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A Star Is Fallen

di Nicola Rakdej*
  A Star Is Born
Data di pubblicazione su web 07/09/2018  

Tutto quello che nella Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è confinato nella sezione Fuori Concorso dovrebbe avere pari valore artistico rispetto alle pellicole selezionate nelle categorie principali. In teoria. Perché la direzione di Alberto Barbera si è caratterizzata sempre più per un’attenzione a bilanciare le esigenze artistiche con quelle del mercato. È dunque quasi inevitabile trovare opere di questo secondo tipo. È il caso di A Star Is Born, quarto remake di una storia vecchia quanto la stessa Hollywood che, riadattata ai nostri giorni e alle “nostre” star, segna l’esordio alla regia dell’attore Bradley Cooper e quello nel ruolo di assoluta protagonista della popstar LadyGaga (all’anagrafe Stefani Joanne Angelina Germanotta), già vista nella serie televisiva American Horror Story e in un piccolo cameo en travesti nel Machete Kills di Robert Rodriguez (2013).

Il “pericolo” più evidente sta nelle grandi aspettative che ruotano attorno a un progetto del genere, soprattutto quando ci si confronta con attrici quali Judy Garland Barbra Streisand (interpreti rispettivamente delle versioni 1954 e 1976). Non temerne il confronto significa possedere una buona dose di coraggio; la stessa che però pare mancare a Lady Gaga nel volere declinare ancora una volta e in altra forma quello che possiamo tranquillamente definire un mito contemporaneo.

I personaggi principali sono il divo-musicista Jackson Maine (Cooper), consumato dall’alcol e dalle droghe, e l’insicura Ally (Gaga), cameriera a tempo perso che cerca di raccogliere i pezzi di un sogno infranto da cantante. L’incontro tra i due e il loro amore tormentato daranno il via a un gioco tragico in cui l’una emergerà finalmente dall’ombra e l’altro invece perirà nella sua gelosia, i suoi incubi e nelle sue mortali dipendenze.


Una scena del film
 Biennale Cinema 2018

Nell’incipit la camera dinamica di Bradley Cooper ci immerge nel rumore assordante di un concerto live e lo fa seguendo il protagonista sul palco dove dovrà esibirsi. La musica rock fa da collante alla frammentazione della sequenza: momento in cui si obbliga lo spettatore a godere le impensabili doti canore e di chitarrista dell’attore. I fan lo acclamano mentre sfoggia un estasiante assolo di chitarra, di quelli che funzionano indipendentemente dal film.

Da questi primi minuti capiamo subito che piega prenderà la pellicola; e non sarà sufficiente la splendida voce di Lady Gaga a salvare il suo regista da un inspiegabile egocentrismo. Ogni scena pensata in coppia è una lunga performance solistica e overacted, agita tra i classici estremismi di un tossicodipendente (anche se, nei momenti in cui serve, Cooper riesce magicamente a essere più lucido che mai) e retorici elogi motivazionali alla compagna di viaggio. La pessima gestione della partner ha creato una sgradevole differenza di focus tra i due personaggi, portando la popstar ad arrancare con gli occhi bendati dietro le manie di un attore che continuamente si mette al centro del racconto. Nemmeno l’aver dedicato tempo alla famiglia italoamericana di Ally (ispirata ai modelli del regista David O. Russell con cui Cooper ha lavorato negli ultimi anni) salva la “protagonista” da un destino marginalmente bidimensionale. Alla fine si ha la sensazione di aver assistito non alla nascita ma alla caduta di una stella.


Una scena del film
 Biennale Cinema 2018

Ciò che manca in A Star Is Born è il contesto. Mentre il remake precedente godeva dell’energia del suo tempo (gli anni ’70), il film di Cooper evita di parlare della condizione contemporanea dell’artista e incespica sulle modalità che portano alla creazione di una hit di successo (se si è in cerca di questo, meglio riguardarsi i tre film dell’irlandese John Carney, in particolare il suo capolavoro a basso budget Once). Non che ci si aspettasse un ritratto del mondo dei talent show, però si avverte l’assenza di un dibattito musicale più ampio che catturi anche quelle recenti tragedie che hanno coinvolto molte voci note (da Amy Winehouse fino a Chris Cornelle a Chester Bennington). Tutto, invece, segue i logori binari di un rapporto d’amore corrosivo e dal finale telefonato, diventato ormai strumento disonesto di auto-propaganda pre-Oscars. Peccato perché la colonna sonora scritta da Lady Gaga (in concomitanza con produttori dal calibro di Mark Ronson), composta da un’alternanza di ballad dal retrogusto country e brani pop dalla forte componente emotiva, è molto coinvolgente; ed è innegabile quanto questo talento straordinario non abbia bisogno di particolari orpelli per continuare a brillare a livello mondiale.

Un consiglio per i veri fan della cantante che vogliono vederla senza trucco nelle sue infinite sfaccettature: recuperate il documentario Netflix Gaga: Five Foot Two e non rimarrete delusi.



* Laureando in Storia dello spettacolo (Magistrale) presso l'Università di Firenze

Impaginazione di Daniele Palma, dottorando in Storia dello spettacolo presso l'Università di Firenze




A Star Is Born
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La locandina
 
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