drammaturgia.it
Home | Cinema | Teatro | Opera e concerti | Danza | Arte | Racconti e... | Televisione | Libri | Riviste
Punto sul vivo | Segnal@zioni | Saggi | Profili-interviste | Link | Contatti
cerca in vai

Settanta

di Giuseppe Gario
  Settanta
Data di pubblicazione su web 21/05/2018  

«Sarebbe, infatti, temerario il predire per quali vie dirette o indirette la tendenza all’unificazione del globo, che ogni giorno si fa più piccolo, potrebbe raggiungere la sua meta: soltanto è certo che non vi rinuncerà», conclude nel 1948 lo storico tedesco Ludwig Dehio studiando la plurisecolare lotta per l’egemonia europea, si spera finita con il crollo hitleriano (Equilibrio o egemonia. Considerazioni sopra un problema fondamentale della storia politica moderna, Bologna, il Mulino, 1988, p. 242).

Settanta anni dopo la profezia, validata già nel 1996 da Susan Strange (London School of Economics), si è avverata. «Fino a oggi le trasformazioni dell’economia internazionale sono state descritte e diagnosticate in modo inadeguato rispetto a ciò che esse realmente sono». «La prova di questa affermazione va rintracciata in una serie di termini vaghi e confusi». «Il peggiore di questi è “globalizzazione” – un termine che può riferirsi a qualsiasi cosa, dalla rete Internet ad un hamburger. Davvero troppe volte esso non è altro che un elegante eufemismo per segnalare la costante americanizzazione dei gusti dei consumatori e delle pratiche culturali» (S. Strange, Chi governa l’economia mondiale? Crisi dello stato e dispersione del potere, Bologna, il Mulino, 1998, pp. 11-12). «Contro quest’ortodossia, è mio dovere riaffermare che la politica copre un’area più ampia dell’azione dei politici e che il potere può essere esercitato – e lo è quotidianamente – da autorità non statali e da governi» (ivi, pp. 13-14). 

«La tesi da me avanzata è che le forze impersonali dei mercati mondiali, integrate nel dopoguerra nella finanza, nell’industria e nel commercio più dall’iniziativa privata che dalle decisioni cooperative dei governi, hanno oggi un potere maggiore degli stati, ai quali noi siamo soliti attribuire la massima autorità politica sulla società e sull’economia» (ivi, p. 22). «Un paradosso che nasconde a molti il declino complessivo del potere statale è che l’intervento della autorità statale e delle agenzie dello stato nella vita quotidiana dei cittadini sembra essere in crescita». «Lo stato ha meno incidenza su quelle funzioni che il mercato, lasciato a sé, non è mai stato in grado di fornire – la sicurezza contro la violenza, una moneta stabile per il commercio e gli investimenti, un chiaro sistema di leggi e gli strumenti per garantirne il rispetto, e una quantità sufficiente di beni pubblici quali fognature, acqua, infrastrutture per il trasporto e le comunicazioni. Non c’è da meravigliarsi che esso sia meno rispettato e manchi della legittimità goduta in passato» (ivi, p. 23).

«Quel che sta mancando nel sistema di global governance – se addirittura possiamo chiamarlo un sistema – e che in passato è stato lo strumento per rendere affidabile lo stato liberale da un punto di vista democratico, è un’opposizione. Per rendere l’autorità affidabile, effettiva e rispettata deve esistere una qualche combinazione di forze per porre sotto controllo l’uso del potere in modo arbitrario o fine a se stesso e per verificare che esso sia utilizzato, almeno in parte, per il bene comune» (ivi, p. 283). «Se, di fatto, ciò che oggi ci si presenta non fosse tanto un immaginifico sistema di global governance, quanto piuttosto un decrepito agglomerato di fonti di autorità, anche noi avremmo lo stesso problema di Pinocchio. Dove sono le origini di obbedienza, lealtà, identità? Non sempre, chiaramente, nella stessa direzione. A volte nel governo di uno stato. Ma altre volte in un’impresa o in un movimento sociale che operi attraverso le frontiere territoriali. A volte in una famiglia o in una generazione; a volte in persone che condividono un lavoro o una professione. Con la conclusione della guerra fredda e con il trionfo dell’economia di mercato, si è verificata nuovamente un’assenza di valori assoluti. In un mondo di autorità molteplice e diffusa ognuno di noi condivide il problema di Pinocchio; le nostre coscienze individuali sono la nostra sola e unica guida» (ivi, pp. 284-285).

Nel 1997 Ian Clark (Cambridge University) conferma: «A prescindere dai fattori iniziali, è del tutto possibile che, avviata, la globalizzazione proceda da sola e sviluppi un dinamismo autonomo» (Globalization and Fragmentation. International Relations in the Twentieth Century, Oxford, Oxford University Press, 1997, p. 26). «Il grande successo degli anni 1945-70 è aver costruito un ordine internazionale che contribuì a realizzare gli obiettivi nazionali dello stato sociale. Uno scambio complesso reso possibile soprattutto dalla guerra fredda. Dal 1970 i costi politici son tornati agli stati perché disoccupazione, deregolamentazione e sfide allo stato sociale si sono imposte nella corsa ai vantaggi competitivi internazionali. L’analisi indica non una obbligata inversione della globalizzazione, ma un’evidenza molto più forte dei costi per la sua prosecuzione: negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, quando lo sviluppo sembrava universale e permanente, la globalizzazione era senza costi politici». «In larga misura, la cosiddetta crisi dello stato oggi è legata all’accollarsi dei suoi costi politici» (ivi, p. 202).

In questa crisi, scrive nel 1998 Susan Strange, «la questione che rimane aperta riguarda le idee e le concezioni che prevalgono nella mente delle persone. Sono queste, come sempre, la chiave dei cambiamenti politici e quindi economici. Le domande cruciali dell’economia internazionale sono sempre le stesse. Chi vince e chi perde? Chi coglie i frutti e chi ne paga il prezzo? Chi si vede aprire nuove opportunità e chi è costretto a assumersi nuovi rischi? È la risposta che la gente dà a queste domande a determinare tutte le scelte future» (Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro, Roma, Edizioni di Comunità, 1999, p. 273). «La storia insegna che gli esseri umani trovano più facile tornare al passato – o almeno provarci – che immaginare il futuro». «Ma oggi il problema è come convincere poi il genio a tornare nella lampada. È possibile, date le attuali tecnologie della comunicazione, riportare indietro l’orologio dei mercati finanziari?» (ivi, p. 281). «Il problema che ci si pone rispetto al prossimo secolo è che l’autorità tradizionale degli stati nazionali non è all’altezza del compito di gestire il caos monetario sui mercati internazionali». «Dobbiamo inventare un nuovo genere di politica ma non riusciamo a immaginare come potrebbe funzionare» (ivi, p. 285).

Nel nuovo secolo, inventata l’UE, dobbiamo immaginare come può funzionare, perché gli stati sono travolti dal caos internazionale, non solo monetario. «Abbiamo bensì realmente assoggettato il mondo esterno in una misura che nessun Faust alla soglia dell’età moderna poteva presagire. Ma in cambio abbiamo perduto il dominio del nostro mondo interiore, e così la vittoria si muta, inattesamente ma logicamente, in una sconfitta. Noi stessi, cioè, siamo sottoposti ai mezzi che dovevano promuovere i nostri fini. Siamo schiavi delle nostre proprie creazioni, dello stato-potenza in primo luogo. I servi si sono eretti a padroni perché noi abbiamo venduto a loro in segreto l’anima nostra. La favola del patto col diavolo è divenuta realtà» (L. Dehio, Equilibrio o egemonia, cit., p. 246). «Certamente in tempi di crisi il “caso” gioca un ruolo anche più visibile che in tempi normali. Ma il “caso” Hitler è propriamente da valutare nel tempo stesso come il sintomo acuto di un’infermità cronica. Solo in una situazione avventurosa l’avventuriero si fa valere!» (ivi, p. 233). Da millenni i greci la chiamano hybris.

In Europa ci ritroviamo tra URSS/Federazione Russa e USA, nostra croce e delizia da che ci hanno messi a posto, non senza ragione. Ma anch’essi sono in ritirata e bisogna dare forma al decrepito agglomerato globale senza più i fili statali, e senza arroccarci in ricchi e piccoli territori illusoriamente competitivi nel caotico ciascun per sé del migliore dei mondi possibili. Con Putin Trump le relazioni internazionali sono bilaterali bracci di ferro da bulli. Italia a parte, gli stati europei sono sempre più deboli a ovest, sempre più totalitari e violenti a est. A Malta il premier socialista Joseph Muscat vende la cittadinanza ai balordi ricchi del mondo. La giornalista Daphne Caruana Galizia, che lo ha rivelato, è stata assassinata, e Muscat ha risposto alle indagini che lo collegano alla sua morte convocando migliaia di sostenitori a manifestare. Tra loro Anna Celia, casalinga quarantacinquenne: «La corruzione? Ma tutti hanno le tasche piene di soldi in questo momento. Voi giornalisti vi interessate solo a ciò che non va, ma a Malta va tutto bene. Devi prenotare i ristoranti una settimana prima tanto sono pieni. C’è tanto lavoro che molti stranieri vengono a cercarlo qui» (J.-B. Chastand, Le pouvoir maltaise fait front contre la presse, in «Le Monde», 3 maggio 2018, p. 6).

Malta, quattrocentoquarantamila abitanti, è un piccolo stato che vende le proprie prerogative sul mercato globale in cambio di mance nel loro piccolo manna celeste. Socialismo nazionale, fratellino del capitalismo in Irlanda, il salvadanaio di Google; in Olanda, il cui premier vorrebbe sopprimere l’imposta del quindici per cento sui dividendi agli azionisti per trattenere i quartieri generali e gli occupati di Shell, Philips, Unilever, AkzoNobel (cfr. J.-P Stroobants., Aux Pays-Bas, l’autorité de Marc Rutte chancelle, in «Le Monde», 2 maggio 2018, p. 3); in UK, il cui governo vuole registrare le imprese insediate nei paradisi fiscali britannici, salvo Jersey, Guernesey e isola di Man, dipendenti direttamente dalla Corona (E. Albert, Londres forces ses paradis fiscaux à plus de transparence, in «Le Monde»,“Éco&Entreprise”, 3 maggio 2018, p. 4). E così via. Anche qui, niente di nuovo, ce lo dicono Esaù e Giacobbe dalla plurimillenaria cultura ebraica.

Italia a parte anzi oltre nella ritirata dello stato (che può rigenerarsi solo nell’UE democratica) dopo i successi elettorali del sud mediterraneo povero e del suo contraltare nord ricco, separatista e razzista, con la cerniera antieuropea di Gianfranco Miglio, l’intellettuale leghista «apertamente favorevole al “mantenimento della mafia e della ‘ndrangheta al sud” precisando sibillinamente: “Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe una assurdità. Esiste un clientelismo buono, che può determinare la crescita economica”» (J.M. de Saint Victor,Patti scellerati. Una storia politica delle mafie in Europa, Torino, UTET, 2013, p. 208). A chi cerca scorciatoie, parla Roberto Bolaño: «Pochi giorni dopo, tuttavia, l’economia argentina precipitò. Furono congelati i conti correnti in dollari, chi non aveva portato i capitali (o i risparmi) all’estero si ritrovò di colpo con niente in mano, solo titoli, cambiali che a guardarle veniva la pelle d’oca, vaghe promesse ispirate per metà a un tango dimenticato e per metà alle parole dell’inno nazionale. Io l’avevo previsto, disse l’avvocato a chi volle ascoltarlo. Poi, accompagnato dalle sue due domestiche, fece quello che in quel momento fecero molti altri abitanti di Buenos Aires: lunghe code, lunghe chiacchierate con sconosciuti (che trovò simpaticissimi) in strade gremite di gente imbrogliate dallo Stato o dalle banche o da quel che era. Quando il presidente si dimise, Pereda partecipò alla cacerolada. Non fu l’unica forma di protesta. A volte le strade gli sembravano invase dai vecchi, vecchi di tutte le classi sociali, e questo, senza sapere perché, gli piaceva, gli sembrava il segno che qualcosa stava cambiando, che qualcosa si muoveva nel buio, anche se non evitava nemmeno le manifestazioni coi piqueterosche si trasformavano presto in tafferugli. Nell’arco di pochi giorni l’Argentina ebbe tre presidenti. A nessuno venne in mente di fare la rivoluzione, a nessun militare venne in mente di capeggiare un colpo di Stato. Fu allora che Pereda decise di tornare in campagna» (Il gaucho insopportabile, Milano, Adelphi, 2017, pp. 21-22). 

«La cuoca gli scriveva che la vita a Buenos Aires era dura ma che non doveva preoccuparsi perché sia lei che la serva continuavano ad andare un giorno sì e un giorno no a casa sua, che brillava». «Poi passava a raccontargli piccoli pettegolezzi sui vicini, pettegolezzi tinti di fatalismo, perché tutti si sentivano truffati e non intravedevano alcuna luce in fondo al tunnel. La cuoca pensava che fosse colpa dei peronisti, quel mucchio di ladri, mentre la serva, più catastrofica, dava la colpa a tutti i politici e in generale al popolo argentino, massa di pecoroni che finalmente aveva avuto quel che si meritava» (ivi, pp. 31-32). «Tutto sta cambiando, gli spiegò la cuoca. La città era piena di gente che chiedeva l’elemosina e le persone perbene facevano mense comuni di quartiere per avere qualcosa da mettere nello stomaco. C’erano più o meno dieci tipi diversi di moneta, senza contare quella ufficiale. Nessuno si annoiava. Si disperavano, ma non si annoiavano» (ivi, p. 33). 

I fatti sono del 2001, il racconto del 2003, la crisi continua nel 2018. Dopo la riforma fiscale di Trump e l’aumento dei tassi della Federal Reserve, il peso argentino ha perso l’8% e la banca centrale del paese sudamericano in una settimana ha alzato il tasso di interesse dal 27,25 al 40%, dopo avere già aumentato dal 12 al 15% il tasso di inflazione programmato rispetto al 25% corrente (M. de Vergès, L’Argentina fait face à des nouvelles turbulences financières, in «Le Monde», “Éco&EntrepriseW, 6-7 maggio 2018, p. 5). Disperati, mai annoiati in uno stato che anche nel decrepito agglomerato globale deve fornire moneta stabile per commercio e investimenti. 

Per imparare talora ci vuole una generazione, con costi magistralmente registrati da Akira Kurosawa nel film I sette samurai, dove un allievo samurai, dichiarato morto in duello di addestramento, ne provoca uno vero e muore. L’ignoranza è un lusso che non possiamo permetterci. Il 5 maggio 2018, con i trattati internazionali di disarmo e antiproliferazione nucleare prossimi alla scadenza, la copertina di «The Economist» è intitolata Disarmageddon, Disarmapocalisse: «Per il mondo sarebbe una tragedia se fosse un allarme vitale come la crisi cubana dei missili, o peggio, a riportare alla ragione i compiaciuti e irresponsabili leader di oggi» (p. 9). In un mondo dove tutto, politica inclusa, è marketing che fa leva sulle aspettative collettive nell’universale lingua social di centoquaranta caratteri e hashtag, ogni tragedia è possibile – è cronaca – e quando accade, chi si ricorda più delle fraudolenti aspettative e dei suoi mirabolanti piazzisti, grandi e piccoli? La frode sta tutta qui.






 
Firenze University Press
+39 0552743051 - fax +39 0552743058
Borgo Albizi, 28 - 50122 Firenze

web:  http://www.fupress.com
email:info@fupress.com
© Firenze University Press 2013