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Terrorismo nordico

di Sara Mamone*
  22 July
Data di pubblicazione su web 08/09/2018  

Paul Greengrass è regista che sa il fatto suo, di lunga militanza sia in film di grande impegno (basti pensare a Bloody Sunday, dedicato alla domenica di sangue in Ulster quando i paracadutisti britannici fecero una strage di pacifici manifestanti, vincitore dell’Orso d’oro del 2002 a Berlino) sia nel popolarissimo ciclo di Jason Bourne (con Matt Damon da lui diretto nel secondo, terzo e quinto episodio). Con 22 July il regista torna ai temi di grande impegno, affrontando uno degli episodi più efferati della storia della pacifica Norvegia e, insieme, della storia del terrorismo. Non certo del terrorismo internazionale poiché qui si tratta di un episodio di terrorismo, se così si può definire, endogamico, nato come gene malato, dalla stessa società che ne è vittima.


Una scena del film
© Biennale Cinema 2018

Il 22 luglio 2011 Oslo fu scossa da un attentato che fece scoppiare un’autobomba davanti alla sede del governo uccidendo otto persone. Poche ore dopo in una isoletta su un lago non lontano dalla capitale, in un campeggio di adolescenti organizzato dal partito socialista, avvenne quella che sarebbe tristemente passata alla storia come la strage di Utøya: le vittime furono sessantanove, quasi altrettanti i feriti gravi. Lo choc fu immenso anche per la tipologia dell’attentato: apparentemente commesso da un solo terrorista, norvegese e simpatizzante di un locale partito di destra. L’orrore fu immenso ma non è questo che ha destato l’interesse artistico del regista (già altre volte il cinema si è soffermato sulla strage). Quello che gli interessa mostrare (ritenendo che «qualche volta il cinema deve guardare con coraggio e risolutezza il mondo così com’è, come si muove, dove va e come possiamo affrontarlo») è «soprattutto su quanto è successo dopo, ovvero come la Norvegia ha combattuto per la democrazia diventando una fonte di ispirazione per tutti noi».



Una scena del film
© Biennale Cinema 2018

Ne è venuto fuori un ottimo prodotto, raffreddato (esemplare la prima parte destinata alla preparazione maniacale e tutta giocata sui primi piani del criminale, cui Anders Danielsen Lie presta il suo volto perfetto nell’incarnare la banalità del male), ben strutturato, dal ritmo narrativo sempre teso ma forse un tantino didascalico nella nobiltà esplicita degli intenti, egregiamente incarnati dai due personaggi-pilota della risposta civile della società alla barbarie: il pensoso Jonas Strand Gavli, interprete rappresentativo della resilienza di una società sana e forte che sa reagire al male e contrastarlo rispettando i propri valori, e il coraggioso Jon Øigarden che, pur nell’orrore del crimine, accetta di difendere l’assassino per ribadire il diritto di ognuno alla difesa.


* Professore ordinario di Storia dello spettacolo presso l'Università di Firenze

Impaginazione di Mani Naeimi, dottorando in Storia dello Spettacolo presso l'Università di Firenze



22 July
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La locandina

 
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