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Laurea ad honorem a
Mikhail Baryshnikov. Laudatio


di Sara Mamone
  Mikhail Baryshnikov
Data di pubblicazione su web 04/07/2018  

Mikhail Baryshnikov nasce a Riga il 27 gennaio del 1948. Ballerino, coreografo, attore e fotografo, è considerato uno dei più grandi interpreti della storia della danza.

Comincia i suoi studi coreutici a Riga nel 1960, all’età di 12 anni, e nel 1964 è ammesso alla prestigiosa “Accademia di danza Vaganova” del Balletto Kirov, a Leningrado. Tra i suoi maestri va ricordato Aleksander Pushkin, sotto la cui guida Baryshnikov trionfa al prestigioso concorso di Varna (1966), aggiudicandosi la medaglia d’oro. Nel 1967 entra nella Compagnia, diventandone solista. Nel 1969 all’età di 21 anni vince la medaglia d’oro al Concorso Internazionale di Mosca con l’assolo tratto da La Bayadère, acquistando notorietà planetaria. Tra le sue prime prove ricordiamo il Passo a due dei Contadini in Giselle, l’interpretazione di Basilio in Don Chisciotte (uno dei ruoli che lo renderà famoso nel mondo) e le straordinarie esibizioni con Natalia Makarova, sia nel repertorio classico che in quello moderno. Ben presto le sue esibizioni al Kirov rivelano una sensibilità personalissima capace di aprire vie nuove alla danza e stimolano molti coreografi a creare per lui nuovi balletti. Oleg Vinogradov, Konstantin Sergeyev, Igor Tchernichov lavorano a inedite aperture, in particolare Leonid Yakobson che nel 1969 gli aveva già dedicato Vestris, assolo in sette episodi che gli era valso il premio Nijinsky dell’Académie de Danse di Parigi.

Nel 1974, durante una tournée in Canada con il Bolshoi, chiede asilo politico a Toronto; la sua prima performance pubblica dopo la fuga dall’Unione Sovietica è con il National Ballet of Canada ne La Sylphide.

Dal 1974 al 1979 è primo ballerino dell’American Ballet Theatre di New York, dove interpreta accanto a Gelsey Kirkland e Natalia Makarova i grandi balletti del repertorio classico, fra cui Giselle, Lo Schiaccianoci, Don Chisciotte, Cenerentola e Le Spectre de la Rose. Apprezzato parimenti nelle creazioni moderne, come Medea di John Butler con Carla Fracci (1975), e Other dances di Jerome Robbins con Natalia Makarova (1976). Nel 1978 entra nel New York City Ballet di George Balanchine e Lincoln Kirstein; debutta con la compagnia come interprete di Franz in Coppélia. Nel 1979 danza in due lavori di Balanchine: La Sonnambula e la rivisitazione (dello stesso Balanchine) di Apollo (da Apollon Musagète). Dopo questa breve parentesi, nel 1980 Baryshnikov ritorna all’American Ballet, per ricoprire il duplice ruolo di primo ballerino e di direttore artistico, posizione che manterrà per dieci anni. Gli anni newyorkesi sono straordinariamente ricchi e mettono in luce, oltre al grande talento, una versatilità prodigiosa che lo vedrà sperimentare i generi di danza più vari. Sono gli anni dei lavori firmati da Merce Cunningham e Erick Hawkins e della collaborazione con Liza Minnelli nello spettacolo televisivo Baryshnikov on Broadway (1980). Danzatore di pura matrice accademica Barishnikov è qui un perfetto interprete di questo lavoro che indaga il mondo del musical.

Da ricordare anche Push comes to Shove e Once More, Frank (1976), ideati per lui da Twyla Tharp, una delle più talentuose coreografe contemporanee; creazione che mette in luce le sfumature più ampie e insondate della sua poliedrica personalità: la forza, l’eleganza e il virtuosismo tecnico del repertorio classico, ma anche l’ironia, la libertà e la contaminazione stilistica caratteristiche del repertorio moderno.

La coreografia entra tra i suoi banchi di prova, con esiti di grande rilievo quali la personale versione de Lo Schiaccianoci (1977) con Gelsey Kirkland, e, a fianco di Cynthia Harvey, la reinterpretazione del Don Chisciotte (1983), percepita immediatamente come un capolavoro. Continua la sua collaborazione con Roland Petit che gli aveva dedicato la prima versione de La Dame de Pique nel 1978. Nel 1980 il coreografo francese crea per lui e Zizi Jeanmaire il nuovo allestimento di Carmen; per il film White Nights, di cui Baryshnikov è assoluto protagonista, rivedrà parimenti la coreografia di Le Jeune Homme et la Mort (1946), già riadattata da Baryshnikov nel 1975 per l’American Ballet.

Mai stanco di sperimentare nuove possibilità artistiche, Baryshnikov si era quindi già messo alla prova anche in campo cinematografico. Si ricordano i film The Turning Point (1977) di Herbert Ross, per il quale riceve la nomination all’Oscar; il già citato White Nights (1985) di Taylor Hackford con coreografie di Twyla Tharp; Company Businnes (1991) di Nicholas Meyer. Nel cortometraggio Baryshnikov in Hollywood (1982) il ballerino “incontra” alcuni fra i più importanti protagonisti di Hollywood (fra cui Gene Wilder, Shirley MacLaine, Orson Welles) durante una immaginaria giornata passata negli studios.

Nel 1986 viene naturalizzato cittadino statunitense e nel 1989 debutta in teatro, a Broadway, nell’opera Metamorphosis, adattamento di Steven Berkoff dal racconto di Kafka, ottenendo ottime recensioni e una nomina come miglior interprete. Nel 2004, sempre per il teatro, recita in Forbidden Christmas or The Doctor And The Patient di Rezo Gabriadze al Lincoln Center di New York; nel 2007 in Beckett Shorts di JoAnne Akalaitis al New York Theatre Workshop; nel 2012 in In Paris di Dmitry Krymov al Santa Monica College Performing Arts Center; nel 2013 nell’adattamento di Annie-B Parson e Paul Lazar di Man in a Case di Anton Cechov, all’Hartford Stage; lo stesso anno insieme a Willem Dafoe è diretto da Robert Wilson in The Old Woman, tratto dalle opere dell’autore russo Daniil Kharms; nel 2016, sempre con Robert Wilson, interpreta Letter to a Man, basato sugli scritti autobiografici di Vaslav Nijinsky.

Intanto nel 1990 è entrato definitivamente nel mondo della modern dance fondando con Mark Morris il “White Oak Dance Project”. Di questo piccolo gruppo è direttore artistico fino al 2002, lavorando con maestri affermati quali Martha Graham, José Limòn e Merce Cunningham ma anche commissionando creazioni originali allo stesso Morris, alla Tharp e ad altri coreografi contemporanei, sulla via di una sempre più decisa sperimentazione.

Accanto alla sperimentazione si era già rivelata una generosa attitudine didattica con la fondazione nel 1979 della “Baryshnikov Dance Foundation” (BDF), che confluirà nel 2005 nel “Baryshnikov Arts Center” (BAC), aperto a tutti gli artisti indipendenti con sede a New York (www.bacnyc.org).

Il Centro si configura, nell’ottica del fondatore, come un laboratorio artistico multidisciplinare che ospita progetti internazionali, performances di musica, danza, teatro, residenze d’artista e progetti con le scuole. Attraverso queste attività Baryshnikov promuove la formazione e la trasmissione del sapere. In linea con questa tendenza di storicizzazione, nel 2011 il ballerino ha donato alla New York Public Library il fondo “Mikhail Baryshnikov Archive”, miniera di documenti relativi all’intera sua attività artistica, dal 1960 al 2010. Nel 2013 parte della sua raccolta privata, consistente in 70 fra disegni e dipinti da lui collezionati a partire dagli anni Settanta, è confluita nel BAC.

Nel 2015 ha debuttato al New Riga Theatre con la regia del lettone Alvis Hermanis in Brodsky/Baryshnikov, che sarà in scena per i fiorentini al Teatro del Maggio; lo spettacolo lo ha riavvicinato alla terra d’origine della quale ha ricevuto nel 2017 la cittadinanza onoraria per il suo contributo alla diffusione internazionale della cultura del suo paese.

Fra gli innumerevoli riconoscimenti si segnalano: Academy Award Nomination “Best Supporting Actor” per The Turning Point di Herbert Ross (1977); Chubb Fellowship, Yale University (1979); Commonwealth Award (2000); Kennedy Center Honors (2000); Jerome Robbins Award (2004); National Medal of Arts (2005); Ufficiale della Legion d’onore francese (2010); Vilcek Award (2012); Praemium Imperiale International Arts Award della Japan Art Association per il teatro e per il cinema (2017).

Quella che ho brevemente riassunto non è la biografia di una sola persona: riassume più vite, più epoche, all’insegna del continuo movimento, della ricerca, dell’innovazione, in una sorta di moto perpetuo che mette in costante dialogo il corpo con la mente.

Non è solo perché è sommo artista, universale come auspicavano gli artisti del Rinascimento, che ci onoriamo di laureare in quest’aula Mikhail Baryshnikov. È anche per la lezione di rigore applicata ad una curiosità inesausta, per il coraggio con cui ha sempre esercitato il cambiamento, per la “mente scientifica” con cui ha esplorato le possibilità del suo corpo, magnifico strumento al servizio della sua arte. La sua intelligenza ha applicato al suo corpo i principi della scienza sperimentale, quel “provando e riprovando” della galileiana Accademia del Cimento che mette lo scienziato a conoscenza e controllo dei suoi mezzi di indagine e l’artista a conoscenza e controllo dei suoi mezzi fisici. Metafisica del corpo, l’ha definita Joseph Brodsky. Ci permettiamo di dissentire dal grande scrittore: quella di Baryshnikov è scienza del corpo, dominio espressivo radicato nell’esperienza, nella somma delle esperienze, dalle quali non si stacca mai e proprio per questo raggiunge risultati sublimi. È la lezione del grande maestro Aleksander Pushkin negli anni lontani dell’Accademia Vaganova, la lezione mai dimenticata di quest’uomo «senza niente di speciale, un uomo molto tranquillo, una figura paterna» di cui ha sempre ricordato, più che l’insegnamento tecnico-espressivo, il rispetto per il lavoro e la fatica, l’allenamento giornaliero, la routine giornaliera della classe, quasi sempre noiosa e stancante. «Il problema non è fare […]: è riuscire ad essere padroni di se stessi; non importa chi ti sta insegnando, chi è il tuo partner […], tu devi essere padrone della tua mente» (Baryshnikov: the Dancer and the Dance, London Weekend Television, 1983, traduzione mia). Quella mente che ha sempre diretto il corpo e lo ha reso materia della sua sperimentazione con l’intelligenza esatta dei propri strumenti.

Grazie alla sua mente strutturata e curiosa non si è mai perso in translation ma ha sempre misurato le differenze, in un processo di contaminazione fertile distribuita nel tempo. La misurazione delle differenze gli ha consentito di negoziare la nostalgia con l’entusiasmo, di mettersi in relazione con pubblici diversi, di adeguare il materiale della sua costruzione artistica, cioè il suo corpo, al tempo, producendo, in questo cammino, un continuo scarto rispetto alle attese. Lo laureiamo quindi non solo per la sua grandezza ma per la lezione di metodo che conforta il nostro compito di docenti e ricercatori.

Si può essere leggenda in due modi: morire presto o vincere il tempo nella sua durata. Per noi storici dello Spettacolo la sua scelta, caro Mikhail, è stata di gran lunga la migliore: ci ha permesso di attraversare più di mezzo secolo di storia artistica e ci consente oggi di laureare un giovane che ancora molto avrà da dirci, un giovane che ci riserverà ancora molte sorprese. 




 
Si leggano qui anche gli interventi del Rettore Luigi Dei e del Direttore del dipartimento SAGAS Andrea Zorzi


Si veda qui la galleria fotografica dell'evento


© Università di Firenze


Clicca qui per il video del conferimento della laurea ad honorem a Mikhail Baryshnikov
(© Università di Firenze)
one-man show basato sulle poesie del premio Nobel Joseph Brodsky e interpretato da Mikhail Baryshnikov in scena al Maggio Musicale Fiorentino



 
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