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Cattedrale Europa

di Giuseppe Gario
  Cattedrale Europa
Data di pubblicazione su web 07/05/2019  

«La cattedrale va completata. Per la portata storica e la lungimiranza dei suoi obiettivi – già oggi l’Europa è all’avanguardia su temi quali la tutela del clima, la difesa dei diritti umani e l’approccio multilaterale e cooperativo a livello internazionale – nonché per la fase avanzata alla quale si è pervenuti, l’Unione politica europea è un progetto di rilevanza tale che dal suo completamento può dipendere non solo il futuro dei cittadini europei ma quello dell’intero pianeta»  (A. Padoa-Schioppa, Scopi e profili istituzionali dell’Unione: tappe, sfide, dinamiche in corso, in A. Calabrò et al., Europa nonostante tutto, Milano, La Nave di Teseo, 2019, pp. 56-57). 

Nel mondo già tecnicamente unificato, il libero mercato globale post-guerra fredda vuole auto-conservarsi, termometro la capitalizzazione di borsa (quella di Microsoft il 25 aprile ha superato i mille miliardi di dollari, dopo Apple e Amazon nel 2018; il nostro prodotto interno lordo 2018 è milleottocentosessanta). Emarginati gli stati nazionali, vuole sostituire i sistemi politici e giudiziari internazionali UE e ONU con arbitraggi internazionali di mercato, già bocciati dal Parlamento Europeo. Ci riprova però Mark Zuckerberg, che il 30 marzo, su «Le journal du dimanche», «evoca l’idea di creare “degli organismi terzi”, incaricati di “definire gli standard di diffusione dei contenuti violenti e di odio, e di valutare le imprese con questi standard”», affidando al mercato il governo di oltre due miliardi di utenti (M. Tual-M. Untersinger, Racisme, porno... dans la peau des modérateurs de Facebook, in «Le Monde», 10 aprile 2019, p. 17). 

USA in testa, elettori di governi democratici si fanno azionisti di governi che producono valore per il mercato. Il 12 dicembre 2018, Orban ha aumentato per legge le ore di lavoro straordinario annue da 250 a 400, pagate dopo tre anni (cfr. L. Grosso, L'Ungheria di Orban si prepara a varare la "Legge sulla Schiavitù": straordinari selvaggi e pagati a 3 anni, in «Businnes insider Italia», 12 dicembre 2018). Divenuti filiali del mercato globale, «eccellere nelle funzioni di polizia è il migliore (forse l’unico) fattore che i governi statali possono mettere sul piatto della bilancia per indurre un capitale avvezzo al nomadismo a investire nel benessere dei propri sudditi; ed è quindi la via più breve che conduce alla prosperità economica del paese, e che dobbiamo sperare generi sensazioni di “benessere” tra gli elettori – a ciò indotti dalle pubbliche dimostrazioni di polizia e di prodezza dello stato» (Z. Bauman, Dentro la globalizzazione, Roma-Bari, Laterza, 1999, p. 132). Se vi ricorda casa nostra, non è un caso. Stiamo ricadendo nella legge del più forte, per cui vale «il vecchio adagio avvocatesco: “Quando la legge è dalla tua parte, batti sulla legge; quando i fatti sono dalla tua parte, batti sui fatti; quando né l’una né gli altri sono dalla tua parte, batti sul tavolo”» (O.A. Hathaway-S.J. Shapiro, Gli Internazionalisti. Come il progetto di bandire la guerra ha cambiato il mondo, Vicenza, Neri Pozza, 2018, p. 73).

Nella relazione speciale anglo-americana protesa all’egemonia ispirata al (e dal) mercato globale, Brexit e Trump attaccano ONU e UE, istituzioni cooperative internazionali che danno nuova forma e forza a sovranità statali in accordi alternativi a possibili guerre, in un contesto nucleare, dopo i due conflitti mondiali scatenati in Europa dalla dottrina della legge del più forte, della quale Hataway e Shapiro ricostruiscono origini e conseguenze. «Con il mondo sul punto di rinunciare ai vincoli di base del nuovo ordine mondiale, questo libro serve a ricordare quanto ci sia in ballo. La storia che abbiamo raccontato sta a dimostrare che, in un mondo fatto di molteplici Stati sovrani, vi è una serie limitata di ordinamenti giuridici fra i quali scegliere. In uno di essi (a rappresentare il quale è il vecchio ordine mondiale da noi descritto nella prima parte) tutti gli Stati accettano che la guerra sia legale, un mezzo per riparare i torti subiti. In tale mondo, la conquista è ammissibile, l’aggressione non è un reato, i Paesi neutrali devono rimanere imparziali (cosicché le sanzioni economiche contro gli aggressori sono illegali) e si possono estorcere accordi. Nel secondo (a rappresentare il quale è il nuovo ordine mondiale da noi descritto nella terza parte) tutti gli Stati accettano che la guerra sia illegale e rifiutano di riconoscervi una fonte di acquisizione di diritti legali, anche quando la si usa per riparare torti subiti. In quel mondo, la conquista è illegale, l’aggressione un reato, le sanzioni economiche sono uno strumento essenziale dell’amministrazione statale e non si possono estorcere accordi. In quell’ordinamento giuridico, inoltre, svolge un ruolo fondamentale il commercio, non solo come fonte di una collaborazione che arreca benefici, ma anche come strumento collettivo atto a impedire un comportamento illegale» (ivi,p. 490).

Di fatto, «la scelta tra diritto e potere è falsa. Non esiste vero potere – un potere utile a conseguire importanti e duraturi obiettivi politici – in assenza di diritto. Il diritto crea il potere concreto. Come scoprirono i giapponesi nel 1931, non bastava occupare la Manciuria se nessuno trattava la Manciuria da Manciukuò. La Russia sta oggi imparando nuovamente questa lezione con la Crimea. Può rivendicare la Crimea, ma, se il resto del mondo non riconosce la rivendicazione, i turisti, a parte quelli russi, andranno in vacanza altrove, gli sportelli bancomat rimarranno a secco e l’economia avvizzirà. La stessa lezione la sta scoprendo la Cina nel Mar Cinese meridionale. Può occupare tutte le isole che vuole, ma a poco valgono fintanto che il resto del mondo si rifiuta di riconoscerle. C’è del fatalismo nel dipingere un mondo che riposa sul potere statale, e non lascia molto spazio all’agire umano. La vicenda della trasformazione del vecchio ordine mondiale nel nuovo sta però a dimostrare che, se il diritto determina il potere, le idee – e coloro che le elaborano e le diffondono – determinano il diritto. La forza bruta, come acqua impetuosa, va controllata e incanalata. Bisogna costruire dighe, scavare canali e installare condutture. Chi plasma le leggi è un po’ come un ingegnere idraulico del mondo politico. Perché abbiano vigore, devono convogliare potere». «L’esempio dato dagli internazionalisti offre un messaggio di speranza: se il diritto è ciò che dà forma al potere reale, e le idee danno forma al diritto, allora abbiamo il controllo sul nostro destino. Possiamo scegliere di riconoscere certe azioni e non altre. Possiamo collaborare con chi segue le regole ed emarginare chi non lo fa. E quando le regole non funzionano più, possiamo cambiarle» (ivi, pp. 491-2).

«È in Europa che venne inventata l’inquieta avventura di un sapere capace di mettere in discussione ogni norma, ogni evidenza, ogni valore tradizionale; è sempre in Europa che venne inventata l’idea di democrazia, di società aperta a un avvenire non plasmato da alcun ordine trascendente. Oggi – ognuno può vederlo – è divenuto essenziale che scienza e democrazia inventino una nuova forma di dialogo. Ma affinché sia possibile un vero dialogo tra pratiche che hanno vincoli così diversi, occorre che si crei un mondo denso e complesso di interessi condivisi. È infatti l’interesse che dà un significato ai vincoli, permette di riconoscere in essi qualcosa di diverso da norme arbitrarie, e consente di comprendere, e perfino di condividere la passione per i problemi che condizionano quei vincoli. L’Europa, ove si liberano interessi che per troppo tempo sono stati definiti naturalmente opposti, quelli del “sapere” e quelli della “vita”, dovrebbe essere particolarmente sensibile a questa sfida del futuro. La sua ricchezza culturale, la sua varietà, la sua tradizione storica, potranno forse stimolare l’invenzione delle nuove pratiche che la costruzione del mondo di domani richiede» (I. Prigogine - I. Stengers, Tra il tempo e l'eternità, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p. 187). 

In un mondo sempre più denso e complesso, gli interessi sono sempre meno condivisi per l’azione divisiva di una tecnica e un mercato abbandonati a sé stessi, indifferenti a ogni passione per i problemi che richiedono vincoli condivisi. Forse memori dei loro coetanei sacrificati in due guerre mondiali, i giovani europei, e poi del mondo, hanno di recente affermato la loro passione per i diritti umani e per il rispetto del mondo naturale che ci fa vivere: eco, meglio se involontaria, della Laudato sì di Papa Francesco. Di questa solidarietà verso noi stessi è cattedrale l’Europa perché (e finché) rispetta e fa rispettare i diritti della persona umana e dell’ambiente, cambiando le regole aggirate dai potenti di turno, collaborando con chi le rispetta, isolando chi le combatte. È la sovranità del nostro tempo. 

PS. Costruita nelle chiese e nei mercati antistanti, la cattedrale Europa è l’erede del lungo Medioevo, «momento della creazione della società moderna, di una civiltà moribonda o già morta nelle sue forme contadine tradizionali, ma ancora vivente per ciò che ha creato di essenziale nelle nostre strutture sociali e mentali. Esso ha creati la città, la nazione, lo stato, l’università, il mulino, la macchina, l’ora, l’orologio, il libro, la forchetta, la biancheria, la persona, la coscienza e finalmente la rivoluzione. Fra il Neolitico e le rivoluzioni industriali e politiche degli ultimi due secoli, esso è – almeno per le società occidentali – non un vuoto né un ponte, ma una grande spinta creatrice, interrotta da crisi, diversificata da differenze e livelli di sviluppo a seconda delle regioni, delle categorie sociali, dei settori di attività, varia nei suoi processi». «Fra le creazioni del Medioevo ci sono le università, gli universitari. Non mi pare che sia stata finora abbastanza valutata la novità – nelle società occidentali – di un’attività, di una promozione intellettuale e sociale fondata su un sistema fino allora sconosciuto: l’esame, che si apriva modestamente una via fra il sorteggio (cui avevano fatto ricorso, entro limiti piuttosto ristretti, le democrazie greche) e la nascita. Ben presto mi avvidi che quegli universitari, sorti dal movimento urbano, ponevano problemi paragonabili a quelli dei loro contemporanei, i mercanti. Gli uni e gli altri, agli occhi dei tradizionalisti, vendevano beni che appartenevano solo a Dio: la scienza, in un caso, nell’altro il tempo» (J. Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Torino, Einaudi, 1977, p. IX). «Mi accorsi che l’universitario come il mercante era giustificato per il lavoro che compiva. La novità degli universitari mi appariva, in ultima analisi, quella di lavoratori intellettuali. Così la mia attenzione si trovava spinta verso due nozioni, di cui cercavo di seguire le trasformazioni ideologiche nelle concrete condizioni sociali in cui si sviluppavano: quella del lavoro e quella del tempo». «Per parte mia continuo a pensare che gli atteggiamenti nei confronti del lavoro e del tempo sono aspetti essenziali delle strutture e del funzionamento delle società» (ivi, p. X). 

Il binomio lavoro-tempo è la fonte delle innovazioni che investono ogni aspetto della nostra vita e realizzano nuove mete. Come le cattedrali, l’UE ha bisogno di contrafforti. Nella trattativa pre-Brexit, Cameron era virtualmente riuscito a far entrare il mercato anche nella cattedrale. UK non è mai stato contrafforte dell’UE, né lo sono i paesi Visegrad cooptati in conto NATO dopo il crollo URSS. Lo è l’Italia, ma stenta a innovare. La libera circolazione di idee, persone, beni, servizi è innovazione politica che produce convenienza economica (fino ai primi anni Settanta avevamo cinte daziarie comunali, ricordate?). «Dal crollo della lira del 1992 – non a caso! – quello italiano si configura come uno strutturale “problema di crescita”: improduttività, debito pubblico, infrastrutture carenti, inadeguatezza del diritto dell’economia, bassa concorrenza in molti mercati. Il grosso delle imprese non cerca più il profitto attraverso l’investimento e l’innovazione. Lo attende dal danaro pubblico, dalla debolezza dei sindacati, dalla non-concorrenza. Il cambio lasco le dissuaderebbe ancor più dalla ricerca dell’efficienza e del progresso tecnico. La politica deve convincersi che una moneta debole sarebbe solo l’ultimo dei flagelli. La strada maestra da imboccare è invece duplice, nella politica economica nazionale e nel rapporto con l’Europa, segnatamente con la Germania» (P. Ciocca, Tornare alla crescita. Perché l'economia italiana è in crisi e cosa fare per rifondarla, Roma, Donzelli, 2018, p. 181).

«Il ristagno della produttività è questione d’offerta, radicata in fattori tutti interni alla società italiana. Ma la componente da domanda della decadenza economica dell’Italia troverebbe importante compensazione in una Germania non più neo-mercantilista, che unisse alla solidità dell’euro una dinamica più sostenuta della sua economia, con riflessi positivi per la cooperazione, per il coordinamento delle politiche economiche, per la coesione economica, condizioni necessarie, presupposti, del progresso istituzionale verso gli Stati uniti d’Europa» (ivi, p. 193). «Gli interessi costituiti nazionali e internazionali, la miopia individualista dei partiti politici, le resistenze culturali, i difetti d’analisi verranno battuti se la società civile si convincerà che il problema economico – più della stessa, pur grave, questione dell’immigrazione – costituisce il nodo da recidere per l’ulteriore progresso e che esistono soluzioni, razionali, non traumatiche» (ivi, p. 209). 

Ventimiglia e Brennero sono presidi molto più efficaci del Mediterraneo e “occhio per occhio” è una strategia a somma negativa, anzitutto per chi la attua. A somma positiva – con vantaggi per tutti, a cominciare dalla pace – sono solo le strategie concilianti, innovative e ottimiste, come fu la Comunità Economica Europea del Carbone e dell’Acciaio, con i suoi sviluppi in Mercato Comune Europeo e Unione Europea, e ora gli Stati Uniti d’Europa. Il futuro è di chi sa pensarlo, come l’innovazione. «Nel nuovo ordine mondiale, l’unico modo legittimo che uno Stato sovrano ha per far sì che un altro Stato sovrano faccia ciò che esso vuole è offrirgli una cooperazione che porti benefici a entrambi. La fine della guerra quale meccanismo giuridico per risolvere le dispute ha avuto come esito il sorgere di una cooperazione commerciale senza precedenti e ha contribuito a incentivare la creazione di migliaia di accordi internazionali su qualunque cosa» (Hathaway-Shapiro, Gli Internazionalisti, cit., p. 16). Unico gioco a somma positiva e sola sovranità possibile. 





 
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