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Ricordo di Eimuntas Nekrošius

di Laura Peja
  Eimuntas Nekrošius
Data di pubblicazione su web 26/11/2018  


È morto Eimuntas Nekrošius, regista lituano pluripremiato riconosciuto a livello internazionale, direttore prima del Valstybinis Jaunimo Teatras (Teatro stabile della Gioventù) di Vilnius, poi fondatore nel 1998 del teatro-studio Meno Fortas. Era arrivato per la prima volta in Italia, al Festival di Parma, nella primavera del 1989 con Pirosmani pirosmani (1981) e Zio Vanja (1986) e con le platee e la critica nostrana era stato subito colpo di fulmine. Da lì in poi tournées, premi e riconoscimenti (fra tutti il premio Ubu a Le tre sorelle per il miglior spettacolo straniero rappresentato in Italia nel 1996), laboratori con giovani attori italiani; regie liriche, come quella del Faust di Gounod per La Scala nel 2010 e poi la direzione artistica del Teatro Olimpico di Vicenza dal 2011 al 2013. Ancora con l’Italia stava lavorando in questi mesi: per un Edipo a Colono al Festival di Napoli del prossimo giugno.

 

Nel 1989 il trentasettenne regista arrivava da un paese ancora saldamente sotto l’occupazione sovietica. Formatosi come attore in una delle scuole istituzionali di Mosca (l’istituto di arti teatrali Lunačarskij), radicato in una tradizione di attivazione psichica e fisica dell’attore, portava spettacoli d’impatto per l’immediatezza del linguaggio attoriale e la composizione visionaria della scena.


Nekrošius alle prove di Kalės Vaikai di Saulius Šaltenis, allestimento debuttato il 2 marzo 2018 (Klaipèdos darmos teatras)

 

Il suo teatro colpiva ed emozionava il pubblico per il linguaggio primordiale, barbaro. Energia e fisicità. Sul palco immagini forti e insolite e la dinamicità di attori la cui complessa partitura gestuale riusciva a mantenere freschezza e vivacità anche dopo mesi e anni di tournées.

 

«Personalmente preferisco un teatro grezzo e perfino ciarlatano, primitivo» affermava nel 1997 lo schivo regista in una delle non numerose interviste concesse su un lavoro che amava creare sulla scena, più che commentare. «Noi lituani abbiamo una biografia molto diversa dal resto d’Europa. Non siamo né francesi né inglesi. Siamo cresciuti nei campi di patate. Non si possono rinnegare le proprie origini. Non abbiamo bisogno di emulare nessuno».

 

L’impatto che hanno sempre avuto gli spettacoli di Nekrošius viene dalla (apparente) semplicità con cui il racconto sta al centro di una scena viva di passioni e sentimenti, folgorante per la fascinazione degli elementi che la attraversano: fuoco, acqua, metallo, terra, legno. Un equilibrio unico tra concretezza e metaforicità in una estrema materialità che «contiene il soffio metafisico dell’assoluto, dell’invisibile, un azzeramento della materia attraverso la materia stessa, del visibile attraverso la materialità dell’immagine» (B. Roberti, L’Amleto secondo Nekrošius o la materia immaginata, in Eimuntas Nekrošius, a cura di V. Valentini, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1999, pp. 153-163: 157).

 

Sono spettacoli che di norma – a differenza di molti di quelli di altri grandi registi contemporanei – partono da testi drammatici classici: Čechov (in traduzione lituana) è forse l’autore che gli ha guadagnato maggior fama (e in quattro continenti!), ma è impossibile dimenticare la potenza delle messe in scena shakespeariane (in particolare Hamletas, 1997 e Makbetas, 1999, portati più volte anche in Italia), e i molti lavori su autori come Gogol’, Puškin, Goethe, Tolstoj


Masha Musy in Anna Karenina, 2008 (Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Biondo Stabile di Palermo)  

 

Critici di casa, ma anche di Mosca e di New York gli hanno talvolta contestato una eccessiva libertà nei confronti del testo drammatico, lesiva dei “diritti” del drammaturgo. Nekrošius ha spesso eliminato parti (anche lunghe) di testo, così come talvolta ha aggiunto intere scene (verbali o non verbali), di pura invenzione. Il suo lavoro non è mai stato scontato o ripetitivo. Ogni messa in scena ha avuto la sua particolare cifra. Quella che non è mai mancata, secondo quanto testimoniano gli attori, è la capacità di accendere la loro immaginazione, facendoli lavorare anche attraverso l’improvvisazione e puntando sul loro apporto creativo.

 

Andrius Mamontovas, l’applauditissimo cantante lituano sottratto alle scene rock per vestire i panni di Amleto, ha raccontato: «Nekrošius lavora su differenti scene dello spettacolo, non seguendo l’ordine del testo originale. Un giorno prova un brano e il giorno successivo un altro. Dà delle linee generali su cui improvvisare. Per lui il testo non è importante. Ama l’azione. Il dramma è un dramma d’azione. Nekrošius chiede agli attori di eseguire delle azioni, osserva e dice se va bene e comincia a parlare della scena e del dramma, mentre gli attori seduti attorno lo ascoltano. […] Chiede sempre a ogni attore di esprimere ciò che prova riguardo alla situazione o alla parte» (A. Mamontovas, È stato sempre un mio vecchio sogno fare l’attore, intervista a cura di V. Valentini, ivi, pp. 91-92).

 

Il gesto prevale sulla parola. L’alternanza di dimensione ludica e solennità, “tragico” e “comico”, gag e momenti epici, silenzio e squarci sonori intensi conferiscono allo spettacolo un ritmo narrativo fluido e avvincente così che le molte ore di durata usuali per le produzioni del regista sono un’esperienza di incanto per lo spettatore che, nonostante spesso debba affidarsi ai sovratitoli per la traduzione delle battute, non perde mai il filo né il senso dell’azione e conserva nella memoria immagini travolgenti e ancestrali insieme, come quelle del lampadario di ghiaccio che si scioglie in Hamletas o delle camicie bianche crocifisse nel Makbetas o della rincorsa sulle sedie in Otelas.



Un momento dell’Hamletas, 1997 (produzione LIFE)

 

Non solo: «Il testo verbale non è rifiutato, né disarticolato […] né è usato spregiudicatamente come materiale, in cui interpolare frammenti provenienti da altri testi. Nel teatro di Nekrošius […] la fabula è sfrondata da elementi verbali ridondanti, in modo da metterne a nudo l’ossatura portante senza disarticolare la struttura narrativa» (ivi, p. 95).

 

Non è certo facile il raggiungimento di un tale equilibrio tra rispetto e interpretazione, sfrondamento e reinvestitura del testo. Non per nulla Nekrošius parlava di duro lavoro: «solo un duro lavoro può salvarti… Il dovere. Certamente c’è un insieme delle tue esperienze pregresse, che vengono fuori dalle tasche, dalle maniche. Tutto ciò che sai. […]. Ma non sai di più con l’età. È un cliché che con l’età si acquisiscano saggezza e consapevolezza. Bisognerebbe dire che le perdiamo. Perdiamo consapevolezza, arguzia e sensi. Si sviluppa apatia. […] Preferirei che fosse il contrario, tuttavia è fisiologico…» (Eimuntas Nekrošius: nutolinti horizonta, film-documentario di A. Liuga, cit. in M. Masselli, Eimuntas Nekrošius. Allontanare l’orizzonte, «Teatro e critica», 15 dicembre 2016).

 

La saggezza e la consapevolezza del percorso di ricerca che, con coerenza ma senza ridondanza, Nekrošius ha sviluppato a partire dal debutto di quel lontano febbraio 1977 ci dovranno bastare: la sorte non gli ha concesso di verificare se nel suo caso, magari, il cliché dell’età potesse invece essere fondato.




 


Andrius Mamontovas in un momento dell’Hamletas per la regia di Nekrošius, 1997


Tra gli spettacoli di Eimuntas Nekrošius recensiti su «Drammaturgia», si rinvia qui a Otello (2000), Il gabbiano (2001), Cantico (2005), Boris Godunov (2005), Anna Karenina (2008) e Otello di Verdi (2013)


 
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