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Anti social group

di Giuseppe Gario
  Anti social group
Data di pubblicazione su web 20/06/2019  

Vivere in tempi interessanti, si dice, è un malaugurio. I nostri lo sono per sostanza e cronaca. Sostanza è l’erba che cresce per un nuovo raccolto. «Lo sviluppo del costituzionalismo globale ha un chiaro fondamento nelle insufficienze dei costituzionalismi nazionali. Le costituzioni nazionali non sono bastate per evitare crimini orrendi. Gli Stati stessi, invece di proteggere le libertà dei cittadini, le hanno in vario modo limitate. Sono, allora, apparsi necessari principi superiori, capaci di limitare gli Stati e le relative costituzioni. Ma come possono essere posti tali principi, senza una Costituzione globale, che a sua volta richiederebbe una assemblea costituente cosmopolita?». «Lentamente e con fatica si stanno affermando alcuni principi comuni nel mondo, dal rispetto della vita umana alla pace, all’accettazione del movimento della finanza, delle persone e delle merci». (S. Cassese, Il costituzionalismo globale avanza, in «Il Sole 24 Ore», 26 maggio 2019, p. 27, recensione a Global Constitutionalism From European And East Asia Perspectives, a cura di T. Suami et al., Cambridge, Cambridge University Press, 2019). Un buon augurio.

Il seme fu l’accordo del 1928 a Parigi che dichiarò illegale la guerra. «Prima del 1928, ogni Stato faceva propria la posizione opposta. La guerra non era un allontanamento dalla politica civile; era politica civile. Per gli Stati risultava infatti inconcepibile farne a meno. I firmatari del patto cercarono di porre fine alla guerra fra gli Stati rinunciando a essa come strumento di politica nazionale. Questa rinuncia segnò l’inizio di una trasformazione, non la fine. Analogamente a quanto era stato per la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, il patto rappresentava una categorica rottura con il passato. Prometteva inoltre un nuovo ordine legale e politico, per quanto ancora indefinito. Proprio come c’erano volute la guerra d’indipendenza, il venir meno della prima costituzione degli Stati Uniti (nota come gli Articoli della Confederazione) e la ratifica della seconda costituzione nel 1789, perché si compissero le promesse della dichiarazione d’indipendenza, ci sarebbero voluti due decenni di lotta, compresa una guerra mondiale, il fallimento della Società delle Nazioni e l’istituzione delle Nazioni Unite, perché le promesse del patto divenissero realtà» (O.A. Hataway e S.J. Shapiro, Gli internazionalisti. Come il progetto di bandire la guerra ha cambiato il mondo, Vicenza, Neri Pozza, 2018, p. 14). «Al posto della guerra, il diritto internazionale conta sull’emarginazione». «Lo scopo non è la vendetta, quanto rimettere in riga chi si è comportato male» (ivi, p. 440).

La cronaca. «L’azienda di analisi dati che ha lavorato col team elettorale di Trump e nella vittoriosa campagna di Brexit prelevò milioni di profili Facebook di elettori USA, la maggiore infrazione mai vista dei giganti tecnologici, e li trasformò in un potente programma software per predire e influenzare le urne. Un informatore ha rivelato all’«Observer» che Cambridge Analytica – allora diretta da Steve Bannon, consulente chiave di Trump, e di proprietà di Robert Mercel, miliardario fondatore di un fondo avvoltoio – usò dati personali presi senza autorizzazione a inizio 2014 per costruire un sistema di profilazione individuale degli elettori USA, bersaglio di spot elettorali personalizzati. Christopher Wylie, che lavorò con un accademico dell’Università di Cambridge, ha detto all’«Observer»: “Usammo Facebook per prelevare milioni di profili personali. E costruire modelli per sfruttare ciò che sapevamo di loro e colpire i loro demoni interiori. Era la base su cui era costruita la società» (R. McNamee, Zucked. Waking Up to the Facebook Catastrophe, London, HarperCollins, 2019, pp. 180-181). «Secondo un calcolo di Google, per i nati tra il 1980 e il 2000 l’attenzione del cervello allo schermo del computer dura nove secondi. Dopo si distrae, e ci vuole un nuovo stimolo per attivare la concentrazione» (A. Beuve-Méry, Une génération en déficit d’attention, in «Le Monde», 12 giugno 2019, p. 29).

«All’arrivo nella Sala Ovale Trump promise di ristabilire la potenza USA. Il suo metodo si è rivelato trasformare in armi una massa di attrezzi economici. Il mondo può vedere così la forza impressionante proiettata da una superpotenza svincolata da regole o alleati». «C’è aria di ammutinamento». «Trump ha ragione, il network dà agli USA un vasto potere. Ci vorranno decenni e una fortuna per sostituirlo. Ma se ne abusi, finirai col perderlo» (Weapons of Mass Disruption, in «The Economist», 8-14 giugno 2019, p. 13). «Lo storico Walter Russell Mead, 66 anni, il primo ad aver inquadrato The Donald in un filone di pensiero tradizionale – quello che affonda le sue radici nel presidente populista Andrew Jackson – avverte: “Il suo approccio alla politica estera è quello di un immobiliarista. Il modo in cui concepisce le sue mosse, questo caotico negoziare mirato a creare incertezza nell’avversario: è tutto scritto nel suo The Art of Deal, il suo libro sull’arte di fare affari» (A. Lombardi, Walter Russell Mead: “Donald in politica estera ha l’arte dell’immobiliarista”, in «la Repubblica», 16 giugno 2018, pp. 17-18).

Questa disgregazione di massa nasce dall’indebolimento dei grandi partiti, e da un mercato politico di demoni elettronici da nove secondi, perché «la rete educativa, infrastrutturale e di sicurezza sociale a sostegno d’una prospera classe media esige sostanziali entrate fiscali. Per mantenere il sistema ci vuole un terzo pilastro: grandi imprese radicate nel territorio». «Democrazie solide possono superare bene questo periodo di turbolenza. Ma sarebbe sbagliato darlo per scontato» (Votes of confidence, in «The Economist», 15-21 giugno 2019, p. 66). Forse l’UE, ma «Trump, nella visione di Bannon, è una fase, persino una deviazione, nella rivoluzione che da lui prende il nome e da sempre ha a che fare con la debolezza dei due partiti maggiori. La presidenza Trump – non importa quanto duri – ha creato la finestra di opportunità per gli outsider veri. Trump è solo l’inizio. In piedi sui gradini di Breitbart News, quella mattina di ottobre [2017], Bannon sorrise dicendo: “Sarà una cosa selvaggia, di brutto”» (M. Wolff, Fire And Fury, Paris, Little-Brown, 2018, p. 310). Malauguratamente, Brexit.

«La costituzione britannica è un guazzabuglio di contraddizioni disseminate in innumerevoli leggi, convenzioni e regole». «Un tempo i legislatori britannici erano per lo più consci che agire d’impulso con le regole può compromettere la democrazia. Forse per questo usavano moderazione. Ma negli ultimi decenni, quando la democrazia liberale pareva inattaccabile, hanno scordato la cautela». «Il fatto stesso di uscire dall’UE porrà nuovi dubbi sulla costituzione. La Carta dei Diritti Fondamentali, che consacra nella legge i diritti dei cittadini europei, non regolerà più i tribunali inglesi». «Da qui una preoccupazione finale. La sgangherata e facilmente emendabile costituzione è vulnerabile alla radicalizzazione politica di tre anni ai remi di Brexit». «Molti britannici sembrano spensieratamente inconsapevoli della prossima prova». «Brexit è stata a lungo una crisi politica. Ora sembra destinata a divenire anche crisi costituzionale. È una crisi a cui i britanni sono vergognosamente impreparati» (The Next to Blow, in «The Economist», 1-7 giugno 2019, p. 7). Noi pure. «Il problema dell’Unità d’Italia, di come sia avvenuta e di quali fratture abbia lasciato il sedimento, si pone ogni volta che, cambiando le sfide del presente, si è spinti a voltarsi indietro e a riflettere sulle parole di Antonio Gramsci: “Realmente l’unità nazionale è sentita come aleatoria, perché forze ‘selvagge’, non conosciute con precisione, elementarmente distruttive, si agitano continuamente alla sua base”. Oggi quelle forze selvagge si manifestano di nuovo. Vediamo affiorare spaccature profonde lungo crinali antichi» (A. Prosperi, Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento, Torino, Einaudi, 2019, p. X).

Sull’onda della crisi dei grandi partiti storici è tornata la strana coppia UK-Italia, che Soros, allora solo profit, cacciò dal Sistema Monetario Europeo nel 1992. La preda ora è il mondo intero, in libera e selvaggia caccia. Ma «la scelta tra diritto e potere è falsa. Non esiste vero potere – un potere utile a conseguire importanti e duraturi obiettivi politici – in assenza di diritto. Il diritto crea il potere concreto. Come scoprirono i giapponesi nel 1931, non bastava occupare la Manciuria se nessuno trattava la Manciuria da Manciukuò. La Russia sta oggi imparando nuovamente questa lezione con la Crimea». «La stessa lezione la sta scoprendo la Cina nel Mar Cinese meridionale. Può occupare tutte le isole che vuole, ma a poco valgono fintanto che il resto del mondo si rifiuta di riconoscerle. C’è del fatalismo nel dipingere un mondo che riposa sul potere statale, e non lascia molto spazio all’agire umano. La vicenda della trasformazione del vecchio ordine mondiale nel nuovo sta però a dimostrare che, se il diritto determina il potere, le idee – e coloro che le elaborano e le diffondono – determinano il diritto. La forza bruta, come acqua impetuosa, va controllata e incanalata». «Se il diritto è ciò che dà forma al potere reale, e le idee danno forma al diritto, allora abbiamo il controllo sul nostro destino. Possiamo scegliere di riconoscere certe azioni e non altre. Possiamo collaborare con chi segue le regole ed emarginare chi non lo fa. E quando le regole non funzionano più, possiamo cambiarle» (Hataway e Shapiro, Gli internazionalisti, cit., pp. 491-492). Si chiama libertà, nel diritto e nella democrazia.

Invece i «movimenti creati per proteggere gli interessi e esaltare le identità nazionali, a conti fatti si rivelano strani compagni di letto. I governi Jaroslaw Kaczynski in Polonia e Viktor Orban in Ungheria hanno a lungo fatto orecchie da mercante alle richieste italiane di redistribuire in UE i richiedenti asilo africani. Problema ora aggirato: nuovo mantra della destra populista è la risposta di sigillare le frontiere europee. Ma accordarsi sulla politica economica sarà più difficile. L’AFD e gli altri gruppi nord-europei di estrema destra vogliono proprio l’austerità fiscale che Salvini denuncia come freno all’economia italiana» (A Posse of Patriots, in «The Economist», 13-19 aprile 2019, p. 23). È il ciascun per sé spacciato per sovranità nella nostra economia poco innovativa nei prodotti e avvezza a espedienti di svalutazioni competitive e condoni fiscali, che solo aggravano i nostri ritardi. L’euro impedisce le svalutazioni competitive e nella parità stabilita è una forte leva del nostro commercio estero, tuttora attivo per cinquanta miliardi. «Ma questo spiega perché una crisi di governo dopo le elezioni europee può spingere indietro l’Italia nella spirale viziosa delle paure di mercato sulla sua solvibilità, portando a costi del debito più alti e a deficit ancor maggiori. Un governo populista di destra Salvini può essere più omogeneo e armonico. Ma perfino più temerario fiscalmente» (Out of the Frying Pan, but into What?, in «The Economist», 11-17 maggio 2019, p. 20). Quel che si dice spararsi nei piedi.

In effetti, Bannon opera da tempo anche da noi. «Il piano di Steve Bannon, già direttore strategico di Trump, per lanciare un’accademia della destra alternativa in un monastero italiano, rischia di essere interrotto d’autorità. Il business plan per averlo in affitto è falsificato. Bannon paga 100.000 l’anno per la Certosa di Trisulti, antico monastero certosino sulle montagne a est di Roma. Dello stato, nel febbraio 2018 il ministro per i beni artistici e culturali lo ha concesso in affitto per 19 anni a una organizzazione no-profit di base a Roma, l’Istituto Dignitatis Humanae, di cui è amministratore fiduciario Bannon. Due organismi ufficiali stanno indagando sulla concessione». «Bannon ha definito l’Accademia per l’Occidente Giudaico-Cristiano, che l’Istituto intende aprire nel monastero in autunno, una “scuola di gladiatori culturali”. Il direttore dell’Istituto, Benjamin Harnwell, dice che essa offrirà un master con corsi di filosofia, teologia, storia ed economia. Bannon curerà di persona il corso complementare sulla pratica di leadership politica». «La controversia sul business plan è solo l’ultima di varie batoste subite dall’Istituto negli ultimi mesi. Da dicembre Luca Volonté, ex democristiano suo presidente, è sotto processo a Milano, accusato di corruzione per 2,4 milioni di € ricevuti da fonti dell’Azerbaigian private e pubbliche. Presunto pagamento per l’aiuto a bloccare, quale parlamentare del Consiglio d’Europa, la denuncia di violazione dei diritti umani in Azerbaigian. Volonté nega. Harnwell ha fondato l’Istituto Dignitatis Humanae nel 2008 aiutato da vari eminenti cattolici. Tra di loro Austin Ruse, presidente del Centre for Family and Human Rights in America, e liberali come Lord Alton, pari inglese già politico liberal-democratico. Ma come Harnwell ammette, con il visibile e crescente ruolo di Bannon molti membri e funzionari liberali, incluso Lord Alton, hanno lasciato. Ultimo un prelato vaticano di alto rango, il Cardinale Peter Turkson» (Academic Controversies, in «The Economist», 25-31 maggio 2019, p. 30). «Astra inclinant non necessitant». Gli internazionalisti, cit., pp. 491-492). Si chiama libertà, nel diritto e nella democrazia.


ANTI SOCIAL SOCIAL GROUP. Stampata su una t-shirt, la scritta va interpretata, ma si tratta sempre di social. Anche il denaro è sempre denaro, ma ci fa lavorare insieme solo se circola in modi eticamente e tecnicamente corretti, come il traffico, altrimenti sono guai grossi per tutti. È materia di educazione pubblica, non di sovranità. Le regole che danno valore al denaro prescindono dal consenso elettorale. Chi lo dice imbroglia o è imbrogliato e azzera il valore di denaro e voto. Specie per chi ha poco potere e denaro, democrazia è intelligenza. I mini-bot ci riportano ai mini-assegni degli anni Settanta, sostitutivi delle monete, sparite perché  di valore nominale inferiore a quello del loro metallo, quando inflazione e interessi sui BOT erano al 20%, ma eravamo, si dice, sovrani. Fatturati i demoni politici, Mark Zuckerberg ha annunciato la “libra”, la moneta elettronica di Facebook che «mira in particolare ai paesi in sviluppo dove il sistema finanziario e la moneta non sono sempre stabili: India, Brasile, Venezuela, Argentina …» (V. Chocròn e A. Piquard, Facebook veut bousculer les monnaies, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 18 giugno 2019, p. 12). Sulla china di un sistema finanziario e monetario italiani sempre più instabili, lira o libra?






 
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