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L’incerta fisionomia
dell’”attore/performer”.
Sguardi sulla Biennale Teatro 2018


di Carmelo Alberti
  Biennale Teatro 2018
Data di pubblicazione su web 23/08/2018  

Il secondo “atto” di Antonio Latella quale direttore artistico della Biennale Teatro 2018 è dedicato alla questione “attore/performer”, declinata in funzione della Biennale College: si tratta di un progetto che dà a giovani aspiranti registi e drammaturghi l’occasione di misurarsi, anche se per breve tempo, con le idee dei protagonisti ospiti di quello che continua a chiamarsi ancora “Festival Internazionale del Teatro” (quest’anno è il 46°); sono gli stessi partecipanti a garantire un’ampia presenza di pubblico negli spazi teatrali dell’Arsenale di Venezia. 

Sul tema dell’anno si è svolto un “simposio” teorico, a cui hanno partecipato Chris Dercon (Volksbühne di Berlino), Paweł Sztarbowski (Teatr Powszechny di Varsavia), Bianca Van der Schoot (RO Theater di Rotterdam), Armando Punzo (Compagnia della Fortezza). Se negli ultimi decenni la riflessione sul ruolo del performer è stata posta in pratica da tanti maestri, stavolta si è considerato l’apporto attivo e autonomo dell’interprete; la discussione non è approdata a una qualche soluzione, forse perché si tratta di un falso problema, visto che l’attore consapevole non è mai stato un passivo esecutore della rappresentazione e da sempre si trova proiettato nella zona delle contaminazioni culturali. 

Anche quest’anno il cartellone ha assemblato proposte un po’ datate, creazioni già archiviate e, talvolta, superate sul piano della qualità espressiva. Persino le tre produzioni della coppia Antonio Rezza-Flavia Mastrella, insignita del Leone d’oro, sono opere nate tra il 2009 e il 2015. Il denominatore comune della rassegna, che ha offerto in genere la visione di due-tre lavori per ciascun artefice, è risultato spesso una forma di contaminazione ipotetica tra i linguaggi della scena e le forme visive dell’arte contemporanea. Vari sono gli esempi di esecuzioni definite, in più casi, a partire da pratiche performative autoreferenziali, per le quali il compito di stabilire una relazione con lo spettatore è demandato ai foglietti informativi. 



Un momento dell'Orestea di Anagoor
© Andrea Pizzalis

Le novità dell’edizione 2018 sono state l’Orestea curata da Anagoor, gruppo cui è stato attribuito il Leone d’argento, e Spettri di Ibsen nella messinscena di Leonardo Lidi, vincitore del College di regia under 30 del 2017. La lunga rappresentazione delle tre parti della tragedia di Eschilo, intitolate Agamennone, Schiavi, Conversio e curate da Simone Derai (anche regista) e da Patrizia Vercesi, è racchiusa nella formula della fissità tecnico-linguistica propria di Anagoor. È uno stile che privilegia il canto e, ancor più, l’enunciazione, qui affidata alle ampie tirate al microfono della voce narrante; ne deriva una visione oratoria che, entro uno schema-quadro denso di pensieri filosofici, ragiona sul furore e sulla morte, avvalendosi di una gamma di attinenze letterarie (da Virgilio a Leopardi, da Arendt a Givone e altro ancora). Ciò si è tradotto in una staticità scenica che pesa persino sulle parti danzate o sui riferimenti antropologici e iconografici, a partire dalla maschera d’oro micenea di Agamennone. Rimangono degni d’attenzione alcuni passaggi video-testuali e l’esemplare canzone-profezia di Cassandra nell’intensa esecuzione dell’attrice armena Gayané Movsisyan. È, comunque, uno spettacolo che si potrà valutare meglio nel corso della prossima stagione teatrale.



Un momento di Spettri secondo Lidi
© Biennale Teatro

La scelta di ricomporre liberamente la tessitura classica di Spettri ha permesso a Leonardo Lidi di rimescolare alcuni nuclei essenziali del dramma ibseniano, affidando a quattro bravi interpreti, Michele Di Mauro, Christian La Rosa, Mariano Pirrello e Matilde Vigna, il compito di tessere un gioco ambiguo e, insieme, acerbo attraverso un sistema di travestimenti e di inversioni di ruolo. La messinscena risulta “liquida”, mentre straripa nello spazio degli spettatori, accentuando l’incidenza degli elementi naturali; soprattutto quella dell’acqua che travolge ogni possibilità di relazioni affettive e parentali, fino all’annegamento finale, quando persino la tara ereditaria di Oswald trasmigra interamente nella società. 

Un caso interessante è offerto dal francese Vincent Thomasset, che ha ripreso tre sue esecuzioni frutto di una ricerca costante sulle radici della comunicazione linguistica, che tende a raggelare le parole e l’espressività ricorrendo al paradosso del senso e alla ripetitività del gesto. Thomasset affascina per il perfetto controllo della scena, che in Lettres de non-motivation (2015) si traduce in una sapiente carrellata tra le esilaranti lettere scritte in risposta a specifiche offerte di lavoro, sul filo del nonsense, adoperando contestualmente una varietà di stili interpretativi, dal canto alla declamazione. In Ensemble Ensemble (2017) una donna tenta di descrivere ciò che la circonda senza riuscirvi, per l’impossibilità di ogni soggetto a raccontarsi: la dimostrazione s’avvale del meccanismo del doppio e della voce fuori campo. Anche Médail Décor (2014) sfrutta l’ambiguità dello sdoppiamento, facendo agire un danzatore, Lorenzo De Angelis, e un performer-narratore nell’eterno gioco dell’incerto recupero di una memoria personale.



Un momento di Cannibali di Kronoteatro
© Nicolò Puppo

È risultata alterna e, in parte, debole per lo più sul piano interpretativo e su quello della scrittura, la “trilogia della resa” curata da Kronoteatro e dal regista Maurizio Sguotti, mentre appaiono stimolanti le tematiche sociali assunte dal gruppo. Cannibali (2015) prende in esame la disumanità dei rapporti generazionali, fissati nello scontro padre-figlio, un contrasto che si evolve nel tempo mediante la successione di quadri esistenziali e che registra gli inquietati riflessi sul comportamento individuale. In generale prevalgono l’assenza dell’elemento materno, l’affiorare della violenza fisica e il precipitare nella malattia. Con Educazione sentimentale (2016) si propone una campionatura del “maschile”, con tre personaggi racchiusi in una squilibrata solitudine che genera litigi e pregiudizi. Seppure costoro siano vicini di casa, niente li accomuna se non l’idea di una malintesa supremazia sessuale sulla giovane cameriera che gioca a sfidarli attraverso la seduzione. L’esperimento si traduce presto in un irrazionale stupro di gruppo. Per la terza proposta, Cicatrici, in prima assoluta, il discorso affronta la smania di potere con un testo di Fiammetta Carena ispirato al Tieste di Seneca. Lo spettacolo impiega in maniera artificiosa i pupazzi lignei di Christian Zucconi: sono figure di uomini, donne e bambini in scala naturale e in grado di mutare la loro postura. Al di là di alcuni spunti drammatici interessanti, presenti pure nelle altre realizzazioni, e di qualche scena d’effetto, la messinscena si arena in uno schema didascalico e ripetitivo.



Un momento di The Unpleasant Surprise di Pieters
© Sanne Peper

Sul versante delle trasmigrazioni di genere il regista olandese Davy Pieters sviluppa le possibilità della visione mimico-gestuale con How Did I Die (2014) e The Unpleasant Surprise (2017). Nel primo lavoro si ricostruisce senza parlato la dinamica di un omicidio irrisolto attraverso i movimenti in replay dei tre bravi protagonisti, Klára Alexová, Indra Cauwels e Joey Schrauwen; in un’atmosfera allucinata costoro riproducono e riavvolgono i movimenti, aggiungendo di volta in volta dei cambiamenti alle varie ipotesi. Nel secondo si considera l’eccesso di violenza nelle immagini con cui ogni giorno televisione e internet invadono lo spazio mentale del mondo. Riaffiora, allora, la funzione anticonvenzionale del teatro che invita lo spettatore a ritrovare il perduto sentimento d’umanità.



Un momento di Jakob von Gunten di Condemi
© Biennale Teatro

Si segnalano, ancora: Jakob von Gunten, l’esperimento del giovane Fabio Condemi che elabora il romanzo di Robert Walser con l’aiuto di Fabio Cherstich, privilegiando un’atmosfera straniata; l’ingenua fascinazione degli oggetti della quotidianità nel lavoro di Clément Layes con Allege (2010), Things That Surround Us (2012) e Dreamed Apparatus (2014); la suggestiva coralità del rave-party notturno di Crowd curato dalla coreografa-regista franco-austriaca Gisèle Vienne. Infine, il vincitore del bando del College Registi Under 30 2018-2019 è il romano Leonardo Manzan, di ventisei anni, che ha presentato un frammento dal titolo Cirano deve morire, liberamente ispirato al Cyrano de Bergerac di Rostand.




Biennale Teatro 2018
Orestea. Agamennone, Schiavi, Conversio
cast cast & credits
 
Spettri
cast cast & credits
 
Lettres de non-motivation
cast cast & credits
 
Ensemble Ensemble
cast cast & credits
 
Médail Décor
cast cast & credits
 
Cannibali
cast cast & credits
 
Educazione sentimentale
cast cast & credits
 
Cicatrici / new show
cast cast & credits
 
How did I die
cast cast & credits
 
The Unpleasant Surprise
cast cast & credits
 
Jakob Von Gunten
cast cast & credits
 
Allège
cast cast & credits
 
Things that surround us
cast cast & credits
 
dreamed apparatus
cast cast & credits
 
CROWD
cast cast & credits
 




Un momento di 
Crowd di Vienne
© Biennale Teatro




















































Un momento di 
Lettres de non-motivation
© Patrick Berger
















































































































Un momento di 
Allege di Layes
© Trevor Good

 
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