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Take control

di Giuseppe Gario
  Unione Europea
Data di pubblicazione su web 08/09/2018  

Per l’UE essere in controllo di invecchiamento demografico e intelligenza artificiale è priorità anche economica. In Austria lo è la cittadinanza ad altoatesini-sudtirolesi di ceppo germanico, lealtà multipla che intrappola Irlanda e UK in Brexit e minaccia la Germania «dopo la decisione di Mesut Özil, centrocampista ventinovenne tedesco di origine turca, di lasciare la nazionale. “Non giocherò più per la Germania finché sentirò razzismo e mancanza di rispetto”, aveva twittato il 22 luglio. Tre giorni dopo Ali Can, anch’egli di nazionalità tedesca e origine turca, lanciava l’hashtag #metwo riferito ai due cuori – “uno tedesco e uno turco” – che Mesut Özil rivendicava di avere “in petto”». «Il seguito di massa dà a questo movimento un particolare rilievo»; tale, «per dirla con Spiegel, da sembrare “l’inizio di qualcosa”» (Th. Wieder, Le mouvement #metwo révèle les failles du modèle d’intégration, in «Le Monde», 1° agosto 2018, p. 2).

I take control statali mirano a eliminare non i problemi, ma chi li pone. L’Austria noi, Brexit l’UE, Rajoy gli indipendentisti catalani, Visegrád i migranti, Orbán addirittura la Francia. «“I tedeschi in particolare devono stare attenti” ha detto quest’ultimo al Bild tedesco. “L’idea francese è quella di imporre la propria leadership finanziandola col denaro tedesco. Rifiuto questo progetto. Non vogliamo l’Unione diretta dalla Francia”». «Secondo l’analista politico Szentpéteri Richard Nagy, “per alcuni [Orbán] punta a presiedere la Commissione europea dopo le elezioni, anche se non penso ci creda davvero. La sua linea è minoritaria: ha con sé Italia, Polonia, Croazia, Baviera e in parte Austria. Nulla più. Penso che usi la campagna elettorale europea per tenere in Ungheria e cementare il suo potere”» (B. Gauguelin, Orban défie Macron sur l’Europe, in «Le Monde», 31 luglio 2018, p. 4).

Siamo rinati da due guerre mondiali e un genocidio nella solidarietà sovranazionale di CECA, MEC e UE. È il Discours à la nation européenne di Julien Benda (1933): «L’Europa non sarà frutto di una semplice trasformazione economica o politica. Dovrà anzitutto attuare una rivoluzione intellettuale e morale» (C. Obadia, Oser affirmer une identité européenne commune, in «Le Monde», 12-13 agosto 2018, p. 23). Implosa l’URSS, la solidarietà è stata però sempre più erosa dal trionfo del neoliberismo sovranazionale del ciascun per sé a spese degli altri, pecore da tosare o capri da sacrificare in schemi fiscali statali regressivi. Solo l’UE, sovranazionale, può fare la riforma che «The Economist» mette in copertina il 20 agosto 2018: «È ora di portare la tassazione nel 21° secolo».

Più grave della Grande Depressione, la crisi del 2008 annuncia l’implosione di “tutto il potere al mercato”, speculare a “tutto il potere allo stato” su cui è già implosa l’URSS, oggi Federazione Russa che, come gli USA, agisce con un interventismo unilaterale, rapsodico e violento, di rapina. È il nuovo dispotismo di Putin-Trump, nelle varianti di stato-mercato, che «The Economist» così riassume dopo il vertice di luglio: «Se non altro, il summit ha mostrato che i problemi americani non hanno più radici in Russia e quelli russi non le hanno più in America. Per la Russia la minaccia più grave non viene più dall’America ma dal suo stesso presidente, che ha minato lo stato di diritto e la sicurezza del suo popolo. Qualcosa di analogo può ora avvenire in America. Come ha detto in un tweet Richard Haass, che presiede il Think Tank Council on Foreign Relations, a Helsinki “America first somiglia più che mai a Russia first”» (In the hall of Mirrors, 21 luglio 2018, p. 19).

Contro l’UE «la nuova virulenza nasce dall’atteggiamento duplice di Trump e John Bolton, coi suoi accoliti neoconservatori, da vent’anni oscillanti tra disprezzo per la supposta debolezza europea (non volere né sapere più fare la guerra) e ostilità per un potenziale rivale. L’amministrazione Trump trae poi partito dai dissensi europei sul problema migratorio e cerca di destabilizzare tutti i tradizionali partiti. I nuovi ambasciatori USA sostengono apertamente le formazioni populiste di estrema destra in Italia, UK, Germania e Europa centrale. In questo assalto Trump non è solo». «La Russia coglie l’occasione per indebolire un rivale economico e un oppositore politico. Putin vede l’opportunità di rilanciare il suo progetto di spazio eurasiatico. E più ancora si prende la rivincita su un’UE che, dopo l’invasione della Crimea, ha varato sanzioni contro il suo paese e sostiene il governo di Kiev contro i separatisti del Donbass» (F. Géré, Assaut général contre l’Union européenne, in «Le Monde», 9 agosto 2018, p. 21).

È scontro frontale. La sovranità si regge sul denaro, che impone il proprio ordine: democratico coi soldi di cittadini e imprese, dispotico nella joint venture personale tra manager politici sovranisti e manager aziendali neoliberisti, sperimentata da Pinochet in Cile nel 1973 col colpo di stato, importata poi da Reagan e Thatcher (O. Worth, Rethinking Hegemony, London, Palgrave, 20182, p. 92). Fu il battesimo del populismo, «fattore centrale nello sviluppo del neoliberismo negli anni Settanta e Ottanta. Perciò si può capire che un analogo populismo in mano all’estrema destra possa far parte della struttura neoliberale stessa» (ivi, p. 157). Teste di ponte europee sono «Italia, Polonia, Croazia, Baviera e in parte Austria», con l’Ungheria di Orbán nella rete del dispotismo Putin-Trump con violenza politica e istituzionale sui cittadini e violenza dura e pura su minoranze, oggi di migranti, ieri di ebrei. Tutti despoti in casa, ma uno di più. È nelle nostre trippe tribali. Nel post “molti nemici molto onore” da Milano Marittima ci marcia Matteo Salvini, con attoriale cinismo stavolta verso Mussolini, che per primo si inchinò alle politiche razziali hitleriane, a imperituro disonore suo e del fascismo.

“Prima gli italiani” sembra tradurre “Russia first”-“America first” ma, nel mondo in cui comandano i soldi, ha echi sudamericani. «Le crisi di fiducia sul mercato dei titoli di stato possono scoppiare in modo del tutto inaspettato: da una calma assoluta si passa nel giro di qualche settimana alla tempesta più incontrollabile». «I mercati finanziari reagiscono così: in modo improvviso, ritardato e spesso esagerato. Naturalmente perché un paese possa soffrire della imprevedibilità dei mercati occorre sia pesantemente indebitato», scrive Carlo Cottarelli, revisore della nostra spesa pubblica tornato al Fondo Monetario Internazionale (Il macigno: perché il debito pubblico ci schiaccia e come si fa a liberarsene, Milano, IBS, 20182, p. 30). Pericolo multiplo, come le lealtà nazionali. «Quando il debito pubblico è alto, si possono creare situazioni che gli economisti chiamano di “equilibrio multiplo”. Talvolta si parla anche di self-fulfilling expectations (aspettative che si autorealizzano): se i mercati temono che il debito non sia sostenibile, si spaventano e i tassi schizzano alle stelle (a fronte del rischio di non essere ripagati) e il debito diventa effettivamente insostenibile. Si è parlato molto di questa possibilità nel 2011-2012 quando i mercati finanziari sembravano aver portato i tassi di interesse sul debito italiano a livelli che, solo pochi mesi prima, erano inimmaginabili e sarebbe stato impossibile sostenere nel tempo» (ivi, p. 59).

Solo pochi mesi fa era inimmaginabile il deflusso dall’Italia di settantadue miliardi di euro in due mesi. «La sfiducia nel nostro paese è ai livelli del 2012» (A. Barbera, Meno 38 miliardi. La fuga record degli stranieri dai titoli italiani, in «La Stampa», 23 agosto 2018, p. 8). «Il mercato non è una persona, è un insieme di persone, il risultato di decisioni prese da milioni di investitori e traders, è sciocco parlare di complotti» (B. Emmott, ex-direttore del «The Economist», nell’intervista a G. Colarusso Nessun complotto i fondi attendono la manovra di Tria, in «la Repubblica», 14 luglio 2018, p. 7). I manager neoliberisti devono remunerare gli azionisti, quelli sovranisti i sostenitori. Quando i loro interessi si scontrano, se ai neoliberisti basta continuare a far soldi, ai sovranisti rimane solo il ricatto politico, fonte di barbarie (M. Tarquinio, Senza vergogna, in «Avvenire», 5 agosto 2018, p. 1) e di avventurismo (C. Tito, Il “contratto” fa paura ai mercati e gli investitori lasciano l’Italia, in «la Repubblica», 4 agosto 2018, p. 3). Nati prima, i manager neoliberisti si rifanno in anticipo sui manager sovranisti che minacciano creditori e garanti. «La mossa che scatenerebbe la speculazione? Lo scontro con l’Ue sulle pensioni», predice Peter Cardillo, chief market economist di Spartan Securities, NY (G. Sarcina, La mossa che scatenerebbe la speculazione? Lo scontro con l’Ue sulle pensioni, in «Corriere della Sera», 4 agosto 2018, p. 1). La chiave è il rapporto con l’UE, non le pensioni, e avere molti nemici è rovina sicura, in una guerra senza onore.

Così pure, nel reddito di cittadinanza la chiave è la cittadinanza. Nei trent’anni gloriosi del Secondo dopoguerra, motori dell’economia furono l’innovazione e il riconoscimento e l’attuazione dei diritti di cittadinanza democratica: lavoro, tutela sindacale, rappresentanza politica. Il nostro miracolo fu lo spettacolare salto di produttività di milioni di contadini migrati da sud a nord e dai campi in città per lavorare in fabbrica, protagonisti della domanda politica di cittadinanza e più equa distribuzione della ricchezza. L’obolo non è cittadinanza, è solo maschera del neoliberista “elicottero dei soldi” di Milton Friedman. Il mondo deborda di soldi che per ideologia e avidità non arrivano ai cittadini, sudditi senza diritti. L’obolo generalizzato vuole sostenere il mercato coi consumi, a condizioni però che mai si verificano perché i manager liberisti non mollano i soldi, e ai sovranisti rimane solo il bastone.

Contro i poteri sovranazionali UE e ONU, loro comune nemico, in birrerie, tweet e comparsate mobilitano i populisti manipolati sui social con i dati da loro stessi regalati a Facebook. Lo conferma Mischaël Modrikamen, capo del Partito Popolare vallone d’estrema destra e managing director della campagna populista alle elezioni europee di Bannon, ex stratega di Trump: «Ben consapevole delle reticenze europee, insiste però sul contributo di Bannon “in materia di dati”» (Ph. Bernard-J.-B. Chastand, La marche contrariée de Bannon sur l’Europe, in «Le Monde», 21 agosto 2018, p. 2). La manipolazione big data è la vera novità. Attaccando l’UE e la legge internazionale Salvini non risolve alcun problema, ma guadagna punti nel gruppo di Visegrad capitanato da Orbán, in un’UE in cui «oggi prevale il Consiglio Europeo – ovvero, i capi di Stato e governo, che pensano al prossimo voto» (A. Lavazza, È già aria di elezioni: dalla Ue più difficile aspettarsi il salvagente, in «Avvenire», 26 agosto 2018, p. 9).

I governi Visegrad prendono i soldi ma non i migranti dai governi di area euro, noi compresi, che però facciamo causa comune con Visegrad. Vogliamo tutto, adolescenti in crisi puberale: è il profilo big data di noi italiani tracciato dagli sponsor USA. Pecore da tosare e capri (banche) da sacrificare, con l’interfaccia di un governo ispirato a Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega, che su «Il Giornale» «si dichiarava apertamente favorevole al “mantenimento della mafia e della ’ndrangheta al Sud”, precisando sibillinamente: “Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. Esiste anche un clientelismo buono, che può determinare la crescita economica”» (20 marzo 1999). E ancora: «Non mi fecero ministro perché avrei distrutto la repubblica» (J. de Saint Victor, Patti scellerati, UTET, Milano, 2013, p. 336). Tutto qui. Clientelismo. Chi lo direbbe, nel paese di ’ndrangheta, mafia, sacra corona unita, mafia capitale…

Laboratorio politico per conto terzi, abbiamo anticipato i social e Trump con le tv e Berlusconi (poi commissariato, in UE). Abbiamo capitani di (s)ventura, ciechi che guidano altri ciechi urlando per tenerli vicini, perché cerchiamo nel posto sbagliato, la politica nazionale, come l’ubriaco cerca sotto il lampione perché è più facile. Nelle prossime elezioni europee torniamo noi in controllo, scegliendo i costituenti dell’UE democratica, il solo governo (sovranazionale) in grado di riconoscere e attuare i diritti di cittadinanza nel mondo sovranazionale, con gli stati in ruoli minori, come fu già per città e regioni nel mondo industriale. Cittadini in controllo di noi stessi, beneficiari e attori della democrazia investiamo le nostre risorse politiche di fiducia e consenso in politici che lottano non tutti contro tutti, ma per tutti noi nell’UE democratica e solidale, necessaria rivoluzione morale e intellettuale.

I migranti afro-mediorientali fuggono da conflitti civili divenuti guerre per interventi internazionali. Ecco perché è tradimento e crimine ogni parola, gesto, decisione, atto di violenza e odio moltiplicato da automi social, come i cinquantamila scagliati contro Raffaele Ariano per aver denunciato la frase razzista d’una capotreno Trenord: «il vicepremier [Salvini] nei comizi e su twitter invoca “un premio per la capotreno”» (Z. Dazzi, La madre del passeggero contro capotreno anti-rom scrive a Mattarella: dal Carroccio un linciaggio, in «la Repubblica», 13 agosto 2018, p. 11).

È possibile anzi probabile che noi italiani crediamo dipenda da noi decidere se restare nell’euro e nell’UE. È possibile anzi certo che non è così. Lo dice l’offerta austriaca di cittadinanza-salvagente ad altoatesini/sudtirolesi di ceppo germanico; non abbiamo gli assi nella manica di Brexit (tre paradisi fiscali autoreggenti, atomica e relazione speciale USA); e dalla Turchia la lira, anche nel nome, ci dice che cosa succede quando un governo del bastone litiga con uno dal bastone più grosso. In attesa della recidiva, bastone sovrano: dieci anni fa «le banche centrali hanno bloccato un attacco cardiaco con una cura di emergenza. Ma il paziente è tornato alle vecchie abitudini: fumo, grandi bevute, cibo malsano. Può sembrare guarito. Ma il prossimo attacco può essere persino più grave e le tecniche mediche di dieci anni fa possono non funzionare una seconda volta» (Ten Years On. The Last Crash, and the Next, in «The Economist», 4 agosto 2018, p. 67). Così i soldi. Ma la politica, che i soldi li ha inventati, dipende solo da noi.







 
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