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L'America in fiamme

di Stella Scabelli*
  What You Gonna Do When The World's on Fire?
Data di pubblicazione su web 26/09/2018  

Roberto Minervini, per la prima volta in Concorso a Venezia, continua a sfruttare la forma della docufiction per narrare l’America profonda, indagandone gli angoli più bui e tormentati. Dopo The Other Side (2015), il regista resta in Louisiana alla ricerca di storie “spezzate” nel tentativo di restituire la parola agli “ultimi”. In questo caso non si tratta però di narrazioni “dimenticate”, ma di conflitti che scuotono l’attualità e la cronaca degli Stati Uniti nell’era Trump, pur osservati dal punto di vista di una comunità locale.   
 
Estate 2017. Nella comunità afroamericana, scioccata dal brutale omicidio di Alton Sterling a Baton Rouge, si intrecciano tre storie diverse: quelle di due giovanissimi fratelli che devono crescere in un quartiere pericoloso, di una barista dal difficile passato che tenta di mantenere in vita il suo locale, di alcuni militanti delle Black Panthers che vogliono far valere la propria voce.  
 

Una scena del film
Biennale Cinema 2018
 
Rispetto a The Other Side in questa seconda prova di Minervini in Louisiana il carattere finzionale appare più debole, il “canovaccio” della costruzione filmica meno definito, la volontà di dare fluidità e coesione narrativa al materiale documentario ridimensionata. Il regista sceglie un andamento frammentario fondato sulla successione di momenti di vita ordinaria tra loro per lo più slegati. La “banalità” dell’oppressione quotidiana, l’ingiustizia e il pericolo che permeano la routine di queste vite non fanno che evidenziare l’urgenza della denuncia. Il carattere provocatorio, aggressivo della pellicola si riflette in bruschi stacchi di montaggio che intendono restituire la necessità della lotta e la tensione degli scontri.   
 
La regia propone piani ravvicinati, insiste sui volti, sulle parole: parole di sdegno, di preoccupazione o soltanto di sofferenza. Non si attarda in digressioni sull’ambiente, sugli attimi poetici che segnavano lo svolgimento di The Other Side. Le situazioni, reiterate al pari delle lamentele dei protagonisti, esprimono la pesantezza di una condizione d’impotenza. Non a caso il coro Black power è una cantilena pressante che dopo la proiezione continua a “pulsare” nella testa dello spettatore: un “grido” che racconta l’impellenza della denuncia di una discriminazione mai superata.   


Una scena del film
Biennale Cinema 2018
 
Il regista italiano riesce a calarsi in un contesto complesso fatto di quartieri pericolosi ed emarginati, istituendo un rapporto di fiducia con le persone riprese. Mimetizzato dietro la macchina da presa, il suo sguardo dà voce in libertà a storie che pregano di essere narrate approfondendo una cronaca irrisolta. Indugiando sugli sfoghi dei protagonisti, così come sulle rughe dei loro volti, Minervini permette agli interpreti di stabilire una conversazione con la camera, dando loro la possibilità di raccontare a sé stessi le preoccupazioni proprie e della comunità, di “rappresentare” la propria rabbia e protesta.   
 
Una docufiction non può esimersi dal produrre un discorso sulla “rappresentazione” della realtà. In questo caso si tratta di denuncia. Ai momenti di guerriglia e massima tensione drammaturgica, ai racconti di violenze raccapriccianti e agli sfoghi disperati, lo sguardo del regista frappone un bianco e nero che conferisce un carattere iconico ai volti e restituisce distanza a un rapporto pericolosamente intrusivo.

* Dottoranda in Storia dello Spettacolo presso l'Università di Firenze
Impaginazione di Marcello Bellia, dottorando in Storia dello Spettacolo presso l'Università di Firenze


What You Gonna Do When The World's on Fire?
cast cast & credits
 



La locandina
 
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