormai a colori. Vi fece ritorno con intenti meno provocatori, dedicandosi con passione e impegno al rinnovamento della formula dello sceneggiato tradizionale. Furono anni di intenso lavoro vissuti al fianco dell’amico scenografo Guglielminetti, collaboratore storico con il quale sperimentò e indagò a fondo le possibilità espressive del mezzo elettronico. Aprì la strada, nel 1974, Le tigri di Mompracem, tratto da Salgari; passando poi l’anno successivo alle visitazioni strutturalistiche sul Romanzo popolare italiano; nel ’77 affrontò il dissidente Bulkakov e “le sue” Uova Fatali in una ricostruzione tutta elettronica dove a dominare era l’uso della tecnologia del Chroma-Key, un artifizio scenico peculiare della tv che ancora oggi consente di sovrapporre all’immagine ripresa da una telecamera fissa altre immagini prestabilite.

Tra il ’75 e il ’76 Gregoretti s’invaghì di un’altra musa, l’opera lirica, inventandosi una regia televisiva rivoluzionaria. Con Il cappello di paglia di Firenze di Nino Rota “prese le misure”, ma è con L’italiana in Algeri che colpì nel segno, traducendo la vitalità musicale di Rossini in una vitalità scenica espressa attraverso una partitura d’immagini pensata per il pubblico televisivo, con buona pace di quei puristi della lirica che gridarono allo scandalo. Nel 1979, allo scadere del decennio, manifestò il suo interesse anche per la prosa trasponendo, sempre per la tv, due divertenti commedie della tradizione britannica fino a quel momento mai tradotte in italiano: La casta fanciulla di Cheapside di Thomas Middleton e Tre ore dopo le nozze del trittico Gay, Pope e Arbuthnot. Per Gregoretti fu l’occasione di “calcare” per la prima volta le tavole del palcoscenico grazie al coinvolgimento dell’amico Proietti curando l’allestimento de Il bugiardo di Goldoni per il Teatro Stabile di Genova. Qualche anno più tardi dedicò proprio al drammaturgo veneziano forse l’opera più emblematica della produzione televisiva, Viaggio a Goldonia (1982), definita dallo stesso regista il suo «programma testamentario», poiché in esso confluirono tutte le esperienze maturate in tanti anni di televisione. Per il piccolo schermo realizzò pochi altri sceneggiati, come l’originale televisivo La recita scolastica del conte di Carmagnola (1983) liberamente ispirata da Manzoni, L’ultimo scugnizzo di Viviani (1992) e Il conto Montecristo (avete letto bene, conto e non Conte), tratto da Dumas padre e ambientato nell’Italia di tangentopoli (1996). 

Dalla metà dei mitici Settanta sino all’alba del nuovo millennio fu attivissimo nei teatri d’Italia con numerose regie di prosa, affrontando Petrolini, Ionesco, l’amico Satta Flores, lo stesso Viviani, Jarry, Pirandello e realizzando raffinati allestimenti di opere liriche: solo per citare le più importanti, Il matrimonio segreto di Cimarosa, L’elisir d’amore di Donizetti, Un ballo in maschera di Verdi, La Bohème di Puccini, Il barbiere di Siviglia sia nella versione di Rossini sia in quella di Paisiello.

Proprio l’eccezionale varietà musicale di questi autori fu fonte d’ispirazione per il concepimento dell’opera più profonda e malinconica della carriera di Gregoretti. Con l’autobiografico Maggio Musicale siglò il ritorno al grande schermo per raccontare attraverso l’interpretazione di Malcom McDowell il suo agitato rapporto con il mondo della lirica. Tuttavia la malasorte cinematografica non lo abbandonò neanche in quell’occasione. Distribuita nelle sale nel 1989, la pellicola raggiunse pochissimi spettatori. Il 6 luglio scorso, durante la commemorazione presso la casa del cinema di Roma, Gianni Amelio ha ricordato proprio la bellezza di Maggio Musicale invitando i giovani colleghi a riscoprirlo per ritrovarci dentro l’essenza più intima del suo autore.

Oggi che Gregoretti non c’è più ci si rende conto di quanto sia difficile ricevere l’eredità di una carriera artistica così ricca, piena di sfaccettature, costellata di esperienze maturate nei più disparati ambiti della cultura e dello spettacolo. In questa sede non ho ricordato, ad esempio, della sua esperienza di attore al fianco di Alberto Sordi in Amore mio aiutami, o ne La terrazza di Scola; così come della sua avventura da conduttore di Domenica In nel 1992 assieme ad Alba Parietti e a Toto Cutugno; delle direzioni artistiche del Teatro Stabile di Torino dal 1985 al 1989 e del festival Benevento Città Spettacolo (da egli stesso ideato) dal 1980 al 1990. Dimentico di sicuro qualcos’altro di questo autore ironico e divertente, fuori dagli schemi e allergico a qualsiasi classificazione.

In tre anni di incontri, oltre alle chiacchierate nella casa di Roma, ricordo con affetto il viaggio a Pontelandolfo, piccola cittadina nel beneventano alla quale la famiglia Gregoretti è legata da antica tradizione. Qui è custodito l’archivio personale, donato al comune nel 2012 e oggi raccolto nelle sale del bellissimo palazzo Rinaldi. La mia visita, inizialmente finalizzata alla consultazione di documenti inediti per la tesi, si trasformò con piacevole sorpresa in un soggiorno dal sapore familiare. Furono giornate indimenticabili di chiacchierate e riflessioni sulle tematiche più vivaci e disparate.

Eclettico, stravagante, geniale. Questo e molto altro è stato Gregoretti per l’Italia. Gli occhi rivolti al futuro e il sorriso beffardo della leggerezza. Spesso scherzava: «se togliamo la messa cantata e la cronaca sportiva ho fatto tutto». Chissà, magari in un’altra vita.



 



 
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