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Le curiose follie per la casa nova

di Carmelo Alberti
  La casa nova di Carlo Goldoni
Data di pubblicazione su web 18/04/2019  

Per ricordare i quarant’anni della sua riapertura, avvenuta nell’aprile del 1979 dopo una lunga chiusura, il Teatro Goldoni di Venezia ha promosso l’allestimento de La casa nova, capolavoro goldoniano poco frequentato, dopo la storica regia di Luigi Squarzina del 1973. Eppure, al suo apparire sul palcoscenico del Teatro Vendramin di San Luca, per l’appunto l’odierno Teatro Goldoni, l’11 dicembre 1760, questa “commedia veneziana”, punto di convergenza e di snodo nella produzione del commediografo, registrò un ampio consenso; lo confermano le tredici repliche, più seguite persino di quelle degli Innamorati (1759) e dei Rusteghi (1760). Lo dimostra anche l’apprezzamento espresso da letterati e osservatori, come Gasparo Gozzi sulla «Gazzetta Veneta», nel numero del 13 dicembre 1760, che la definisce «commedia dilettevole, commedia utile, commedia vera», per l’uso appropriato del linguaggio diretto, per la qualità dei dialoghi, e perché restituisce lo stile della conversazione familiare.

Fin dall’esordio colpisce lo stato d’incertezza determinato dal lavoro di sistemazione del nuovo alloggio: da due mesi una schiera di tappezzieri, pittori, fabbri e falegnami disfano ciò che è stato fatto il giorno prima. Lo scompiglio, determinato dai continui ripensamenti dell’arredo della casa, riflette la rovinosa condizione economica del giovane Anzoletto e della moglie Cecilia, il primo tanto insicuro quanto inadatto a gestire le proprie entrate, la seconda travolta da un’ostentata superiorità sociale e stordita dalle pretese tipiche di una parvenue. Di fatto i protagonisti della Casa nova sono dei cittadini benestanti che subiscono il fascino dell’edonismo del patriziato veneziano, per lo più sul piano dei comportamenti esteriori.


Un momento dello spettacolo
© Serena Pea

La maestria goldoniana stabilisce una sorta di confine spaziale tra i due piani della casa, cioè tra la zona del disordine, quella al primo piano, e l’altra, più in alto, che risulta essere l’ambito della moderazione. Così, nelle stanze del secondo piano la “cittadina” Checca, senza rinunciare al piacere del pettegolezzo, si propone come fautrice della pacificazione familiare e del rispetto civile. La confusione morale si collega al distacco profondo che separa le intemperanze della gioventù dall’ordinato mondo dei vecchi, qui impersonato da Cristofolo, una sorta di “burbero benefico”; costui è l’unico rappresentante del ceto mercantile che persegue caparbiamente il rispetto delle antiche regole, a cominciare dall’obbedienza che i figli debbono ai genitori, soprattutto per quanto concerne la tutela del censo e le scelte matrimoniali. L’intera commedia insiste sul tema delle convenienze parentali, a discapito persino dell’affettività e dell’amore; anche l’inclinazione che avvicina i due smaniosi innamorati Meneghina e Lorenzino viene superata dal desiderio di acquisire la sicurezza che sa offrire soltanto una cospicua dote e una buona rendita.

L’edizione attuale, dedicata alla memoria di Virgilio Zernitz, indimenticabile attore scomparso nel 2016, è diretta con equilibrio da Giuseppe Emiliani, che ha al suo attivo tante regie goldoniane. La messinscena si snoda tra un crescendo poetico, esaltato dalla vertigine linguistica del testo, e un alone di follia, tale da generare un’atmosfera di sospensione, di fermo-immagine; via via s’insinua un riso grottesco, che corre sul filo dell’ironia e della malinconia, nei riguardi di una società che vive di fretta, al di sopra delle proprie possibilità, ma che non ha scampo, perché prima o poi occorre fare i conti con la mancanza di denaro. Sottolineano i tratti della quotidianità la scenografia virtuale di Federico Cautero, i costumi appropriati di Stefano Nicolao, i segnali musicali di Leonardo Tosini, le luci di Enrico Berardi.

Il fattore peculiare di uno spettacolo decisamente corale è dato dalla giovane età dei protagonisti, i quali trasferiscono nei loro personaggi una curiosa ingenuità espressiva, ben controllata dalla regia, in grado di modificare l’incidenza sul confronto-scontro tra generazioni. Il terzetto degli attori “storici” mette in campo, oltre alla bravura, una lunga esperienza. Piergiorgio Fasolo, lo zio Cristofolo, mostra una notevole abilità nel modulare lo scarto tra i modi del burbero, con qualcosa del rustego, e quelli del buon mercante. È ammirevole la padronanza espressiva di Stefania Felicioli, Checca, nel controllo dei tempi verbali e dei gesti, oltre che nella mobilità di una figura che diviene il motore dell’azione. Lucia Schierano è una Rosina esemplare per il gioco sottile tra detto e non detto, tra le pulsioni giovanili (persino infantili) e la bramosia di partecipare alle vite degli altri.



Un momento dello spettacolo
© Serena Pea

Segue la schiera degli attori della costituita “Compagnia Giovani del Teatro Stabile del Veneto”. Andrea Bellacicco è un Anzoletto tormentato e diviso tra slancio e sconforto; vorrebbe apparire uomo di governo ma è inesperto, teme di non essere all’altezza del suo ruolo familiare, considerando la valanga di debiti che lo sta travolgendo. Maria Celeste Carobene è Cecilia, moglie ambiziosa e superba che nasconde dietro alla propria arroganza l’imbarazzo per le origini piccolo-borghesi; ma, alfine, è colei che con un’abile renga richiama alla mente la siora Felice dei Rusteghi. Eleonora Panizzo, che disegna Meneghina come un buon contrappunto alla cognata Cecilia, oscilla tra il desiderio di una vita spensierata, la voglia di una completa libertà, non solo sentimentale, e l’eco della coerenza morale. Federica Chiara Serpe, nelle vesti di Lucietta, al di là del suo spettegolare, difende con una lucidità mai statica la distinzione professionale della cameriera di fiducia dall’insulto di agire da massera, da sguattera. E poi, c’è il Lorenzino, innamorato ingenuo, impaziente e irruento, di Leonardo Tosini; il duo degli scrocconi, comprende il conte-servente, affettato e caricaturale fino al ridicolo, di Simone Babetto e il Fabrizio di Cristiano Parolin, prototipo del consigliere interessato e scroccone. Variegato risulta il ragionare di Filippo Quezel, nei panni del tappezziere Sgualdo, attento nel bilanciare la dignità e la convenienza del lavoro artigianale.

Il delirio di mostrarsi e di primeggiare s’interseca con la straordinaria schiettezza di una lingua parlata che la regia esalta attraverso l’estro dei personaggi femminili, l’ipocrisia dei cicisbei, l’ingenuità e la finta arroganza degli sposi affittuari della “casa nova”, mentre la soluzione finale s’inchina dinanzi alla necessità di riguadagnare la benevolenza del vecchio zio, unica àncora di salvezza nel crollo delle illusioni.


Spettacolo visto l’11 aprile 2019 al Teatro Goldoni di Venezia.



La casa nova
cast cast & credits
 


Un momento dello spettacolo visto l’11 aprile 2019 al Teatro Goldoni di Venezia
© Serena Pea


 
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