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Coscienza e storia al confine dell’indeterminazione

di Gianni Poli
  Copenhagen
Data di pubblicazione su web 19/03/2018  

Tre persone conversano in scena, si interrogano sugli avvenimenti lontani che li videro protagonisti e testimoni di un’avventura scientifica destinata a mutare il sapere sull’universo, nonché le sorti della seconda guerra mondiale e la convivenza internazionale. Nel loro presente teatrale, quasi fantasmi che rievochino il passato, dibattono sui moventi e le circostanze che segnarono le ricerche in fisica nucleare, introduttive alla scoperta della fissione e alla realizzazione della bomba atomica. Il momento decisivo fu l’incontro fra il danese Niels Bohr e il tedesco Werner Heisenberg – ai quali si deve l’elaborazione della meccanica quantistica – avvenuto a Copenaghen nel settembre 1941.

Il senso del loro colloquio d’allora, interpretato in base alle dichiarazioni degli stessi interlocutori, continua ad alimentare, nelle ragioni e nelle scelte personali più profonde, un “mistero” tutt’ora irrisolto. Michael Frayn rimpasta la materia con sapienza drammaturgica ed efficace sguardo investigativo, animando soprattutto il confronto tra personalità, caratteri e vocazioni diversamente complessi. Quel momento riesce avvincente per l’incertezza attorno alle condizioni e ai motivi a contrasto che lo caratterizzarono. Un dilemma morale lacerante sorge infatti dagli interessi culturali e politici dei due protagonisti implicati: Bohr difensore dei diritti offesi della patria occupata, Heisenberg sollecitato dall’urgenza delle sue ricerche d’avanguardia.

Nell’affrontare i problemi specifici con metodi matematici, i contendenti si trovano a gareggiare in allusioni e ipotesi. Nell’analogia degli scopi e dei metodi, appaiono rappresentanti di mondi diversi, inconciliabili e ugualmente esposti alla loro fallibilità. Heisenberg sembra vivere direttamente il paradosso del principio di indeterminazione, frutto della sua stessa speculazione. Bohr lo contesta e pure ne resta affascinato, in un duello generazionale fra maestro e allievo, nel quale la vittoria (pare suggerire l’autore) non premia nessuno, ma impone responsabilità reciproche e comuni, estensibili alla scienza intera. Il senso di quella conversazione, ormai mitizzata, è incerto e controverso, tanto che nello spettacolo essa viene affrontata e riproposta tre volte, per saggiarne gli approcci, verificarne le origini e gli scopi, misurarne se possibile le estreme conseguenze umane. Soltanto dopo le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki ne saranno valutabili i tragici risultati.


Un momento dello spettacolo
© Marco Caselli

L’ambientazione predisposta da Giacomo Andrico è un’aula universitaria con vistose lavagne coperte di calcoli. In primo piano, la “casa” dei Bohr, comprendente la gradinata nera dell’aula e poche sedie. L’interno e l’esterno dei luoghi corrispondono al passato e al presente, entrambi frutto d’artificio teatrale. Dall’oggi della rappresentazione allo ieri storico e viceversa, si rende drammatica l’inchiesta su una realtà sfuggente agli stessi attori, sottoposti alle impellenze e ai dilemmi del tempo. L’indeterminazione quale regola profonda della natura (e della sua misurazione) pare dettar legge soprattutto a ogni persona che si esamini sinceramente e in relazione agli altri e al mondo.

Il regista Mauro Avogadro, lo stesso del primo allestimento (1999), mira alla coerenza dell’effetto complessivo, in rapporti molto verosimili e resi spontanei dai superlativi interpreti, anch’essi artefici della “prima”. Definito e interiorizzato il carattere distintivo di ciascun personaggio, la regia cerca l’equilibrio fra il mistero delle coscienze ancora vive e le spiegazioni plausibili del progresso che portò a dominare l’energia atomica, ma anche al suo impiego funesto. Forse qualche taglio alle lunghe sequenze dedicate ai concetti e ai calcoli avrebbe alleggerito il discorso, articolato lucidamente e scandito con maestria dagli attori. I loro passaggi più ardui, entusiasmanti campioni di linguaggio matematico, vengono vulgati per l’orecchio meno specialistico ma sagace di Margrethe (Giuliana Lojodice), con esempi quotidiani e metafore cattivanti. È bello e divertente seguire sensazioni e immagini che gli scienziati esprimono in mimica oltre che a parole. Si partecipa allora alle proprietà più segrete dell’ostica materia trattata e al percorso mentale ed emotivo che conduce dalle ipotesi alle soluzioni e alle acquisizioni finali. 


Un momento dello spettacolo
© Marco Caselli

Grazie alla presenza femminile, così singolare e necessaria, emergono in quelle personalità tanto eccentriche sfumature e disponibilità umane. La sensibilità rigorosa di Margrethe ne discerne e sottolinea il lato morale in dissertazioni e scelte, quasi voce d’un coro spesso rivolta al pubblico in confidenza. Così l’attrice riesce con grande efficacia a proporre i dubbi del testimone esterno, allarmato per i rischi e le aspirazioni degli avversari, riportandoli a una dimensione personale più umana, nella visione storica. Umberto Orsini mantiene di Bohr la coscienza chiara del proprio ruolo di maestro, di fronte al genio del più giovane ex allievo, formando con lui una coppia che riunisce la potenza intellettuale e la volontà puntata a un esito comune, scatenandola in un match in tre riprese. «È un inquietante processo a porte chiuse – definiva il testo Avogadro – il disegno drammatico di un serratissimo faccia a faccia». Una sfida giocata mediante i concetti e i numeri che misurano i fenomeni analizzati.

La recitazione segue modelli classici eppure modernissimi per nitidezza e velocità di dizione, urgenza espressiva e capacità di autogiudizio; una rassegna di stilemi irripetibili, di registri e intonazioni sorprendenti. Massimo Popolizio recita un Heisenberg di energica chiarezza, occhiali in una mano e nell’altra il gesso graffiante le dimostrazioni sulla lavagna. Una mente che attraversa cifre e logiche trascendentali, dalle quali recupera sempre un tormento esistenziale e lo trasmette alla ricettività dello spettatore che, come vent’anni fa, gli risponde con generosi applausi. 



Copenhagen
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© Marco Caselli
 
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