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Cronaca semiseria di una ripresa

di Daniele Palma
  Madama Butterfly
Data di pubblicazione su web 11/03/2019  

Dieci anni or sono, o giù di lì, un ferace Giulio Tremonti alias Corrado Guzzanti, interrogato da Serena Dandini a Parla con me, così si esprimeva circa il teatro d’opera: «posso dire una cosa sulla lirica? Questa roba del teatro lirico in Italia deve finire. Perché se voi andate c’è sempre o la storia di questo – come si chiama – Triboletto, quel portatore di handicap, tutti gli anni portatore di handicap. Oppure la storia di quella baldracca che poi mi va a morire di tifo [sic]». «Ma che, La traviata??!». «Eh, La traviata. E allora, tutti gli anni fanno questa cosa, e io vado – e sono milioni che costa questa roba! – e sempre la stessa baldracca che muore di tifo… Dai!».

Da allora, stando al noto portale Operabase la povera Violetta verdiana ci ha rimesso la pelle ben settemilaquattrocentoventidue volte. È l’eroina d’opera più moritura al mondo, seguita a ruota da Carmen, Mimì, Floria Tosca e Cio-Cio-San, che si attesta settima con quattromilasettecentosessantaquattro harakiri, di cui quattrocentoquindici in Italia. È dunque vero: la dama delle camelie continua a morire di tisi. Non per questo, con buona pace di Tremonti-Guzzanti, al pubblico è venuta a noia. L’opera vive, e lo dimostrerebbe paradossalmente l’aumento dei decessi nel quinquennio 2013-2018 rispetto a quelli del 2004-2009. Tuttavia, liquidare con sufficienza i profeti de “l’opera è morta” sarebbe sbrigativo, perché i dati clinici sulla lirica riescono a dirci poco circa la sua qualità di vita.


      Un momento dello spettacolo 
© Michele Monasta

Si prenda la Madama Butterfly andata in scena al Teatro del Maggio per la sezione Repertorio del cartellone. A Firenze, il titolo pucciniano è di casa. Lo rimarca il libretto di sala, elencandone le presenze con dovizia di dati e fotografie delle interpreti più celebrate (Scotto, Kabaivanska, Dessì, Nizza). Lo ribadiscono, soprattutto, gli scroscianti applausi di una sala gremitissima ed entusiasta, che sembrano però stonati rispetto a una resa incompleta, a tratti problematica, che altrove avrebbe suscitato non pochi rimbrotti e qualche ira funesta. 

Lo spettacolo è quello confezionato da Fabio Ceresa nel 2014 proprio per il Maggio, in coproduzione col Petruzzelli di Bari. Parole chiave: ordine, eleganza, praticità. Una grande parete a riquadri mobili, disposta sull’intera larghezza del palcoscenico, divide lo spazio tra l’al di qua della casa, ora luogo intimo, ora prigione, e l’aldilà delle “attese” (di Butterfly, nell’ascesa al pendio; della nave di Pinkerton, dal second’atto in poi) e del suicidio finale, con una pedana protesa verso il buio del fondo, carico di speranze e delusioni. Si oscilla tra luoghi fisici e idealizzati, secondo una diffusa marca delle regie liriche d’oggi, articolando la tragedia con poco ma non senza una certa efficacia icastica. È interessante come Ceresa sfrutti l’idea di un Oriente che “scrive”, incarnato nelle azioni sceniche di Suzuki, per rappresentare lo scarto con l’Occidente guascone di Pinkerton e con la feroce giustizia di Bonzo. Straziante il finale: Butterfly risale la pedana con la katana in resta, si ferma un istante al richiamo di suo “marito”, quindi si uccide con lo sguardo perso nel nulla soffocante del fondo scena. Queste trovate sono di grande effetto, ma affogano in un mare di “già visto”, ulteriormente appiattito dalle luci un po’ scontate di D.M. Wood.


Un momento dello spettacolo 
© Michele Monasta

Ad apertura di sipario, il direttore Francesco Ivan Ciampa imprime alla partitura un andamento tutto corone e fluttuazioni agogiche. Qualcosa sembra sapere di stantio, ma il finale del primo atto si schiude d’improvviso come perla di rara bellezza, con l’orchestra che esprime a meraviglia l’ambiguo accendersi di passione tra i due protagonisti. Quella è la vetta, e da lì Ciampa non scende più. Anzi: trasforma l’opera quasi in un poema sinfonico, e a tratti abbandona i cantanti al proprio destino in balia di tanto suono. 

La responsabilità non è tutta sua: a questa Butterfly, infatti, è mancata Cio-Cio-San. Liana Aleksanyan ha voce interessante e acuti di prima classe ma poco corpo nei centri e nei gravi. Purtroppo per lei, proprio lì si giocano alcuni snodi fondamentali della sua parte, lì scorre il sangue di Butterfly. La pericolosa leggerezza di ragazza nel dialogo con Sharpless e Yamadori, il dolore disperato di madre, la gioia gravida di tragedia del duetto dei fiori: tutto questo si percepiva a stento. Molto meglio Matteo Lippi nei panni di Pinkerton, ben sbozzato vocalmente e attorialmente. Certo il suo personaggio è quel che è, Puccini non l’ha scritto esattamente per destare l’empatia del pubblico. Speculari le prestazioni di Francesco Verna (Sharpless) e Annunziata Vestri (Suzuki), l’uno più convincente sul piano vocale, l’altra più su quello della recitazione. Al limite dell’urlato il Bonzo di Nicolò Ceriani (ma è davvero difficile che non lo si senta così), preciso e velenoso quanto basta il Goro di Manuel Pierattelli. Non brilla invece il coro guidato come sempre da Lorenzo Fratini: forse leggermente sotto-numero, la compagine manca di smalto nei pochi interventi a scena aperta e di suggestione (oltre che di suono) nel meraviglioso bocca chiusa tra secondo e terzo atto.


Un momento dello spettacolo 
© Michele Monasta

Insomma, la Butterfly fiorentina mostra con efficacia come lo stato di salute dell’opera lirica sia in bilico nonostante i numeri. A che giova uno spettacolo del genere? Indubbiamente alle casse del Maggio: non è un mistero, né operazione da biasimare tout court. Ricette universali per far sopravvivere la lirica, in fondo, non ne sono mai esistite. Fin dall’Andromeda del 1637 al San Cassiano di Venezia, prima rappresentazione fuori dai teatri di corte, la storia dell’opera è storia di ingegno commerciale, di trovate più o meno coraggiose, più o (molto spesso) meno riuscite. Certo sarebbe anacronistico pensare di allestire sale da gioco nei foyer, come al tempo dell’onnipotente impresario ottocentesco Domenico Barbaja: il teatro è diventato un “tempio”, un luogo di cultura con la maiuscola, che deve costantemente confrontarsi da un lato con una tradizione fortissima, dall’altro con la necessità di rinnovarsi. 

Ma è forse “cultura” questa incompiuta ripresa della Butterfly (al pari delle migliaia di morti di Violetta)? Si sarebbe tentati di dire no, ma in realtà la risposta è più complessa: la sopravvivenza dell’opera si gioca (anche) nell’impegno ad ampliare la base del pubblico. La sfida è rendere “popolare” un genere che al popolo non è mai appartenuto né è mai arrivato se non per vie indirette (ad esempio tramite le arie trascritte per organo e suonate a messa per tutto l’Ottocento, o mediante le scatolette di fiammiferi con su stampate scene dalla Norma…). A considerare, si è detto, la positivissima accoglienza da parte del pubblico fiorentino, l’operazione Butterfly è più che riuscita. Si potrebbe certo fare meglio sul piano della qualità, ma tocca accontentarsi e sperare che spettacoli come questo rendano possibili, ad esempio, più Lear Lear di Aribert Reimann come quello che appunto il Maggio ha messo in cantiere per il suo LXXXII Festival.



Madama Butterfly
Tragedia giapponese in tre atti


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trama trama


Un momento dello spettacolo
© Michele Monasta

 
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