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Ogne scarrafone

di Giuseppe Gario
  Ogne scarrafone
Data di pubblicazione su web 09/06/2018  

Nei mutamenti storici gli storici aiutano. È del 1983 Historical Capitalism di Immanuel Wallerstein (State University NY) della scuola di Fernand Braudel (Il capitalismo storico. Economia, politica e cultura di un sistema-mondo, Torino, Einaudi, 1985). «Dobbiamo liberarci dalla immagine semplicistica per cui il “mercato” è il luogo dove si incontrano il produttore iniziale e il consumatore finale». «La maggior parte delle transazioni hanno comportato lo scambio tra due produttori intermedi situati su una lunga catena di merci». «La lotta sui prezzi, in questi “mercati intermedi”, era costituita dal tentativo, da parte del compratore, di strappare al venditore in questa transazione una porzione del profitto realizzato da tutti i precedenti processi di lavoro realizzati, lungo tutta la catena di merci» (ivi, pp. 18-19). «Quando parliamo di catena di merci parliamo di una diffusa divisione sociale del lavoro che, nello sviluppo del capitalismo storico, è diventata sempre più funzionalmente e geograficamente estesa, e contemporaneamente sempre più gerarchica» (ivi, p. 20).

«Il carattere trans-nazionale delle catene di merci è stato una realtà effettiva del mondo capitalistico del secolo XVI allo stesso modo con cui lo è di quello del secolo XX». «Ciò che effettivamente accadeva era un trasferimento da una zona all’altra di una parte del profitto totale (o del surplus) prodotto. Questa appunto è la relazione tra centro e periferia» (ivi, p. 21). «In questo momento stiamo attraversando esattamente una di queste massicce redistribuzioni su scala mondiale, nell’industria automobilistica, siderurgica ed elettronica. Questo fenomeno di ristrutturazione è stato parte integrante del capitalismo storico fin al suo sorgere. Tre sono state le conseguenze principali di questi rimescolamenti. La prima è stata la costante auto-ristrutturazione geografica del sistema-mondo capitalistico. Tuttavia, anche se, ogni cinquant’anni circa, le catene di merci sono state ristrutturate in modo così significativo, esse hanno mantenuto un sistema di organizzazione gerarchico» (ivi, p. 25). «Una seconda conseguenza, del tutto diversa, del rimescolamento. Il termine “sovra-produzione”, per quanto fuorviante, richiama l’attenzione sul fatto che il dilemma immediato è sempre consistito nell’assenza di una sufficiente domanda mondiale effettiva per alcuni prodotti chiave del sistema. È in questa situazione che gli interessi delle forze-lavoro hanno coinciso con gli interessi di una minoranza di imprenditori» (ivi, p. 26). «In questo contesto si deve porre il processo di cambiamento tecnologico, più la conseguenza che la causa motrice del capitalismo storico. Ogni significativa ‘innovazione tecnologica’ è stata prima di tutto la creazione di nuovi prodotti “scarsi”, che erano per ciò stesso fortemente remunerativi, e in secondo luogo di processi spesso orientati a ridurre il lavoro». «Ma è facile esagerare nel descrivere la quantità di cambiamento che c’è stata. Ciò è particolarmente vero se aggiungiamo al quadro la terza conseguenza», «il suo spazio geografico si è costantemente espanso» (ivi, p. 27).

«Senza dubbio, parte della spiegazione sta nello sviluppo tecnologico stesso del capitalismo storico. Il miglioramento dei trasporti, delle comunicazioni, e degli armamenti ha reso sempre meno costosa l’acquisizione di nuove regioni da parte delle zone centrali». «Si è sostenuto talvolta che la spiegazione sta nella ricerca di mercati sempre nuovi»; «ma complessivamente era il mondo capitalistico a cercare i prodotti dell’area esterna e non viceversa». «La spiegazione della ricerca dei mercati quindi non funziona. Una spiegazione molto più plausibile è costituita dalla ricerca di forze-lavoro a basso costo» (ivi, p. 28).

«Se aggiungiamo a questa analisi l’osservazione per cui le immissioni nel sistema-mondo capitalistico tendevano a corrispondere alle fasi di stagnazione di quell’economia-mondo, diviene chiaro che l’espansione geografica del sistema serviva a controbilanciare il processo di riduzione dei profitti determinato dalla cresciuta proletarizzazione, incorporando nuove forze-lavoro destinate ad essere semi-proletarizzate. L’impatto della proletarizzazione sul processo di polarizzazione è stato bilanciato, forse più che bilanciato, almeno fino ad ora, dall’impatto dell’incorporazione di nuovi territori. E i processi di lavoro di tipo industriale si sono sviluppati percentualmente meno di quanto non si dica, se si considera che il denominatore dell’equazione è stato costantemente in crescita». «Si accumula capitale per accumulare maggiore capitale. I capitalisti sono come dei topolini su una ruota dentata, che corrono sempre più veloce, per poter correre ancora di più» (ivi, p. 29). A rotta di collo, dopo il crollo del muro di Berlino, l’implosione dell’URSS e poi del mondo della guerra fredda.

Nel 1994 fa il punto un altro “braudeliano”, Giovanni Arrighi (Johns Hopkins University di Baltimora). «Lungi dal consolidare l’esclusività territoriale degli stati come “contenitori di potere”, questa crescita esplosiva delle grandi imprese transnazionali è divenuta il più importante fattore di indebolimento di quella esclusività. Intorno al 1970, quando ebbe inizio la crisi dell’egemonia americana incarnata nell’ordine mondiale della guerra fredda, le grandi imprese transnazionali si erano sviluppate in un sistema di produzione, di scambio e di accumulazione su scala mondiale non sottoposto ad alcuna autorità statale e che disponeva del potere di sottoporre alle proprie “leggi” tutti i membri del sistema interstatale, inclusi gli Stati Uniti» (Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Milano, il Saggiatore, 2014, p. 84).

Nel 1996 tira le somme Susan Strange (London School of Economics). «Cosicché, mentre gli studiosi di diritto internazionale ribadiscono che non esistono limiti al diritto di un singolo stato di imporre tasse, l’economia di mercato aperta e mondiale implica che la capacità effettiva dello stato di percepire le tasse all’esterno del proprio territorio è circoscritta drasticamente. Ciò si verifica sia quando un governo tenti di tassare i profitti di operazioni estere delle proprie ditte, sia quando un governo tenti di tassare i profitti di imprese estere che operano nell’ambito della sua giurisdizione formale». «Da quanto precede possiamo concludere che, mentre le grandi imprese transnazionali non sono sotto il controllo dei governi degli stati, senza dubbio esse hanno intaccato gli ambiti di potere dei governi. Esse incarnano sempre più un’autorità parallela che si affianca ai governi in materia di decisioni economiche relative alla localizzazione di industrie e investimenti, indirizzi per innovazione tecnologica, gestione delle relazioni sindacali ed estrazione fiscale di valore aggiunto» (Chi governa l’economia mondiale? Crisi dello stato e dispersione del potere, Bologna, il Mulino, 1998, p. 101).

Nel 1996 Wallerstein e altri studiano la transizione del mondo dal 1945-1990 al 1990-2025 su due finestre, aperte dalla fine del ciclo economico mondiale avviato nel 1967-1973. In una, «il sistema-mondo cambia molto, ma resta essenzialmente capitalistico sugli assi della divisione del lavoro, dello scambio ineguale e del sistema interstatale». Nella «seconda ipotesi, la crisi è sistemica» (The Age of Transition. Trajectory of the World-System 1945-2025, a cura di Th.K. Hopkins et al., London-New Jersey-Leichhardt, Atlantic Highlands-Zed Books-Pluto Press, 1996, p. 227). La realtà sociale è esplorata in cinque aree principali. «I “gruppi”, le Gemeinschaften. Gemeinschaft è il gruppo definito da caratteristiche comuni (costruite), deposito di una asserita lealtà oltre e sopra gli interessi egoistici» (p. 239). «Secondo, il cosiddetto ordine pubblico», «la diffusa fiducia nella sicurezza quotidiana personale e patrimoniale» (ivi, p. 240). «Terzo, l’ordinamento militare, elemento del sistema interstatale» (p. 241). «Quarto, il welfare». «Ultima, la stabilità delle nostre istituzioni religiose», «la cui maggiore sfida è la domanda di piena uguaglianza delle donne» (ivi, p. 242). «In questa polveriera può sprigionarsi il fuoco. Il caos sistemico, appunto. Cui certamente farà seguito qualche nuovo ordine, o ordini. Non si può prevederli. È solo possibile progettare ciò che vorremmo, e lottare per realizzarlo» (ivi, p. 243).

Un progetto nasce da un pensiero, qual è quello di Martin Buber sulla Gemeinschaft (1945): «uomini e donne portatori di un piano da realizzare non senza modifiche; sull’impulso di un ideale, ma senza dogmi; di stimolo, non prescrittivo», «con la decisiva importanza di vere élite fedeli ai loro doveri verso la società, in relazione con essa più che al proprio interno, capaci di rinnovarsi», «una unione realizzabile probabilmente come uscita da una situazione che la renderà assolutamente necessaria» (Une expérience qui n’a pas rencontré l’échec (1945), in «Communauté», 144-145, 2018, 150, p. 143). Oggi, per noi, gli Stati Uniti d’Europa.

Nel 2009 Giovanni Arrighi precisa, nel poscritto al libro già citato: «per ricorrere all’immagine di Braudel, ciascuna espansione finanziaria è l’“autunno” di uno sviluppo capitalistico di rilievo storico mondiale che ha raggiunto i propri limiti in un determinato luogo, e contemporaneamente la “primavera” di uno sviluppo di rilievo ancora maggiore, che sta iniziando in un altro luogo» (Il lungo XX secolo, cit., p. 396). Il ciclo genovese-iberico è durato dal secolo XVI a inizio XVII, l’olandese fino a metà XVIII, il britannico fino a inizio XX, quando si è aperto il ciclo statunitense (ivi, p. IX), atipico perché «il tipo di biforcazione che abbiamo potuto osservare dagli anni ottanta non ha precedenti negli annali della storia del capitalismo. La biforcazione ha sottratto all’Occidente uno dei due fattori basilari della sua fortuna nel corso dei precedenti 500 anni: il controllo dei capitali eccedenti. È altrettanto importante notare che, se in futuro la Cina o l’Asia orientale dovessero diventare egemoni, sarebbe un’egemonia molto diversa da quella occidentale degli ultimi 500 anni» (ivi, p. 403). «In primo luogo, ci si può attendere che questa crescente centralità, nella misura in cui è radicata nella eredità storica della regione, prosegua molto più robusta ed esclusiva di quanto farebbe se fosse il risultato di scelte politiche e atteggiamenti replicabili in altre regioni dell’economia-mondo. Inoltre, dato il suo peso demografico, con la sua espansione economica la Cina ha sovvertito la gerarchia globale della ricchezza molto più della somma di tutti i precedenti “miracoli” economici dell’Asia orientale».

«Abbiamo indicato due principali ostacoli a una transizione non catastrofica verso un ordine mondiale più equo. Il primo era posto dalla riluttanza degli Stati Uniti all’adattamento e alla conciliazione» (ivi, p. 405). «Meno immediato, ma altrettanto importante è però il secondo ostacolo: la capacità, ancora da verificare, degli agenti dell’espansione economica in Asia orientale» di operare «una netta deviazione dal sentiero socialmente e ecologicamente insostenibile di sviluppo occidentale» che ha escluso «in larga misura la maggioranza della popolazione dai benefici dello sviluppo economico. Si tratta di un compito imponente, che procederà su una traiettoria in gran parte definita dalla pressione dal basso esercitata da movimenti di protesta e autodifesa» (ivi, p. 406). «Benché gli Stati Uniti rimangano di gran lunga lo stato più potente del mondo, oggi quello che intrattengono con il resto del pianeta può essere descritto al meglio come un rapporto di “dominio senza egemonia”. Questa trasformazione è nata non dall’emergere di nuove potenze aggressive, ma dalla resistenza statunitense all’adattamento e alla conciliazione» (ivi, p. 407).

Tanto più oggi con Trump e The new laws of the jungle, scrive «The Economist»: «una strategia che prende i benefici senza assumersi i costi raramente è sensata» (26 maggio 2018, p. 16).


Ogne scarrafone è bell’a mamma soja. Le felicitazioni al neoministro Paolo Savona di Steve Bannon, ispirato da Brexit e stratega di Trump, dicono l’empatia con le elezioni e la coalizione giallo-verde italiane. Nicola Nobile (Oxford Economics a Milano) nota: «In certo modo, questa coalizione segna l’arrivo del trumpismo in Italia» (M. Charrel, Des promesses coûteuses face au mur de la dette, in «Le Monde», 25 maggio 2018, p. 3). Ma Brexit e Trump non sono “scarrafoni” nostri. Nostro è il gioco delle tre tavolette tra un giovane eccitabile popolo mediterraneo e un bipolare popolo continentale che, suo antagonista per condizione ed età, come tutti i ricchi del mondo detesta tasse e poveri: gli scansafatiche. Ma che, a spese di tutti col prossimo aumento IVA, ama flat tax e rimborsi anche agli acquirenti di titoli speculativi, con interessi più alti ma inferiori al rischio, di banche poi fallite: in santa ingenuità creduti garantiti, anche se i nostri BOT, sotto l’ala protettrice della Banca Centrale Europea, pagano meno dell’uno per cento (anzi pagavano, prima delle geniali tre tavolette).

Scarrafone europeo d’oltralpe è la supponenza. A tutti, commissari europei inclusi, ha posto un limite il Presidente della Repubblica. Sono in gioco euro e UE, a fronte di un’Europa neo-nazista dall’Atlantico agli Urali e di mercati finanziari globali invasivi sino a spingere i giallo-verdi a un contratto, che non è un accordo, di programma: ovunque «il problema che ci si pone è che l’autorità tradizionale degli stati nazionali non è all’altezza del compito di gestire il caos monetario sui mercati internazionali» (S. Strange, Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro, Torino, Einaudi, 1999, p. 285). Caos, non ostilità. Nel 1992 un solo speculatore globale ci cacciò, con UK, dal Sistema Monetario Europeo. E da solo il Presidente ha ricondotto noi europei, sopra e sotto le Alpi, a imprescindibili nostri interessi e doveri, nell’italiana specificità di un debito pubblico che, se fuori controllo, apre la strada all’assalto ai nostri beni privati da parte di predatori anche sovranisti nostrani, occulti perché impresentabili. Consapevoli o no, siamo tutti debitori al presidente Mattarella, fratello di Piersanti, uno dei troppi italiani assassinati perché cittadini della democrazia europea, garante di pace e benessere da settant’anni. Con qualche incidente di percorso.







 
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