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Carne fresca al mercato

di Alice Pieroni
  Il mercato della carne
Data di pubblicazione su web 04/04/2018  

Con Il mercato della carne va in scena, al teatro Goldoni di Firenze, il primo lavoro pubblico della Scuola di Formazione del Mestiere dell’Attore “L’Oltrarno”, accademia del Teatro della Toscana. Gli studenti hanno presentato i frutti del loro lavoro confrontandosi con le esigenze specifiche di una platea di appassionati ed estimatori. Dopo un training intensivo cui hanno contribuito docenti di fama internazionale, giunti al terzo e ultimo anno di formazione i giovani interpreti hanno debuttato con un’opera appositamente scritta per loro da Bruno Fornasari.

La pièce, liberamente tratta da I bassifondi di Maksim Gor’kij, rende alla perfezione il clima di ansia, angoscia e smarrimento delle giovani generazioni dei nostri giorni. L’ambientazione in un ufficio di collocamento condensa la mancanza di certezze, la fame di lavoro e la carenza di umanità nella spasmodica ricerca quotidiana di un’occupazione e di una fantomatica indipendenza economica e sociale.

Lo spettacolo ricalca l’ambientazione degradante di Gor’kij, traslando il dormitorio di fine Ottocento nella sala d’attesa di un centro per l’impiego qualunque. Impera tra i tanti disperati la logica del caporalato, secondo cui chi è apparentemente più forte sovrasta il più debole. Alcolismo e depressione regolano i rapporti, nello sconcerto e nell’accettazione rassegnata di tutti. La vendita del proprio corpo, del proprio tempo e dei propri sentimenti, in nome di un impiego immaginario, sono piaghe reali. Le uniche (illusorie) evasioni vengono offerte dalle virtuali esistenze create dai “filtri” degli smartphone.

Il regista Juan Carlos Martel Bayod ha lavorato abilmente con il materiale umano a sua disposizione, dirigendo con sensibilità le predisposizioni dei singoli a vantaggio del lavoro di gruppo. I giovani attori Sara Bosi, Lorenzo Carcasci, Cecilia Casini, Giacomo Coen, Maria Costanza Dolce, Camille Dugay, Maziar Firouzi, Giulia Lanzilotto, Luca Massaro, Stefano Parrinello, Giovanni Toscano non fanno altro che interpretare loro stessi, accentuando i propri vizi e le proprie movenze, non abbandonando le inflessioni dialettali d’origine. Anche i nomi dei personaggi corrispondono ai nomignoli degli interpreti: Sara, Lore (Caporale), Ceci, Giaco, Costa, Cami, Mazi, Giulia (Silicon Valley), Luca, Stefa, Giova. Il regista è riuscito a concertare al meglio le esuberanti personalità dei ragazzi, creando un quadro d’insieme dinamico e convincente. La giustapposizione di caratteri molto diversi, il clima canzonatorio e beffardo, lo slang duro e crudo ricordano allo spettatore che gli interpreti hanno varcato da poco la soglia dei vent’anni. Il linguaggio forte rispecchia anche il degrado progressivo dell’essere umano e delle relazioni interpersonali, in un fluido mescolarsi di rapporti di potere e di sfruttamento. Una spasmodica ricerca di attenzioni, una lotta “all’ultimo sangue” per accaparrarsi non un posto, ma almeno la possibilità di un colloquio.

All’interno del variegato gruppo di attori spiccano le interpretazioni dell’ubriacone Luca (Luca Massaro), laureato in Scienze politiche, che con le sue tirate forbite strappa non poche risate al pubblico, e la finta alterigia, che maschera una profonda fragilità, del Caporale Lore (Lorenzo Carcasci), l’unico a sostenere, con scarsissimi risultati, un colloquio di lavoro.

La scenografia riesce a restituire il clima di oppressione e chiusura entro cui agiscono gli interpreti. Il palcoscenico del Teatro Goldoni è imprigionato in una scatola ottica di un bianco ospedaliero che, rimpicciolendo il quadro scenico, toglie l’aria e concentra lo sguardo dello spettatore. Gli attori sfruttano tutto lo spazio teatrale, recitando in platea e muovendosi liberamente sulla doppia scala che la collega al palcoscenico. Pochissimi oggetti compongono la scena: un distributore per l’acqua, cestini per la raccolta differenziata, piante finte e sedie di plastica. Lo sfondo viene usato per la proiezione di riprese video, effettuate in diretta dagli attori attraverso uno smartphone o una telecamera.

Ai piedi del palcoscenico è sistemato un pianista (Samuele Strufaldi) che dal vivo realizza le musiche e gli effetti sonori. Gli attori, durante i cambi di scena, cantano i brani eseguiti al pianoforte, mentre spostano gli oggetti per preparare l’azione successiva: un espediente che, se serve a esibire l’addestramento canoro dei ragazzi, è scollegato al resto del lavoro e risulta, pertanto, poco convincente.

In un mercato saturo e sovraffollato è aperta la caccia per accaparrarsi una vetrina più luminosa, un banco meglio attrezzato, nella recondita speranza di abbandonare la miseria della lotta quotidiana. Più che di un Mercato della carne si può parlare di un “tritacarne”, cui sono sottoposti molti giovani tra i diciotto e i trentacinque anni. Gli allievi dell’Oltrarno si mostrano in un selfie autentico della disperazione dell’oggi. Una trasposizione “felice” che getta i giovani attori nel calderone della professione attoriale.

Nel finale una speranza viene comunque lasciata. Una delle risposte ai quesiti proposti agli aspiranti lavoratori è: Ğalmeno una vita ha sensoğ. Di chi sia quella vita non è dato saperlo.



Il mercato della carne
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