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Rivedere la storia

di Matteo Citrini
  Il traditore
Data di pubblicazione su web 20/06/2019  

Dopo Vincere (2009) e Bella Addormentata (2012), Marco Bellocchio fissa un altro tassello della sua recente filmografia sul confronto tra cinema e storia italiani. Il soggetto questa volta è la biografia di Tommaso Buscetta, il primo grande pentito della mafia siciliana, l’uomo che ha rivelato al mondo l’organizzazione della Cupola. Nel raccontarne le vicende, il film abbraccia quasi un trentennio di vita del nostro Paese, dall’ascesa dei corleonesi sul finire degli anni Settanta fino alla morte di Buscetta nell’aprile del 2000, passando per eventi che hanno segnato la cronaca del tempo come il maxiprocesso dell’86, la strage di Capaci e la cattura di Riina.


Una scena del film

Uno spaccato della nostra recente storia filtrato dallo sguardo del pentito per antonomasia, ma che “pentito” di per sé non è. Per lui infatti i “traditori” sarebbero altri: quei Totò Riina e Pippo Calò che avrebbero infangato e deturpato l’“onore” di Cosa nostra e che per questo meriterebbero la prigione. È solo per questo, afferma Buscetta, che avrebbe deciso di collaborare con Falcone. Una dichiarazione che lo spettatore impara presto a prendere con le pinze, come molte altre successive, in quanto immancabilmente si crea una scissione tra ciò che Buscetta è e ciò che afferma di essere. La camera di Bellocchio riesce proprio in questo intento: nel mandare in cortocircuito l’immagine che il protagonista ha di sé e quella che percepisce lo spettatore, senza per questo scendere mai in inutili psicologismi.

Stando a Buscetta, quindi, egli stesso sarebbe “uomo d’onore”. A suoi occhi lo Stato non è che un mero strumento risolutore di una faida tra clan: la vecchia guardia, sconfitta, si rifugia tra le braccia della giustizia e da lì indica e smaschera il nuovo potere. Poco importa se i magistrati capiscono o meno le testimonianze dei pentiti. Tra le scene di maggiore fascino c’è la confessione in siciliano stretto di Totuccio Contorno (Luigi Lo Cascio) al maxiprocesso: a fronte dell’incomprensibilità degli atti e della perplessità dei giudici, prevalgono le grida, gli strepiti e le maledizioni scagliate tra pentiti e incarcerati, in uno spettacolo grottesco che lascia attoniti e fa sorridere amaro. La scena è orchestrata come se fosse una pantomima, ma non travalica mai i limiti del surreale e riesce così a restituire in tutta la sua deformazione quella che è la loro realtà.


Una scena del film

Come sempre nelle sue opere, Bellocchio rifiuta la drammatizzazione della violenza e rifugge da ogni sua possibile “estetizzazione”: questi uomini sono e restano malvagi, hanno compiuto atti terribili e reggono la loro vita su un sistema di valori deturpato. Ma non per questo cessano di essere uomini con le loro paure, desideri e speranze. Su questo sottile equilibrio tra empietà, “onore” e affetto dei personaggi si regge il film: cronaca di un mondo non ridotto mai a fatti, ma sempre attento alla dimensione umana. Ed è per questo che la prova recitativa del cast è centrale. A partire dal Buscetta di Pierfrancesco Favino, capace di rendere credibile uno spietato assassino che ama la sua famiglia e si strugge per l’esilio, un uomo che non esita a mentire né lesina sui soldi presi dallo Stato, ma che sa guadagnarsi il rispetto di Falcone. Tra gli altri, Fabrizio Ferracane e Nicola Calì brillano nel restituire al contempo l’efferatezza e la meschinità dei loro personaggi: le scene in cui si assiste al confronto-scontro tra loro e Buscetta sono quelle di maggiore pregnanza per recitazione e brillantezza dei dialoghi. 


Una scena del film

Salvo qualche rara eccezione, come la scena dell’attentato a Falcone, Bellocchio mantiene un registro stilistico molto classico, con una regia precisa e discreta sostenuta dal ricorso a materiale documentaristico (titoli di giornale, servizi del tg, ecc.), come da tradizione per il genere. Una scelta volta a sottolineare quello che è il cuore del film: la necessità per il cinema di confrontarsi senza fronzoli né abbellimenti con la recente storia italiana e di diramarne le contraddizioni concedendo allo spettatore fatti, tempi e spazi sufficienti. La lunghezza della pellicola (due ore e quindici minuti) e la prolissità di alcune scene non sono dunque difetti ma tratti essenziali di un film che scende nel profondo dell’identità di un uomo e di un Paese tra luci e ombre.

Oscillando tra politica, cronaca e biografia, Bellocchio si affida a canoni stilistici convenzionali per confezionare un film che si rivolge schiettamente alla coscienza storica italiana e interroga la forma cinema come strumento di memoria collettiva.



Il traditore
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