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Libera nos a malo

di Giuseppe Gario
  Libera nos a malo
Data di pubblicazione su web 15/01/2019  

Il 12 settembre 2018 il Parlamento Europeo ha aperto una procedura di sanzione in sessantanove punti contro l’Ungheria per ripetuti attentati allo stato di diritto (quattrocentoquarantotto sì, quarantotto astenuti, centonovantasette no con Lega e FI).

Il 12 dicembre «caos nel Parlamento ungherese che ha approvato le modifiche al codice del lavoro proposte dal premier conservatore Viktor Orban. La norma è stata definita dai critici una “legge schiavista”». «“Dobbiamo rimuovere la burocrazia in modo che chi vuole lavorare e guadagnare di più lo possa fare”, ha detto Orban». «Secondo i più critici sarebbero le compagnie tedesche di automotive ad aver fatto pressioni per le modifiche per supplire alla mancanza di forza lavoro» (Ungheria, caos in Parlamento per nuova contestata legge lavoro. Aumenta le ore di lavoro, critici: legge schiavista, 12 dicembre 2018, www.askanews.it). 

«Di fatto dà la stura a un forte aumento delle ore di straordinario (fino a 400 all’anno, contro le 250 massimo previste ora) che i datori di lavoro potranno chiedere ai dipendenti, ma che è molto permissiva sui termini del pagamento delle ore lavorate in più, prolungando il tempo che le aziende hanno per pagare da un anno, come è oggi, fino a tre anni. La nuova legge lascia anche le trattative sul lavoro straordinario agli individui e ai loro datori di lavoro, scavalcando e rendendo obsoleti i sindacati». «Un recente sondaggio condotto dall’agenzia politica di think tank di Budapest ha rilevato che l’83 per cento degli ungheresi si oppone alla legge e migliaia di persone hanno protestato contro il progetto di legge a Budapest sabato» (L. Grosso, L’Ungheria di Orban si prepara a varare la “Legge sulla Schiavitù”: straordinari selvaggi e pagati a 3 anni, in «Business Insider Italia», 12 dicembre 2018).

Ecco perché «circa 500 media, nazionali e locali, tutti filo-governativi, saranno raggruppati in un consorzio che si pone l’obiettivo di “vegliare sulla tutela dei valori nazionali”, come mette nero su bianco un comunicato. I proprietari di decine di società editrici a cui fanno capo i diversi media interessati – quotidiani, siti internet, riviste, canali tv e radio – hanno annunciato che “doneranno” le loro testate a una organizzazione senza scopo di lucro, la “Fondazione della stampa e dei media dell’Europa centrale” (CEPMF) creata lo scorso agosto». «“È senza precedenti nell’Unione europea”, ha commentato Gabor Polyak, analista del gruppo Mertek Media Monitor. “Farlo in modo così palese è un messaggio diretto all’Europa, per far sapere che le forze governative possono permettersi di tutto”, ha sottolineato». «“L’aspetto più importante è quello simbolico”, sostiene Zseòyke Csaky, direttore della ricerca di Freedom House per l’Europa e l’Eurasia. Il panorama mediatico ungherese “comincia a somigliare ai media statali ai tempi del comunismo, con simile livello di controllo e consolidamento”» (Ungheria, nasce un mega-conglomerato di media pro-Orban, 30 dicembre 2018, www.askanews.it).

Orban importa in Europa il neoliberismo forgiato nel Cile di Pinochet. «Come molti neoliberali della Mont Pelerin Society avevano argomentato, lo stato doveva svolgere un ruolo centrale nel forgiare una società di mercato. In questo caso fu lo stato a agire come apparato repressivo attuando riforme guidate dal mercato senza il consenso dei cittadini». «Fu l’esperimento cileno a consentire agli economisti e agli strateghi neoliberali di volgere la loro attenzione al fulcro del mondo sviluppato. L’elezione di Thatcher e Reagan mostrò esperienze diverse dei principi del neoliberismo. In entrambi fu evidente l’impegno in una forma di populismo che fornì la base per una nuova forma di mentalità diffusa» (O. Worth, Rethinking Hegemony, New York, Palgrave Mcmillan, 2015, p. 92). «Perciò si può capire come un analogo populismo strumentalizzato dall’estrema destra possa esser parte della struttura stessa del neoliberismo» (ivi, p. 157), perché «le varie forme di blocchi regionali venuti in risalto dalla fine della Guerra Fredda di per sé non facilitano né ostacolano il neoliberismo. Sono invece istituzioni che possono essere usate per una molteplicità di scopi e hanno il potenziale di integrare, gestire, limitare o respingere le pratiche egemoniche». «Mentre l’UE aveva definito il suo impegno a realizzare una Europa sociale, le azioni intraprese negli anni Novanta hanno rappresentato una netta svolta verso la consacrazione dei principi del libero mercato e, attraverso l’euro, dei vincoli fiscali strettamente monetaristi» (ivi, p. 176).

Non è sovranità fare da «apparato repressivo attuando riforme guidate dal mercato senza il consenso dei cittadini» (ibid.). Perciò «è oggi divenuto più che mai attuale e urgente l’auspicio formulato da Hans Kelsen oltre settanta anni fa: “il concetto di sovranità, scriveva Kelsen a conclusione del suo celebre saggio sulla sovranità del 1920, “deve essere radicalmente rimosso. È questa la rivoluzione della coscienza culturale di cui abbiamo per prima cosa bisogno» (L. Ferrajoli, La sovranità nel mondo moderno, Roma, Laterza, 1997, pp. 9-10). Tanto più la sovranità degradata a sovranismo.

«Gli ecosistemi d’innovazione, non le fabbriche, fanno l’economia», «ogni posto digitale ne induce da tre a cinque in servizi di prossimità». «Il digitale vuole poco spazio, ma si concentra per accedere al mercato dei talenti e sfruttare la reciproca emulazione» nelle metropoli dell’economia digitale dove «è sempre più difficile avere servizi di prossimità, espulsi dai costi residenziali» (N. Colin, Une politique du logement pour l’ère numérique, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 17 ottobre 2018, p. 1). Inoltre, «ogni macchina dotata di intelligenza artificiale include» i «“lavoratori del clic” spesso all’altro capo del pianeta», «persone (in carne e ossa) che raccolgono tutte le informazioni su Internet e reti sociali», «“sgobbo” che può ben essere l’avvenire del lavoro. E la progressione del digital labour, il ritorno al mondo precedente il salariato, un mondo subordinato non protetto» (J. Clarini, Les petites mains de l’intelligence artificielle, in «Le Monde», 10 gennaio 2019, p. 21). Un mondo senza politica.

«In queste settimane il movimento dei “gilets jaunes” è stato lo strano specchio del potere azionario. La moltitudine dei “gilets jaunes” agisce in modo virale, mai soddisfatta, elude e rifiuta l’emergere in sé d’ogni rappresentanza, afferma il primato del breve termine (fine mese) sul lungo termine (fine del mondo) e la sua azione comporta danni collaterali. Moltitudine anonima, sfuggente, obbliga la politica a piegarsi in senso contrario a quello ora imposto dall’azionariato». «“Gilet jaune” e azionista del gregge esprimono regressione della politica e della razionalità, dell’etica della discussione» (R. Jardat, Les “gilets jaunes”, étrange miroir au pouvoir des investisseurs, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 21 dicembre 2018, p. 7). Nemici-complici contro «lo Stato ormai troppo grande per le cose piccole e troppo piccolo per le cose grandi» (Ferrajoli, La sovranità nel mondo moderno, cit., p. 49). Troppo grande per il lavoro digitale e troppo piccolo per tutelarlo, lo stato è vittima di ciò che «osserviamo dopo la comparsa del Web: la sparizione degli algoritmi di compressione». «La persona fittizia chiamata “gilets jaunes” è solo un artefatto creato dagli algoritmi di compressione delle rivendicazioni, come “destra” e “sinistra”, anch’essi algoritmi che comprimono le opinioni di ogni cittadino in un unico bit, ora obsoleto». «Resta la necessità di pensare un modo di governare capace di interagire con ogni cittadino» (G. Dowek, L’algorithme manquant des “gilets jaunes”, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 9 gennaio 2019, p. 1). Il modo c’è.

«La democrazia continua, che ha per spazio di riferimento la società, non può fondarsi sul principio di sovranità che è sempre stato ed è tuttora lo strumento di legittimità del potere dello Stato sul suo popolo» (D. Rousseau, Radicaliser la démocratie. Proposition pour une refondation, Paris, Seuil, 2015, p. 109). «Il “noi” percepito nazionale, ora si percepisce mondiale». «Anche senza opporre il fatto che gli Stati oggi accompagnano più che ostacolare il mercato, lo spazio-mondo è politico: quale, dipenderà dalla capacità dei cittadini del mondo a coordinarsi e organizzarsi. Tra Stato e mercato c’è il diritto. Quello che fa l’uomo cittadino del mondo ed è fatto dall’uomo divenuto cittadino del mondo» (ivi, pp. 118 e 119). 

Lo stiamo faticosamente costruendo in UE, erede dei diritti umani e sociali, per interporre il diritto tra noi e gli interessi di mercato che impongono, come in Ungheria, il franchising sovranista con i ponti di comando neoliberali, tra cui i nuovi family offices, il «6% del valore dei mercati azionari mondiali». «Conseguenza e non causa» della sempre più grave ineguaglianza, preoccupano perché «possono compromettere la stabilità del sistema finanziario» nonché possono «esagerare il potere economico dei ricchi», mentre «i poteri di regolazione, di tesoreria e fiscali, principianti nel trattare coi family offices, devono assicurare il rispetto delle norme di insider trading, uguaglianza di trattamento e parità fiscale» (How the Super-Rich Invest, in «The Economist», 15-21 dicembre 2018, p. 13). Di fatto, Patrick Artus rileva che «dopo la crisi, la variabilità dei tassi a lungo termine è diminuita perché l’intervento delle banche centrali l’ha stabilizzata. Perciò i tassi di interesse a lungo termine sono sempre meno prezzi di mercato fissati da domanda e offerta, e sempre più prezzi amministrati dalle banche centrali». «Questa politica crea un’alea morale che porta a eccessivi acquisti di obbligazioni, garantite dalle stesse banche centrali contro i rischi di variabilità di prezzo» (Taux d’intérêt: une courbe désespérément plate, in «Le Monde», “Éco&Entreprise”, 18 dicembre 2018, p. 1).

È il Denaro impazzito di cui scrive Susan Strange: «la mia preoccupazione non è di natura tecnica – non riguarda l’efficienza del sistema – ma sociale e politica, circa le possibili conseguenze per la gente comune a cui non è mai stato chiesto se fosse disposta a giocarsi il lavoro, i risparmi e il reddito nel grande casinò del capitalismo globale» (Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro, Torino, Edizioni di Comunità, 1999, p. 5). Hans-Peter Martin e Harald Schuman, redattori di «Spiegel», «dal loro punto di vista di Europei, non si limitano a considerare i pericoli insiti nel sistema, ma denunciano anche il fatto che quest’ultimo ha già intaccato le basi delle istituzioni democratiche e dello stato sociale per cui le generazioni passate hanno lottato così duramente» (ivi, p. 24). Vecchia questione, nuovi protagonisti: noi.

Orban è sovranista contro i migranti, nell’Europa che in Kosovo ha già ritrovato la via del genocidio, aperta dalla cancellazione giuridica di chi non vogliamo tra noi, come ora in Italia. Lo è anche contro gli ungheresi lavoratori coatti pagati dopo anni in valuta debole. In UE abbiamo resistito meglio alla crisi del 2007, più grave del 1929, per smarrirci poi nell’austerità neoliberale. Finalmente, nelle ultime settimane abbiamo posto le basi di un bilancio e di un sistema fiscale comunitari. Per vivere meglio, in pace e operosamente, è la sola via. Politica e democratica, perciò odiata dai sovranisti.


P.S. Libera nos a Malo, scrive Luigi Meneghello, «in ciò che concerne l’intaresse [sic], lo Stato si considerava quasi universalmente un estraneo importuno che ognuno aveva il diritto e poco meno il dovere di defraudare. Il rubare era riprovato dai più, ma nella sfera privata, furtiva, classica dei ladronecci notturni di galline, o dei furti dal cassetto d’un negozio o d’una credenza; invece l’“arrangiarsi” nei confronti di qualunque ente pubblico, o anche di enti impersonali, era molto diffuso; e piuttosto frequente era anche l’arrangiarsi nei confronti di gruppi familiari estranei con cui si dividessero orti, cortili, magazzini, cantine, granai. Della prima forma di arrangiamento si parlava apertamente come di cosa naturale e sottintesa, e molti se ne vantavano; della seconda invece non solo non si parlava in pubblico, ma si negava anche l’evidenza». «“Onesto” si diceva delle persone eccezionalmente corrette negli affari: se ne parlava come di cosa ammirevole e poco saggia, un lusso e una finezza di persone eccentriche, per lo più signori che potevano permetterselo senza gravi conseguenze. L’opposto di “onesto” non è “disonesto”, ma “uno che tende i so intaressi”. L’equivalente paesano del “disonesto” della lingua sarebbe “un poco de bòn”, ossia uno che compie imbrogli nelle sfere non consentite, e anche senza vera necessità. Il ladro di galline non è né onesto né disonesto, è un ladro». 

«Né le leggi dello stato né i precetti morali della religione avevano – nel modificare questo codice di condotta – la forza che aveva invece il senso del decoro (“no sta ben”), di ciò che riscuote la sanzione della comunità» (Milano, BUR, 2006, pp. 104-105). La nostra intelligenza politica è antica, diffusa, ineducata. Dopo il Concilio della pace in terra e la nera notte delle bombe, divenuti cittadini europei contestiamo ora diritti/doveri universali, “per i nostri valori”. Si vorrebbe potare l’UE, di radici greco-ebraico-cristiane e non greco-romane, dei rami nuovi democratici a pro di autoritari rami secchi “poco de bòn” neoliberali cui Orban procura caporali e braccianti. Alla comunità umana e al suo senso del decoro ci lega anche l’“intaresse”, ma non di caporali/braccianti del terzo millennio. A cinquant’anni da piazza Fontana, ancora non ha dignità umana un «mondo senza orizzonte sociale, proteso a un conflitto distruttivo, privo di qualsiasi polo relazionale. L’unico bisogno è la gerarchia, in una sfasata quanto ossessiva percezione di guerra» (M. Dondi, 12 dicembre 1969, Bari-Roma, Laterza, 2018, p. 7). 

Il resto è plebe. «Aldo Trinco, collaboratore di Franco Freda alla libreria Ezzelino, ha confessato nel 1972: “Siamo stati noi, in fondo era plebe”» (ivi, p. 120). Allora come oggi, «non è stato un atto di forza, ma una manifestazione di debolezza che ha mostrato l’incapacità di dominare, nel quadro della democrazia, le agitazioni sociali» (ivi, p. 190). Né si può millantare che a casa propria si fa ciò che si vuole, specie nella nostra pignorata per debito dalla comunità internazionale.






 
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