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ll ritratto ambiguo dell'identità femminile

di Gianni Poli
  Il senso della vita di Emma
Data di pubblicazione su web 13/02/2018  

Fausto Paravidino insiste nel cimentarsi in grandi imprese, costruendo pièces e rappresentazioni di impegno e mole notevoli. Dopo Il macello di Giobbe (2015), che utilizzava versi e prosa per una saga dedicata a una famiglia di macellai, torna ora a una storia familiare lunga cinquant’anni, nella quale si riflettono eventi storici dell’Italia e del mondo. Al prisma di tante sensibilità personali, il drammaturgo e regista avanza ipotesi e giudizi sulla Storia, con un approccio forse meno congeniale rispetto alle sue sceneggiature più riuscite. Quest’opera richiama molti temi attuali. Ingredienti d’un universo globale nel quale i personaggi, come tipi o maschere (a momenti apposte letteralmente sui volti degli attori), sono esemplari di un’umanità già disgregata da moti incontrollabili, incerta sulla propria identità e missione, orfana di ideali tramontati.

Eppure il senso della vita, quello che Emma cerca (o racchiude) in un paradigma caratteriale giovanile, intende inserirsi in una prospettiva ancora valida e governabile. Non tutto è perduto, pare soggiungere l’autore-attore, quando alla ribalta chiude la rappresentazione dichiarandola “storia vera”, poiché frutto d’invenzione teatrale. Ma includere un’aneddotica così varia e appariscente diluisce, nella ridondanza della sua rappresentazione, l’interesse. Introdotti dal tema dell’ambiguità (se non della perversione) del ruolo dell’arte, tanti altri ed eterogenei ne vengono convocati, quali la fragilità sessuale della coppia, la seduzione della pubblicità, la superficialità del compito politico, il travisamento della vocazione religiosa, con le varianti dell’omosessualità o del viaggio iniziatico e di formazione.


Un momento dello spettacolo
© Tommaso Le Pera

Nell’antologia dei personaggi paravidiani coesistono vizi e virtù, distribuiti in casi pretestuosi, adattabili sia al teleromanzo, sia a una comicità da paradosso fantozziano. Così il rude Carlo, orgoglioso della saggezza contadina, pratica la caccia e simpatizza per le Brigate Rosse. Suo figlio Marco, in crisi adolescenziale, frequenta la parrocchia e confonde nella sua “ascesi” l’eroismo di Gesù e di Mazinga. La nascita di Emma, per l’urgenza del parto, richiede l’uso di un’auto in panne, spinta a braccia durante una nevicata. Innumerevoli luoghi comuni sugli equivoci, nei rapporti personali, si presentano come incidenti immancabili nella navigazione a vista e casuale di queste esistenze, pure osservate con affettuosa partecipazione. Altre perplessità desta la scelta dei registri linguistici assegnati ai personaggi. Da una concezione antirealistica e illusionistica del teatro, l’autore sembra tornare, con le citazioni mimetiche del parlato, degli oggetti e dei costumi, a un implicito verismo, magari per scrupolo di fedeltà alla ricostruzione storica. Anche gli stili e i mezzi rappresentativi sono i più disparati: dalla maschera, usata da comparse quasi “corali” e straniate, alla marionetta, per mostrare Emma, bambina e assente.

Ma oltre le impressioni negative, l’andamento dello spettacolo, pure lungo e quindi a momenti accorciabile, procede spedito e godibile, incorniciato in un impianto scenico che divide la profondità del palcoscenico con una saracinesca e che mette in risalto settori successivi con semplici scorrimenti o sostituzioni di quinte modulari. La storia procede per flashbacks e “in diretta”, in un presente nel quale s’aggiorna sia la condizione dei personaggi, sia la suspence per l’assenza di Emma, la cui scomparsa sarebbe un caso ghiotto per Chi l’ha visto? Il “mistero” sorge dal ritratto della donna, attorno al quale i visitatori e i critici della galleria che lo espone s’interrogano, con grottesche movenze e ironia, sull’essenza e la funzione dell’arte, così condizionate dal mercato.


Un momento dello spettacolo
© Tommaso Le Pera

Seguono la formazione delle famiglie di Carlo e Antonietta (genitori di Emma) e dei loro amici, Clara e Giorgio (genitori di Leone). Moventi culturali e ambientali, in concorso casuale, determinano i loro destini diversi e connessi. Della vita di Emma si condividono alcuni momenti significativi: la nascita, i problemi di apprendimento e di relazione, l’adesione a “movimenti”, la contestazione clamorosa d’una mostra londinese, il rapporto con Leone, il suo matrimonio con il bello del paese (lo Splendido) e la fuga, fino al ritorno per l’incontro con l’autrice del ritratto e il chiarimento complessivo. Ciò che manca all’affresco storico riemerge nella ricerca di moventi più personali e congeniali all’autore. Impiegare numerosi personaggi – nella vita “vera” pochi sono i protagonisti e molte le comparse – è in lodevole controtendenza, in una situazione come quella d’oggi che vede il ridursi di ruoli e di attori, con la perdita del concetto di dialogo drammatico. Lo consente questa compagnia, in cui l’attore può interpretare più ruoli e non deve ostentare il physique du rôle.

Quanto alla recitazione, Paravidino veste il suo Carlo di saggezza contadina, lo dota di intelligenza istintiva e senso pratico, ma lo interpreta come insofferente all’acculturazione, negligente e dimesso nella dizione, alterata e soffocata. Eva Cambiale attinge in Antonietta a una gamma vasta di intonazioni naturali e abilmente stratificate. Figura intelligente e colta, insegnante di Lettere, è quattro volte mamma. Reagisce, comprende, accetta, segno della simpatia dell’autore per la donna, centro della vita. Anche lei in crisi, si concede una vacanza, stacco dalla routine, quando, incinta di Emma, trasloca presso gli amici Giorgio e Clara (Jacopo Maria Bicocchi e Marianna Folli), coppia disinvoltamente fuori sintonia in ambito sessuale. Caratteri opposti, i fratelli Marco (Gianluca Bazzoli) e Giulia (Angelica Leo), modellati su reattività conflittuali e sensibilità incompatibili. Emma in carne e ossa è Iris Fusetti, convincente tanto nelle folate di rabbia e di passione, quanto nel ricordo o nella riflessione responsabile: un bel ritratto dal vivo della ricerca dell’identità, fra sincerità e qualche schizofrenia; una lezione compresa dalle donne (a partire dalla madre) che s’identificano in lei. Fra tutti i comprimari, divertiti e divertenti, nella devozione all’impegno condiviso spicca l’affabulazione travolgente della Zia Berta di Sara Rosa Losilla.

Gli attori che si rivolgono al pubblico e varcano la quarta parete si sentono complici con lo spettatore e – anche contando su questa confidenza, su questo patto tacitamente condiviso – si garantiscono lunghi applausi spontanei.



Il senso della vita di Emma
cast cast & credits
 



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