drammaturgia.it
Home | Cinema | Teatro | Opera e concerti | Danza | Arte | Racconti e... | Televisione | Libri | Riviste
Punto sul vivo | Segnal@zioni | Saggi | Profili-interviste | Link | Contatti
cerca in vai

«Chaque visage a une histoire»

di Stella Scabelli
  Visages Villlages
Data di pubblicazione su web 26/04/2018  

Agnès Varda, ottantotto anni e una lunga storia d’avanguardia nel cinema e nell’arte, e JR, trentatreenne artista francese che “veste” le città di sorprendenti collage fotografici, si incontrano e si mettono in viaggio alla volta dei piccoli paesi e dei luoghi dimenticati della Francia. Tra aziende di provincia e cittadine di minatori, capannoni di campagna e il porto di Le Havre, i due intraprendono un itinerario alternativo per raccogliere incontri e storie e regalare installazioni di grandi immagini fotografiche sulle superfici di case, treni merci, strutture industriali e spazi periferici.

Per definire questo documentario, tornano efficaci le parole di Raymond Bellour su Les plages d’Agnès, lavoro precedente della Varda: ci troviamo di fronte a un film «installé sans cesse» (Varda ou l’art contemporain. Notes sur les plages d’Agnès, «Traffic», 69, 2009, in ID., La querelle des dispositifs, Parigi, POL, 2012, p. 421). Il cinema di Agnès Varda vive d’installazioni, come le sue installazioni vivono di cinema.   

La tendenza costante di Visages Villages verso queste forme di arte visiva e performativa dà vita a un’appassionata ricerca di immagini e di racconti, in cui lo sviluppo della pellicola si produce sui principi dello sguardo, del gioco, della casualità, della trasmissione e dello scambio. Lo svolgimento narrativo non è imbrigliato in una struttura lineare, in un intento definito o in un’ideologia prestabilita: il documentario vive della fluidità di un viaggio, composto da racconti, da frammenti, da immagini epifaniche, essendo inestricabilmente legato al progredire di un’amicizia e di altre relazioni umane.   

Nel loro progetto, JR e Varda si sono prefissati di “fare” delle immagini insieme, ma diversamente. L’oggetto del documentario è allora lo sguardo: il processo di creazione delle immagini, le variabili forme con cui queste possono essere realizzate e mostrate, i modi con cui s’intrecciano ai luoghi, raccontano le storie, evocano i ricordi.     

Una scena del film
© Agnès Varda-JR-Ciné-Tamaris, Social Animals 

L’elemento del ricordo emerge nelle sue declinazioni individuali e collettive: i due autori hanno fotografato dei visi, dice Agnès Varda, perché non sprofondino nell’oblio, ma anche perché la memoria del luogo s’intrecci con le case, le piazze, le fabbriche, i capannoni, le strade. Persone che diventano “eroi” e volti che raccontano storie: il passato che si affaccia sulle proprie tracce. I visi magnificamente installati sulle superfici dei villaggi sono un omaggio alla gente di questi luoghi e ai posti “abitati”, partendo dall’assunto che solo l’incontro e la relazione, la creazione condivisa e l’immaginazione possono svelare l’identità di un luogo e restituirne la bellezza.   

Infine, i ricordi sono quelli personali di JR e Agnès Varda. In particolare: da una parte, il dolce colloquio con la nonna dell’artista e, dall’altra, la fotografia di Guy Bourdin, scattata dalla Varda decenni prima, ora installata sopra un bunker in una spiaggia della Normandia. Il ritratto del celebre fotografo francese si trova proprio dove in passato la regista aveva immortalato più volte l’amico. Ella torna quindi su una spiaggia per parlare del suo passato. «Si on ouvrait les gens, on trouverait des paysages. Moi, si on m’ouvrait, on trouverait des plages» diceva la regista nell'incipit di Les plages d’Agnès. Il risultato del collage sul bunker è grandioso e la malinconia dell’immagine si armonizza con le inquadrature delle onde del mare e con quelle intense e struggenti della spiaggia. Tuttavia il giorno seguente la marea ha già lavato via l’installazione: rappresentazione effimera di un ricordo fugace, eternato dal cinema.     

Una scena del film
© Le pacte

Oltre all’aspetto performativo, dispiegato nel coinvolgimento delle persone incontrate per caso nella creazione dei grandi manifesti, e all’elemento dell’installazione che domina l’estetica della maggior parte delle sequenze, nel film troviamo “incursioni” in altri linguaggi. Si pensi alle fotografie della stessa Varda che ritraggono Bourdin o al fotogramma dell’installazione museale Patatutopia. La regista inserisce anche alcune immagini e un frammento di Les Fiancés Du Pont Macdonald, suo cortometraggio con Jean-Luc Godard e Anna Karina. Si tratta di “indizi” del proprio passato che raccontano del potere evocativo del viaggio e sono espressione dell’intento ludico che pervade il film. Tramite il cinema il ricordo diviene ancora una volta collettivo: vi troviamo sequenze di altre pellicole (Cléo de 5 à 7, Un chien andalou) e vere e proprie citazioni cinematografiche quali l’iconica corsa al Louvre di Bande à part in un’intensa scena di amicizia. Infine, vediamo Godard che offre una porta chiusa e un amaro biglietto all’amica di lunga data e al suo compagno di viaggio. Unica assenza in un film di incontri, il grande regista francese diventa leggenda lontana: narrazione di un ricordo appartenente al contempo a una storia individuale e alla storia del cinema.   

I momenti di condivisione e di divertimento punteggiano il viaggio: la complicità della coppia che scherza sulla maschera (gli immancabili occhiali da sole e cappello) indossata da JR o osserva in maniera lieve e giocosa la vecchiaia di Agnès, il loro entusiasmo, ma anche una struggente nostalgia che accompagna l’approfondirsi della loro amicizia. Il processo creativo viene mostrato nelle discussioni, nei cambiamenti d’idea, nelle divagazioni dell’immaginazione. Dopo ogni tappa, troviamo una pausa. Le storie narrate dagli abitanti dei piccoli villaggi della Francia, o dai luoghi stessi, vengono ricordate dai registi in conversazioni di spalle o da lontano, con dialoghi in voice-over, incorniciati da paesaggi ora placidi, ora sublimi. Le voci di Agnès Varda e JR accompagnano con grazia tutto il viaggio, nello stile della regista, insieme all’efficace musica composta da Matthieu Chedid.

Una scena del film
© Agnès Varda-JR-Ciné-Tamaris, Social Animals

Se la Varda riassume il significato del film nel «pouvoir de l’imagination», è un lavoratore della fabbrica a offrire forse la più mirabile sintesi di questo lavoro. L’uomo sobbalza alla vista dei propri colleghi installati sui muri del luogo dove lavorano, chiedendosi: «L’arte non è fatta forse per sorprendere la gente?». Una “sorpresa” costante pervasa di entusiasmo e malinconia che rende questo documentario allo stesso tempo concreto e sublime.  




La locandina

 
Firenze University Press
+39 0552743051 - fax +39 0552743058
Borgo Albizi, 28 - 50122 Firenze

web:  http://www.fupress.com
email:info@fupress.com
© Firenze University Press 2013