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Hamelin

di Giuseppe Gario
  Hamelin
Data di pubblicazione su web 27/05/2019  

«“Li si cerca dappertutto e sono arrivati in porto ieri sera, un po’ prima delle 23, sotto la pioggia. Venti persone a bordo, quindici uomini e cinque donne. Sono stati immediatamente condotti al centro di accoglienza, per la registrazione”». «“Avete l’aria sorpresa, ma questo genere di arrivi è molto frequente”», assicura il sindaco di Lampedusa. «“Le coste africane sono qui a fianco, il tragitto dalla Tunisia non è difficile e i tunisini conoscono bene il mare. Solo, al momento il governo fa di tutto perché non se ne parli. Dato che Matteo Salvini ripete ovunque che i porti sono chiusi, come potrebbe ammettere che qui i migranti continuano ad arrivare?”».

Nativo dell’isola e figura storica della sinistra locale, Toto Martello è stato rieletto sindaco di Lampedusa nell’estate 2017 (lo era già stato dal 1993 al 2002), dopo la clamorosa disfatta dell’uscente Giusi Nicolini, la cui aura di passionaria dei diritti dell’uomo aveva finito per irritare una parte degli isolani. Meno militante di lei, rimane partigiano dell’apertura dei porti e della assistenza alle persone disperse in mare – come potrebbe essere diversamente quando si è figli di pescatori? «“I miei rapporti con la regione Sicilia, alla quale Lampedusa appartiene, sono ottimi. Quando sono andato a Bruxelles, qualche mese fa, sono stato ricevuto dal Presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, dal commissario europeo per le migrazioni, Dimitris Avramopoulos, e anche da membri dell’équipe di Federica Mogherini. Ma se scrivo al ministro dell’interno, non risponde, non accusa neppure ricevuta. Poiché non può cambiare la situazione a Lampedusa, Salvini cerca di farci sparire. Vuole farci dimenticare”» (intervista raccolta da J. Gatutheret, Le migrants fantômes de Lampedusa, in «Le Monde», 8-9 maggio 2019, p. 6).

«“Quando sono arrivato sull’isola, nel 2015, c’erano 23.000 arrivi registrati. Nel 2016 13.000, poi 9.500 nel 2017 e infine 3.500 nel 2018. L’inizio anno è stato segnato da un mare molto difficile, per cui il numero di arrivi dev’essere molto basso, ma non è davvero significativo”», spiega Alberto Mallardo, rappresentante di Mediterranean Hope, ONG emanazione delle chiese protestanti italiane, molto attive sull’isola». «Osservatore delle incessanti mutazioni delle vie migratorie, il giornalista Mauro Seminara, che vive sull’isola dalla metà degli anni 2000, relativizza l’importanza dei cambiamenti degli ultimi mesi. “È tutto molto fragile e può mutare in ogni momento”, assicura. “Al contrario colpisce l’efficacia della macchina di propaganda messa a punto da Matteo Salvini. L’11 aprile un battello con 70 migranti è arrivato dalla Tunisia. Il ministero dell’interno ha affermato che dopo ventiquattrore tutti erano stati rispediti a casa, e qui sull’isola molti l’hanno creduto. Anche se è risaputo che una metà è subito ripartita per la Sicilia, a Porto Empedocle, e l’altra metà è rimasta per un po’ di tempo a Lampedusa…”» (ibid.).

La macchina di propaganda è la rete. «In un articolo pubblicato all’inizio del XXI secolo, il giurista americano Lawrence Lessig esprimeva la sua visione sull’avvenire delle nostre società con una formula ripetuta innumerevoli volte: Code is law (“Il codice informatico è la legge”). Lessig notava qualcosa che tutti percepiamo: a poco a poco, la rivoluzione digitale modifica molto più delle tecniche di produzione e condivisione delle conoscenze. A volte il codice sembra in effetti ‘fare’ legge intorno a noi. Sempre più contribuisce a eleggere i governanti, può decidere dell’assegnazione di un prestito o fissare la pena inflitta in un tribunale». In Au coeur des réseaux (Le Havre, Le Pommier, 2019) Fabien Tarissan rileva dalle ricerche «la responsabilità degli utenti, che guidano gli algoritmi cliccando sui contenuti che piacciono piuttosto che su quelli che servono. La ricerca scientifica è più inquietante sulla manipolazione delle reti o sulla sorveglianza in rete. Ad esempio, bastano pochi dati sulle abitudini di una persona per individuarla in scambi anonimi». Tre le dinamiche della Culture numérique, secondo Dominique Cardon (Paris, Presses de Science Po, 2019): «l’aspirazione incessante degli individui ad aumentare il loro potere d’azione, l’emergere di nuove forme di organizzazione e partecipazione politica e, infine, l’appropriazione di mercato delle fonti dei dati e degli algoritmi che danno profitti monetizzando le tracce delle nostre attività on line». «Poiché gli algoritmi formano i loro modelli partendo dai dati forniti da noi, le loro previsioni automaticamente tendono a riconfermare le preferenze, ineguaglianze e discriminazioni del mondo sociale». «I due libri echeggiano in modo incredibile le predizioni di Lessig: “Qualcuno decide come funziona il codice”, scriveva. “La sola questione è sapere se noi avremo collettivamente un ruolo nelle loro scelte o se lasceremo ai programmatori il compito di decidere i nostri valori al nostro posto”» (G. Bastin, Décoder la société numérique, in «Le Monde des Livres», 10 maggio 2019, p. 7).

«Collera, indignazione, paura, empatia… le emozioni sono ovunque. Mobilitano o paralizzano, accecano o fanno discutere». «Le passioni sono tornate, in forza, in primo piano. Mancano però gli strumenti per capire». «Bisogna perciò rallegrarsi dell’importante volume collettivo pubblicato col titolo Passions sociales, sotto la direzione di Gloria Origgi (Paris, PUF, 2019). Non dà risposta definitive, va da sé, ma offre un efficace mazzo di chiavi. In oltre 600 fitte pagine, un centinaio di studi copre la varietà di aspetti delle passioni sociali, da ‘abnegazione’ a ‘xenofobia’, passando – alla rinfusa, arbitrariamente ma in ordine alfabetico – per ‘amore’, ‘antisemitismo’, ‘celebrità’, ‘collera’, ‘dignità’, ‘odio’, ‘umiliazione’, ‘identità’, ‘misoginia’, ‘patriottismo’, ‘radicalizzazione’, ‘snobismo’, ‘valori sacri’» (R. Droit, La nouvelle société des émotions, in «Le Monde des Livres», 10 maggio 2019, p. 8).

Il messaggio è chiaro e riguarda noi che, passando alla rinfusa e arbitrariamente da una passione all’altra, veniamo manipolati. Caso di scuola Brexit. «In giugno 2016, UK votò l’uscita dall’UE. Fu uno shock totale. I sondaggi avevano previsto un trionfo ‘Remain’ su ‘Leave’, quasi quattro punti, e fu esattamente il contrario. Nessuno sapeva spiegarlo. Mi venne in mente una possibile spiegazione. E se Leave avesse tratto vantaggio da Facebook? La vittoria attesa di Remain era legata all’ottimo affare concluso da UK con UE: tutti i benefici dell’appartenenza, mantenendo la propria moneta. Londra era l’indiscusso fulcro finanziario d’Europa e i cittadini UK potevano fare affari e viaggiare liberamente attraverso i confini aperti nel continente. Il messaggio “mantieni la rotta” di Remain era basato su una intelligente economia, ma non aveva emotività. Leave basava la sua campagna su due appelli fortemente emotivi. Si appellava al nazionalismo etnico addebitando agli immigrati i problemi del paese, reali e immaginari. Inoltre prometteva che Brexit avrebbe consentito enormi risparmi per migliorare il Servizio Sanitario Nazionale, idea che consentì agli elettori di dare lustro altruistico a una proposta invece xenofoba. Lo spettacolare risultato Brexit poneva un’ipotesi: in contesti elettorali Facebook può avvantaggiare i messaggi di paura e rabbia su quelli di suggestioni neutre o positive. Lo fa perché il modello di business pubblicitario di Facebook dipende dal coinvolgimento, attivato meglio dall’appello alle nostre emozioni più elementari», perché «le emozioni legate alla parte più primitiva del cervello, come paura e rabbia, provocano una reazione più uniforme e sono più virali nella massa». «Facebook ha usato il monitoraggio per costruire giganteschi profili di ogni utente cui fornisce un personale Truman Show, come nel film con Jim Carrey nei panni di un uomo che passa tutta la vita come star del suo personale show tv. Comincia dando agli utenti “ciò che vogliono”, ma gli algoritmi sono conformati per guidare la loro attenzione nelle direzioni volute da Facebook. Scelgono messaggi che toccano tasti emotivi perché gli utenti spaventati o arrabbiati si fermano più a lungo sul sito. Facebook la chiama “partecipazione”, ma il fine è modificare i comportamenti per rendere più redditizia la pubblicità. Vorrei averlo capito nel 2016. Oggi Facebook è la quarta impresa per valore in America, benché abbia solo quindici anni, e il valore deriva dalla sua supremazia nel monitoraggio e nella modifica dei comportamenti» (R. McNamee, Zucked. Waking Up to the Facebook Catastrophe, London, HarperCollins, 2019, pp. 8-9). «Apprendemmo presto che condividere le basi di dati con parti terze era una delle tattiche centrali nel successo di Facebook» (ivi, p. 184).

Brexit è una perfetta trappola emotiva senza vie d’uscita, nelle parole pacate ed esperte di Sir Ivor Roberts, già ambasciatore UK in Italia, nell’annuale conferenza CENVI-ASERI dell’Università Cattolica di Milano, quest’anno (13 maggio) dedicata a Diplomatic lessons from the Brexit debacle. Manipolata, Brexit è comunque la volontà del popolo: gli algoritmi hanno guidato il voto, code is law. Nella «sua precoce analisi dei populisti in prospettiva storica, Borges metteva in evidenza come i loro leader trasformassero la politica in un susseguirsi di menzogne. La realtà diventava un melodramma, e tutto veniva travisato generando finzioni “che non potevano essere credute ed erano credute”. Come Borges, anche noi dobbiamo ricordarci che il fascismo e il populismo vanno posti di fronte a verità empiriche e che occorre, come lui stesso scrisse, distinguere fra “leggenda e realtà”. In tempi come quelli in cui viviamo, il passato ci rammenta che il fascismo e il populismo sono essi stessi soggetti alle forze della storia» (F. Finchelstein, Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale, Roma, Donzelli, 2019, p. 32). Gli algoritmi attualizzano l’antico problema posto da Epicuro a Meneceo, nelle parole tramandate da Diogene Laerzio: «Empio non è colui che nega gli dei del volgo; ma colui che applica agli dei le credenze del volgo» (L. Canfora, Un mestiere pericoloso. La vita quotidiana dei filosofi greci, Palermo, Sellerio, 2000, p. 189).

Per dire, il discorso di Viktor Orbán nella festa nazionale del 15 marzo 2016: «“Finalmente i popoli che dormivano cullati dall’abbondanza e dalla prosperità, hanno capito che i principi di vita sui quali è stata costruita l’Europa sono in pericolo mortale. L’Europa è una comunità di nazioni cristiane, libere e indipendenti; uguaglianza tra uomini e donne; concorrenza leale e solidarietà; orgoglio e umiltà; giustizia e misericordia. Questa volta il pericolo non ci assale al modo delle guerre e dei disastri naturali, cogliendoci di sorpresa. L’immigrazione di massa è un corso d’acqua lento e implacabile che erode le nostre coste. Camuffata da causa umanitaria, in realtà mira all’occupazione del territorio. E a mano a mano che loro guadagnano terreno, noi lo perdiamo”» (cit. in D. Murray, La strana morte dell’Europa, Vicenza, Neri Pozza, 2018, p. 245). I barbari sono alle porte.

«Probabilmente è proprio lì che sta una delle chiavi del successo del populismo penale: l’incontro fra preoccupazione securitaria e strumentalizzazione politica, fra il supposto buonsenso e i propri interessi, tra convinzione e cinismo, tutti elementi le cui frontiere rimangono incerte e mobili, ma che hanno in comune il fatto di eludere un confronto spassionato tra i fatti e l’interpretazione rigorosa a cui possiamo sottoporli» (D. Fassin, Punire. Una passione contemporanea, Milano, Feltrinelli, 2018, p. 141). «La diffusione e normalizzazione delle pratiche punitive extragiudiziarie da parte delle forze dell’ordine rappresentano una caratteristica centrale delle società contemporanee largamente sconosciuta» (ivi, p. 51).

«La parola chiave delle politiche migratorie contemporanee non è chiusura, ma selettività. In un certo senso l’immigrazione non esiste. Esistono diversi tipi e categorie di immigrati, e le persone in carne e ossa vengono incasellate e possono cercare di inserirsi in qualcuna di queste categorie. Anche i governi dichiaratamente più ostili all’apertura dei confini, alla fine, arrivano ad ammettere che certi tipi di immigrati non solo servono, ma sono benvenuti» (M. Ambrosini, Dilemmi veri e una risposta, in «Avvenire», 18 maggio 2019, p. 1). Dietro lo spauracchio emotivo della sicurezza, c’è il primitivo e atroce mercato degli esseri umani, inclusi tutti i volonterosi fornitori di dati personali e gratuiti a maggior profitto di Facebook e dei manipolatori che ne acquistano i servizi per vie oblique.

Nel 1284 a Hamelin un “pifferaio” portò a morire centotrenta bambini, non si sa perché. Divenuta fiaba dei fratelli Grimm, ricorda che un manipolatore può sottrarre il futuro a chi ignora le forze della storia. Le documenta Peter S. Wells, archeologo. «L’esempio romano suggerisce che quando i sistemi grandi e complessi interagiscono con sistemi più piccoli e meno complessi non possiamo assumere che i primi prevarranno grazie alla forza del potere politico, economico o militare. Le società indigene hanno diverse risorse, spesso poco comprese, che permettono loro di giocare un ruolo determinante negli esiti di tali interazioni» (La parola ai barbari, Milano, Il Saggiatore, 2019, p. 305). Così fu disegnata l’Europa romana da popoli conquistati. Oggi c’è «il paradosso delle democrazie contemporanee, nelle quali eguaglianza e libertà sono entrate in tensione fra loro, al punto che la privazione della prima è diventata un ostacolo importante alla realizzazione della seconda» (Fassin, Punire, cit., p. 118). I piccoli del mondo non sono così piccoli, i grandi non così grandi.

«Tre decenni dopo la caduta dell’Unione Sovietica, il momento unipolare è finito. L’America affronta nella Cina un immenso rivale che aspira fiducioso a essere il numero uno. Commerci e profitti, che di solito consolidano i legami, sono divenuti un’altra questione di litigio» (A New Kind of Cold War, in «The Economist», 18-24 maggio 2019, p. 11). Le ambizioni regionali saudite e israeliane e la denuncia USA dell’accordo con l’Iran ci ricordano poi che «spesso la guerra delle parole, invece di esorcizzare la guerra, semplicemente la preparano» (A. Frachon, Trump dans le Golfe: danger, in «Le Monde», 17 maggio 2019, p. 26).






 
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