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Re nudo

di Giuseppe Gario
  Re nudo
Data di pubblicazione su web 06/11/2018  

«I tempi cambiano e anche la politica ha bisogno di un rinnovamento. Non si può eternamente dare il proprio voto agli stessi partiti stabiliti, per assicurare il legame tra potere e popolo. Perciò, in sé la comparsa di nuovi partiti rivela che la democrazia è viva ed evolve, dato incoraggiante. Per mobilitare nuovi elettori si invoca però troppo spesso il popolo. Se si pensa questo popolo come massa unificata e unita, ci si fanno delle idee che non corrispondono mai alla realtà. Può così venir fuori intolleranza per la diversità della società, tanto più che questi antagonismi servono a consolidare i ranghi dei nuovi elettori. Invece di cercare accordo tra le tensioni rispettando la diversità, si rischia di coltivarle per sviare la democrazia in nome di un popolo soltanto immaginario» (T. Kochuyt, Le calvaire du populisme: la mobilisation des mécontents au nom du peuple, in À la recherche de la representation perdue, a cura di P. Gueorguieva e A. Todorov, Paris, L’Harmattan, 2017, p. 160). «È necessario inserire nel gioco democratico l’espressione delle differenze, il popolo concreto e reale dietro il popolo astratto» (P. Perrineau, La crise de la représentation politique en Europe, in ivi, p. 28).   
 
Il popolo concreto e reale è giustamente preoccupato: i «mestieri oggi più richiesti, non necessariamente esistevano dieci o vent’anni fa, si intuisce una mutazione destinata a proseguire, ad amplificarsi persino perché l’intelligenza artificiale realizza progressi spettacolari in tempi molto brevi». «Perché non è facile capirli? Perché seguono una progressione esponenziale, ma non siamo abituati a pensare così, fors’anche incapaci» (F. Taddei, Apprendre au XXIe siècle, Paris, Calmann-Lévy, 2018, pp. 40-41). «Quando si fa un ulteriore passo da un elemento dato verso uno più complesso, tra i due c’è di solito conflitto. In altre parole il conflitto è intrinseco all’evoluzione sia per le organizzazioni umane che per le cellule. È, per così dire, naturale. E il miglior modo per superarlo è cooperare. Perché, di tutte le specie, l’homo ha trionfato? Perché è la specie che ha saputo cooperare alla più grande scala». «I batteri cooperano in numeri molto grandi (miliardi!) ma per obiettivi molto semplici. Le formiche cooperano per obiettivi più complessi, ma in minor numero. Solo l’Homo sapiens unisce le due caratteristiche: cooperare in numero sempre maggiore per compiti sempre più complessi. Come ci riesce? Con la forza della fiducia. Cooperiamo su larga scala perché abbiamo insieme fiducia in cose che hanno senso solo perché siamo in molti a darvi fiducia – al valore della moneta, per esempio, o di un diploma. Siamo pronti a fare cose che uno scimpanzé non farebbe mai, come dare una banana per denaro o indurci a imparare in cambio di un pezzo di carta denominato diploma. Questa capacità, avere fiducia in cose che hanno senso solo se anche altri vi credono, sembra sia la nostra specificità» (ivi, pp. 32-33). Bisogna vederle e volerle, anche se non sono banane.   
 
Nel nostro tempo, è il «nuovo modello, che si delinea a poco a poco, dell’integrazione del mondo nei beni pubblici globali» (M. Aglietta-N. Leron, La double democratie. Une Europe politique pour la croissance, Paris, Seuil, 2017, p. 7). È la cittadinanza condivisa di fatto, ma non di diritto, in una repubblica mondiale dove «parte della popolazione non crede più all’ipotetica base del dibattito pubblico: presupposti, cifre, tendenze indiscutibili, codici intangibili». «È la crisi dei dispositivi di autorità che devono stabilire l’incontestabile. L’opinione delle “comunità” cerca di controbilanciarle non più solo con voci, credenze popolari, leggende urbane. L’assunto è che stabilire la verità sia un processo collettivo e conflittuale, opposto a un sistema di accreditamento verticale che non riesce neppure a capire che è contestato». «Al dilemma della informazione in eccesso (tutte le versioni della verità in linea) e chiusa (a ciascuno la sua realtà) corrisponde una crisi dei meccanismi stessi di fiducia. Perciò della democrazia» (F.B. Huyghe, Fake news. La grand peur, Versailles, VA Editions, 2018, pp. 147-148).   
 
Vivere in una res-publica, mondiale di fatto ma non di diritto, che ci include tutti coi nostri diritti, interessi, possedimenti, è fare l’esperienza già «condotta sul rapporto tra predatore e preda, che mostra come, anche se reso inoffensivo, con la sola presenza il predatore terrorizza le prede e ne diminuisce la fertilità, anche se non aggredisce. Conclusione: la paura ha lo stesso impatto del pericolo. Non bisogna soccombervi» (Taddei, Apprendre au XXIe siècle, cit., p. 15). «La transizione che viviamo genera conflitti di vari tipi? Sì. E non è affatto stupefacente. È un meccanismo vecchio di milioni di anni. Vediamo bene, nella transizione attuale, vincenti e perdenti, specie nel mercato del lavoro dove lavori ripetitivi fisici o intellettuali sempre più sono svolti da macchine». «È una sfida planetaria. Come distribuire meglio le ricchezze? Sviluppando l’educazione e assicurandoci che tutti vi accedano». «Perciò è responsabilità collettiva condividere i frutti del sapere il più universalmente possibile» (ivi, p. 38). Bene pubblico globale fondamentale, l’educazione, raro quanto la giustizia.   
 
In questa repubblica mondiale di fatto (visibile da satellite) e non di diritto (invisibile a terra), non abbiamo altra scelta che vivere, salvo che la vita ci sia tolta in qualche guerra. Secondo Kant è proprio «il problema della guerra che giustifica il ricorso alla nozione di Repubblica. Secondo lui, solo una costituzione cosiddetta repubblicana è in grado di prevenire il rischio di guerra per favorire la pace». «Perché la guerra può essere decisa da uomini che detengono il potere. Vantaggio di una costituzione realmente repubblicana è che non può essere decisa senza l’assenso di tutti» (A. Boukerche, La Citoyenneté républicaine face au liberalisme économique, Rennes, Apogée, 2017, p. 65). Pace in terra.   
 
«Secondo l’interpretazione della Genesi detta della “intendance”, Creazione e creature hanno un valore intrinseco». «Per questa interpretazione opta Laudato Si’, ma papa Francesco aggiunge forti connotazioni francescane che rinviano alla terza interpretazione possibile, detta di “cittadinanza”. Adamo significa “terra” o “argilla” (Gen 2,7), la specie umana ha la stessa stoffa delle altre e non può invocare alcuna superiorità. Tutti gli esseri naturali provengono da un unico Creatore e possono essere dichiarati fratelli e sorelle. La fraternità, cui gli esseri umani sono così chiamati, supera la frontiera della sola umanità» (D. Bourg, Une nouvelle terre, Paris, Desclée De Brouwer, 2018, pp. 107-108). La repubblica, mondiale di fatto e non ancora di diritto, è sconvolta dai conflitti. L’ONU, sua pietra angolare fondata sulla pace, oggi è combattuta da uomini di potere che non tollerano limiti, come i mercati globali.  
 
Repubblica sovranazionale di repubbliche nazionali, l’UE è in affanno su tre allargamenti: agli stati ex-comunisti centroeuropei, ai rifugiati, alla cooperazione finanziaria post-crisi 2008. «La comparsa di nuove modalità di governance negli anni Novanta è parsa mettere in causa il metodo “comunitario” classico. D'altronde, ambiti di attività quali asilo e immigrazione sono stati “comunitarizzati” e nulla vieta che gli ambiti attuali del metodo aperto di cooperazione funzioneranno, in futuro, in base al metodo comunitario. Gli ambiti di applicazione del metodo aperto di cooperazione traducono una regia UE intergovernativa? O sono una prima tappa per il salto qualitativo sovranazionale? È una questione chiave per l’avvenire d’Europa. E ancora, la risposta intergovernativa alla crisi economica e finanziaria avrà impatto durevole su organizzazione e funzionamento dell’UE? Traduce una volontà di controllo da parte degli Stati, che hanno però anche preso decisioni che paiono dirigere l’UE verso una governance economica più collettiva. L’impatto dell’allargamento e la prosecuzione eventuale del progetto di integrazione di nuovi membri è l’ultima questione, essenziale. In che modo questo allargamento sarà assorbito dall’Unione? L’adesione di nuovi membri ha posto fine alla possibilità di una più forte integrazione o al contrario ha preparato la trasformazione dell’Unione in un’entità collettiva più potente e con un posto di primo piano sulla scena internazionale?». (F. Terpan, Droit et politique de l’Union Européenne, Bruxelles, Larcier, 2014, pp. 281-282). A perpetuare l’ineguaglianza interna ed esterna, l’apertura UE su Medio-oriente e Africa è bloccata in un’Europa arroccata dall’Atlantico agli Urali, con la tecnica di sposare ineguaglianza economica ed esclusione etnica. «Anziché incoraggiare una politica redistributiva, l’ineguaglianza spesso promuove il successo di partiti focalizzati sul creare coalizioni elettorali fondate su identità non economiche, come l’etnia» (J.D. Huber, Exclusion by elections. Inequality, Ethnic Identity, and Democracy, Cambridge, Cambridge UP, 2017, p. 3). Ma «quando si incoraggia la politica etnica mentre si scoraggiano le politiche più efficaci a ridurre le diseguaglianze, siamo proprio nei guai» (ivi, p. 186). «Dividere i non ricchi è più facile coalizzandone elettoralmente una parte coi ricchi, a spese degli altri non ricchi», per «trarne solo loro vantaggio» (ivi, pp. 187-188). Vantaggio a parole, perché i ricchi della coalizione si premiano esentandosi dalle tasse in cambio di qualche mancia sociale, come negli USA di Trump e nell’Italia giallo-verde.   
 
È il biologo Taddei a ricordarci, come si è visto, che «quando si fa un ulteriore passo da un elemento dato verso uno più complesso, tra i due c’è di solito conflitto. In altre parole, il conflitto è intrinseco all’evoluzione sia per le cellule che le organizzazioni umane. È, per così dire, naturale. E il miglior modo per superarlo è cooperare. Perché, di tutte le specie, l’homo ha trionfato? Perché è la specie che ha saputo cooperare alla più grande scala». Una scala oggi mondiale, con l’avamposto UE. Beninteso, per chi preferisce cooperare con successo invece di morire in conflitti insensati, più probabili tra vicini di casa.   
 
I vestiti nuovi dell’imperatore è una celebre fiaba di Hans Christian Andersen (1837). Due imbroglioni offrono un vestito “straordinario” (invisibile a stolti e indegni) all’imperatore, che non lo vede e perciò lo compra. Tra cortigiani e sudditi anch’essi plaudenti, solo un bambino ride e urla “il re è nudo”, ma la sfilata continua. Il nostro nuovo governo ha comprato il vestito sovranista e fingiamo di non vedere il nudo scontro con la Germania del deficit al 60% (132% noi, a oggi) con una situazione sociale triste ma un’economia forte, anche grazie all’apporto di milioni di immigrati integrati in una popolazione tedesca ormai anziana. Germania-Giano guarda al futuro col successo elettorale dei Verdi, aperti ai beni pubblici globali di ambiente, cittadinanza, Europa; ma con nostalgia populista dell’arroccamento. Accettato in UE, è diritto-dovere della Corte Costituzionale tedesca impedire spese (presenti-future, esplicite-implicite) non approvate dal Parlamento nell’interesse del popolo tedesco. Dopo la crisi finanziaria del 2008 la regolazione monetaria e finanziaria UE è stata condizionata da una Germania memore della micidiale inflazione del 1923, tomba del marco, trampolino di Hitler.
   
Il governo Berlusconi fu commissariato perché non riduceva il nostro debito riformando le pensioni, ponendo fine ai condoni, all’enorme evasione fiscale strutturale e ai salvataggi Alitalia per prevenire il contagio europeo di una crisi bancaria italiana da collasso del debito pubblico (finanziato in gran parte da noi, banche e depositanti italiani). Il nuovo governo ha rigenerato tutte le pratiche di Berlusconi, il quale è all’opposizione perché vuole più benefici fiscali invece del reddito di cittadinanza, che è fuori dal suo catalogo così come il rimborso ai cittadini “truffati” da banche che non hanno fatto loro sottoscrivere l’ovvio: sapere che titoli bancari ad alto rendimento sono proprietari, talora speculativi. Santa ingenuità di banche e clienti.   
 
Ingiustamente considerati il Club Méditerranée UE, anni fa a Duisburg, con un sanguinoso regolamento di conti tra nostri ragazzi dell’economia clientelare, abbiamo lasciato il segno – un po’ come non restituire i debiti. La Germania non è sovrana, in UE tratta anche con noi, pur se da posizioni di forza. Nel nostro immaginario vestito sovrano, mandiamo tutti a quel paese con la nostra leadership bicefala e una tifoseria pronta a vendere per un piatto di lenticchie, ma tutto per sé, la partita in campo BCE sulla garanzia del nostro debito pubblico. In casa, a Riace, azzeriamo il modello di integrazione e arrestiamo il sindaco per sospetti sulla gestione dei fondi – competente il ministro degli interni, capo della Lega condannata a restituire (in settant’anni) quarantanove milioni per falsi rimborsi elettorali. Quando si dice bruscolino e trave nell’occhio. La Germania non può agire da predatore, noi sì, contro i deboli di casa e facendoci scudo della forma della legge. Il capo Cinquestelle, giovane senza troppi vincoli di studio e lavoro, a sua volta mette in stato d’accusa i pensionati per ricavarne soldi, con legge a venire, da far piovere con l’elicottero neoliberale ribattezzato reddito di cittadinanza. Il nostro nuovo governo nazionalizza un’economia di consumo esentasse, litigando solo su quanto a chi: pura dottrina neoliberale, in salsa italiana.   
 
Il governo insiste poi sulla nostra ricchezza privata, invito ai mercati finanziari, europei inclusi, ad aprire una crisi che ne farà un governo finalmente di emergenza, intoccabile e come tale necessario ai mercati per mettere le mani sulla nostra ricchezza privata in nome dei nostri stessi valori cosiddetti sovrani, senza più interposizione BCE. Il governo non parla ai mercati, che già sanno, ma a noi italiani per contare i likes. Malizia del parlar dritto.   
 
Così è (se vi pare). I Cinquestelle navigano in rete e la Lega controlla la RAI, giusta la Tecnica del colpo di stato di Curzio Malaparte, nel solo apparentemente lontano 1931. Tutto come da manuale (Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, tradotto e letto in tutto il mondo).





 
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